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MAURIZIO MAGGIANI

Non voglio il sangue donato da D’Alema

L’11 aprile, poco dopo che sono stati diramati i risultati (definitivi ma non definitivi) delle elezioni politiche, ho ricevuto un messaggino da una amica impegnata nello stato maggiore della campagna elettorale del centro sinistra. Diceva, oscuramente: è andata anche peggio di come avevi previsto. Io, contrariamente al buon senso generale e a tutte le previsioni, avevo previsto che, se mai avesse vinto, il centro sinistra l’avrebbe fatto di un soffio.

Non sono un mago; semplicemente penso che in questi anni la gente abbia imparato a mentire a sé stessa, figuriamoci agli indagatori di sondaggi; ha imparato a mentire al proprio Dio, e si diverte a farlo con gli omini degli exit poll. Con la menzogna si può tirare a campare per un bel po’ in questo Paese. Cionondimeno il messaggio mi rimaneva oscuro: come era possibile che potesse essere andata peggio di come era evidentemente andata male? Ma non ho chiesto spiegazioni; ero troppo stanco. Niente a confronto di come mi sento stanco adesso, ma sfinito, mi pareva quel giorno.

Oggi non ce la faccio più, davvero non più. E mi è tornato alla mente quel messaggino e quanta verità, allora oscura e oggi tenebrosa, contenesse. Sì, eccome, è andata veramente peggio di come pensavo. Sentite, lo chiedo a voi a cui io ho dato il mio voto, che mi avete chiesto questo voto ergendovi a ultima spiaggia, estorcendomi l’ultima speranza; ve lo chiedo con il cuore in mano. Ma che cacchio avete fatto per i mesi, mesi, mesi in cui ve ne andavate in giro gongolando per una vittoria che sarebbe venuta straripante oltre ogni attesa?

Vi siete riuniti cento, mille volte, per fare che? Per discutere forse del migliore ministro della Cultura che il paese dovesse aspettarsi? Vi siete forse segretamente dilaniati e ricomposti per definire le linee strategiche della politica a sostegno della ricerca avanzata? Avete forse dedicato giorno e notte in riservati seminari di ponderato studio per assumere la certa conoscenza del futuro economico dell’Universo? Perché avete, per mesi mesi e mesi, dovuto fare i conti con urgenze straordinarie per non avere avuto il tempo di definire le ipotesi per le cariche istituzionali, e decidere chi sarebbe stato il presidente della Camera, del Senato, e magari riflettere pure su quello dello Stato. E risparmiarci, Dio mio, questo in decoro, questo avvilimento, questa riprova dell’impossibilità a redimervi, ad essere altro da ciò che disgraziatamente cominciamo a pensare non potete che essere: inadatti.

Oppure no, oppure tutto è stato definito a suo tempo e per tempo. E io devo pensare che la vita civile mia e di questo Paese, che una qualsivoglia ipotesi di politica e di governo progressivi, debbano fare i conti in eterno con questa maledizione scespiriana, questo lago – o Enrico II, quando è in mite luce – che replica la sua parte come solo in grande, tragico attore sa fare per mille e mille repliche senza ricredersi mai sulla scena allestita per lui, o da lui, si inchina all’inclito pubblico ed esordisce schernendosi: “Nulla di tutto questo è voluto da me, che nulla voglio e niente sono”. Per poi dare inizio allo spettacolo. Ma come è possibile?

Quest’uomo, grande nella vastità della sua ambizione come nella sua pervicacia, è stato sconfitto di cocente e rovinosa sconfitta sei anni or sono e con eroica coerenza si è dimesso dalla sua carica, o scespiriana corona. Da chi rimette la sua carica in tali circostanze, ci si aspetta un conseguente dileguarsi nell’onestà e dignitosa lontananza. Forse dirigente cella Gazprom, come l’amico Schröder, forse nella sua campagnas, “ipse seram teneras, maturo tempore vites”. E invece eccolo ancora sul palcoscenico, epitome nella nefasta tragedia del potere. Superato, pare, l’atto primo, la presidenza della Camera, ecco l’atto secondo: come andrà risarcito l’uomo dalla proditoria perdita di ciò che gli era dovuto?

E’ questa l’occupazione che mi attende? Trovare il modo di risarcire l’onorevole D’Alema? Ma vi sembrano questi segnali di vita di un sistema da chiamarsi Paese? Dicono i suoi dirigenti che il maggiore partito della sinistra ha versato sangue per arrivare a tutto questo. Se lo fossero risparmiato. E’ sangue inadatto; ora come ora non saprei che farmene, neanche mi trovassi al pronto soccorso con una arteria aperta in mano. Mentre quello di cui avrei urgentissimo bisogno è proprio di buon sangue. Rivitalizzante.

Maurizio Maggiani – IL SECOLO XIX – 23/04/2006


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