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MAURIZIO MAGGIANI

IL SECOLO XIX - 31/12/2001

Coi centesimi in tasca

Buon giorno! Ehi, buon giorno gente. Ecco che ci siamo: è l'ultimo giorno, l'ultimo giorno dell'anno duemilauno. Ce l'abbiamo fatta, avete visto? Si, lo so, è inutile che adesso fare finta di niente, ma qualcuno tra voi non era mica così sicuro di farcela ad arrivare fin qui sano e salvo. Vi ricordate? Vi ricordate l'estate del duemilauno? Avete mica bisogno che vi rinfreschi la memoria? Genova, G8, New York le Torri. E l'autunno, e l'inverno? Afghanistan, Pakistan, India, Argentina, Palestina. E casa nostra. Ne vogliamo discutere oggi? Pensate altrimenti di dimenticarvene?

Sì, certo che ricordate, e ricorderemo ancora per un bel pezzo. Sarà bene ricordarci a lungo e di pensarci spesso su, se abbiamo intenzione, non dico di sopravvivere decentemente in un mondo decente.

Ma, almeno qui da noi, vedete, ci siamo ancora tutti. Anche i nostri eroi e i loro consulenti, laggiù, hanno riparato il loro aeroplano – ah, che patema questi C130! - e forse sono già sani e salvi nei pressi di Kabul a mettere mano a quel poco o niente che resta. Datevi un'occhiata intorno, non manca proprio nessuno all'appello. Guardate là: c'è l'avvocato Taormina che si va avanti per salutare! Non gli avevano detto che doveva sparire? Ci siamo ancora tutti, eccome: quello in prima fila che sembra un po' scocciato, non è forse D'Alema?

O no, forse qualcuno manca; manca qualche ragazzino, ed è incredibile come si senta la sua mancanza. Quel bambino incendiato nella roulotte, quell'altro esploso con il petardo, quell'altra ancora finita in mezzo all'autostrada, loro mancano. Né più né meno mancano di quanto devono mancare quei due o tre milioni di bambini che quest'anno se ne sono andati, altrove da noi, per bombe, mine, fame e malattia: ognuno di loro manca irrimediabilmente all'anima del mondo, alla mia, alla vostra. Ma ecco, l'anno è finito, se riusciamo a star lontani dai media forse potremmo anche far finta che quest'anno non succederà più niente.

Intanto io non ho più una lira, e voi? Ho il mio kit, però. Mannaggia quanti sono! E' da un certo strepitoso Natale di quand'ero bambino, quello della calata degli otto zii, che non ho mai avuto tanti soldini in tasca. E' da quell'anno che non mi sento così ricco. Oggi me li voglio contare tutti, li voglio cincischiare ben bene, ci voglio giocare. Nella tasca sinistra quelli piccoli, nella destra i grossi, domani non voglio sbagliare. Ci comprerò, vediamo un po': beh, se vado al cinema me ne rimane sì e no la metà, se passo dal verduraio mi sa che me li porta via tutti.

A me invece piacerebbe che durassero un po', che mi facessero sentire proprio come nell'anno degli otto zii: ricco per l'eternità. Con le mani in tasca a sentire il din din dei centesimi e il cloc cloc dei pezzi grossi, di nuovo fortunato e speranzoso bambino. Ecco, scafato e provato come credo di essere, alla fine 'sta storia dell'Euro l'ho presa proprio come un inizio. Sarà che di inizi è difficile anche solo immaginarsene negli altri campi del vivere, là dove l'anima piange quest'anno tremendo e i tremendi che verranno, ma mi sento proprio come se domani comincerà qualcosa. Sento che questi soldini, che il verduraio e il tabacchino aspettano al varco, suonano in tasca per qualcosa di meglio di quello che valgono.

Niente di straordinario, magari, ma qualcosa di certo: monetine europee, capite? L'idea che se pur vivi in un paese che a volte ti fa illividire, quel paese è solo una parte di un paese più grande; un paese che se non vedi, se ancora non gli appartieni in quello che vorresti per la tua anima civile, se non altro ti suona già nelle tasche. Din din, cloc cloc. Dio sa se è di una qualche certezza purchessia che fa comodo aver pesanti le tasche valicando un anno, avviandosi giù per quello nuovo.

Buon viaggio nel 2002 gente, fratelli d'Italia magari non desta, ma forse non in sonno profondo.

Maurizio Maggiani – IL SECOLO XIX – 31/12/2001

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