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MAURIZIO MAGGIANI

Ho cercato nella diretta dal Senato lampi di decenza e dignità

Da venerdì pomeriggio ore 15,20, a ieri, sabato ore 16,30, se si fa eccezione per una pausa notturna tra le 02,30 e le 7,45 in cui ho cercato con alterno successo di riposare nel sonno, sono stato ininterrottamente collegato con la stazione Radio Rai Parlamento. Tale stazione radio – pubblica – ignota ai più – e questa è una colpa dei più – ha trasmesso in diretta tutte le fasi che hanno portato all’elezione dei presidenti della Camera e del Senato della Repubblica.

Senza falsa modestia mi sento portato a considerarmi un eroe. E sono disposto a scommettere che non ci sia in tutto il paese più di un altro centinaio di eroi che abbia compiuto tale inumano sacrificio. Sacrificio necessario a capire; ritengo in onestà che i cinquanta milioni di italiani con facoltà di intendere e volere che si sono risparmiati la mia personale performance di puro masochismo – o che abbiano anche solo scelto l’edulcorata parzialissima diretta televisiva – non abbiano avuto i mezzi necessari per capire e si accingano ad inoltrarsi in questa nuova epoca politica in stato di semi incoscienza, o di indifferenza o di incolmabile ignoranza.

L’indubbio privilegio di essere immolato sull’altare della conoscenza, me ne concede ora un’ulteriore: dire la mia a quelli che non si sono abbeverati alla fonte radiofonica del sapere, non riferendo di vacue impressioni, non da opinioni ed ubbie, ma di documenti. Inoppugnabilmente registrati negli atti, che nessuno tra i comuni mortali andrà mai a spulciare, che resteranno in eterno a farsi polvere e poi fossile memoria nelle segrete del nostro Parlamento.

Dirò qualcosa in particolare delle elezioni per il presidente del Senato, perché come inopitamente qualcuno mi ha detto: sono state le più divertenti. Voleva dire forse le più tragiche, forse le più farsesche, forse le più brutte, forse le più complicate, ma ha detto “divertenti” perché ormai la gente – o certa gente – ama trovare da divertirsi tra le macerie.

Il 28 aprile dell’anno 2006, nel cuore di quella che ci vengono a dire essere la seconda Repubblica, per la prestigiosa carica erano in contesa il senatore Giulio Andreotti, ultraottantenne padre democristiano della prima Repubblica e di tutti i suoi angoscianti annessi e connessi, e l’ultrasettantenne Marini (Franco, non Francesco), ex ministro democristiano di uno dei molti governi Andreotti, sindacalista cattolico. Arbitrava la contesa, l’ultraottantenne senatore a vita Oscar Luigi Scalfaro, padre della patria e pluriministro democristiano, oltreché ex capo dello Stato.

Ha salvato il novello Senato della Repubblica (seconda, terza?) dallo scandalo definitivo, dall’ignominia di consolidarsi nella forma di casino – nel senso proprio di luogo di meretricio, di commercio corporale, di volgarità, di spudoratezze, di schiamazzi – il senatore a vita Francesco, quello sì, Cossiga, settantottenne pluriministro democristiano, assai discusso e inquieto ex capo dello Stato. Dice o non dice qualcosa?

E dirà pure qualcosa il fatto che questi quattro siano stati nell’aula tra i più corretti e dignitosi tra i senatori? Se qualcuno tra loro ha fatto qualche porcheria, ha avuto il buon gusto di tenersela gelosamente per sé. Ma la palma del più dignitoso e più compreso nel suo ruolo tra i senatori va senz’altro alla novantasettenne Rita Levi Montalcini. Questa signora è stata ininterrottamente al suo banco per diciassette ore, seguendo le votazioni con partecipazione; sveglia quando i suoi colleghi dormivano della grossa verso le due del mattino, digiuna mentre i suoi colleghi si sbaffavano il delizioso contenuto della bouvette. L’onorevole senatore Giulio Andreottti ha resistito un filino in meno di lei nella sua immobile presenza allo scranno. Mi dice qualcosa anche questo.

Dopo quattro votazioni in cui più che tradito è stato svillaneggiato da una parte dei suoi, e i cui risultati sono stati contestati dalla destra con uno stile che ricordo di aver visto solo in certe bische clandestine dove si giocava duro a poker – è stato eletto il senatore Franco (Franco, idioti, non Francesco) Marini con tutti i voti della sua maggioranza più due della destra. Anche questo mi dovrebbe dire qualcosa, ma ancora di cosa sia non ho certezza.

Mai demonizzare una parte politica, ma vorrei che qualche elettore della destra si sentisse i nastri di questi due giorni e mi spiegasse a quale senso dello Stato e delle istituzioni, a quale nobiltà di intenti e correttezza di lotta, può fare riferimento l’indemoniato scatenarsi di una significativa parte di senatori di quella parte; come pure gradirei essere edotto sulla qualità e sostanza delle acribiose e rabbiose contestazioni. Io da solo non ci riesco se evito di pensare che l’intento, per citare il senatore Francesco, quello sì, Cossiga, fosse quello di impedire alle istituzioni di essere ancora tali, ovvero con un briciolo di decenza e dignità.

Ma, a proposito di correttezza e nobiltà d’intenti, come non esimersi dal demonizzare il senatore Clemente Mastella, luce e anima dell’Udeur, partito dell’attuale maggioranza ricco di un poderoso 1,4 per cento, che nel pomeriggio di venerdì ha approfittato di una pausa nelle votazioni e nel duro e ingrato lavoro dei tiratori franchi e scelti per uscire dall’aula e comunicare alla stampa che lui era lì per la ciccia, per vedere se gli davano davvero il ministero che bramava. Immagino che glielo abbiano dato.

Io non conosco l’onorevole Mastella e quanto sia irreprensibile e encomiabile nel suo anelito ideale, né conosco il suo partito. L’unica cosa che so, perché ha avuto gli onori della cronaca, è che quando per affermare la dovuta attenzione al suo partito il centrosinistra ha affidato a un suo uomo il prestigioso incarico di sindaco di Brindisi, in capo a qualche mese erano in manette il sindaco e tutta la sua giunta. E non mi risulta che fosse una persecuzione politica. E pensare che ho sentito con le mie orecchie l’onorevole Massimo D’Alema, allora primo ministro di questo Paese, affermare che l’onorevole Mastella non era certo dei peggiori tra quelli con cui aveva a che fare nel suo governo. Un tantino inquietante, no?

Ma alla fine il parlamento di questo Paese ha i suoi presidenti. C’è una cosa curiosa che li riguarda e ci riguarda: sono ambedue sindacalisti d’origine. Non sindacalisti tanto per dire, ma uomini che hanno dedicato gran parte della lori vita al sindacato. E anche questo, me lo auguro, vuol dire qualcosa. Se non altro che questo è un paese davvero, ma davvero, strano.


Maurizio Maggiani – IL SECOLO XIX – 30/04/2006


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