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MAURIZIO MAGGIANI

La luce violata

Io ieri all’alba ero a Nervi, ero alla passeggiata di Nervi; all’alba ero lì per cercare la luce del primo mattino di prima estate, la luce morbida e chiara che fa il mare singolarmente verde e turchino assieme mentre indora appena la falesia consunta degli scogli. Ero lì di buon’ora per prendermi quella luce tutta per me, prima di dovermi accontentare di dividerla con i corridori, i ginnasti, i cinofili. Sapevo che avrei trovato gli unici che sarebbero sempre stati capaci di svegliarsi prima di me: i pescatori, i tappullisti della marina, i vecchi granchi di scoglio che tribolano a stare tappati in casa già quando la notte comincia scemare.

Ma mi sta bene dividere l’alba con loro, sanno essere trasparenti, sanno tenersi discorso. Erano al voltone infatti, quella fantastica stratificazione di baracche murate alla scarpata della ferrovia, ma stranamente vocianti; voci singolarmente costipate, alte e secche sopra il silenzio della prima luce. Che non era la luce che andavo cercando, costipata anche lei, appiattita dallo sfasciume di nuvolaglia portato dal vento di sud est che l’andava raccogliendo per farne nembi di pioggia.

Passavo dubbioso tra quelle voci fuori registro a pi nient’altro, solo una coppia di ragazzoni a passo svelto che mi sfiorano intimando a qualcuno che forse sono io di levarsi di torno. Forse perché ho la coscienza inquieta, forse perché il mio figlioccio è un poliziotto, so riconoscere la forza dell’ordine in borghese. Mi sono levato di torno.

Al roseto già sapevo cos’era successo. Una signora, bianca e minuta con il suo botoletto appresso, mi ha sfiorato passando e, voltandosi appena, ha sussurrato: che brutta mattina. Sì, signora, brutta abbastanza per finire in pioggia. No, non è questo. E’ che hanno trovato due donne impiccate laggiù. Che brutta mattina. Che brutto per loro, che brutto per Nervi. Che brutto. Che brutto che sia successo, che brutto che sia potuto succedere, che brutto che ora è tutto quanto qui intorno, che brutti che ora siamo noi qui di Nervi, che brutto che è laggiù, che brutto che sarà laggiù in eterno.

La piccola signora non aveva che quella parola. Ma non è una parola insulsa, non è per niente banale nella sua voce, nella sua faccia, nel suo gesto di commiato, un piccolo breve gesto come un invito a capire in silenzio. Quello che ho capito è che quella brutta luce non mi serviva a niente, che quello che avrei dovuto fare era tornare da dove ero venuto leggero portando con me un poco del peso di quella bruttura. Provare a fare qualcosa come pregare.

E sono tornato a Castelletto a piedi, l’unica preghiera, quella di pellegrinare, che conosco bene. Alla latteria di Quarto mi sono fermato per un caffè e il lattaio mi ha chiesto cos’era successo, che qualcosa di brutto dicevano c’era stato a Nervi. Come se il fatto che avessi uno zaino in spalla e una macchina fotografica al collo mi avesse eletto araldo di disgrazie. Ho detto della signora minuta e il lattaio si è fermato nel suo gesto, e la gente al banco ha posato le tazzine all’unisono, e ogni cosa si è un attimo gelata.

A capo Santa Chiara mi sono riparato dalla pioggia sotto un androne assieme a un muratore con il secchio di calcina e la sua cazzuola per le mani. Mi ha chiesto se sapevo che brutta cosa era successa quella mattina ai Parchi. Ho detto di sì, ho detto della signora minuta. Il muratore ha posato le sue cose e mi ha chiesto di accendere, e abbiamo fumato assieme. E lui scuoteva la testa e mormorava tra il fumo: che brutto.

Brutto. Non è stupida, è solo quello che è successo in questa città, è la parte con la gente di questa città sta patendo di quello che hanno patito due donne di questa città che l’altra notte, una notte che era ancora stellata, sono uscite di casa con quello che a loro serviva, senza dimenticare il biglietto dell’autobus, e si sono fermate laggiù, in quel posto così bello in riva al mare così scuro. E hanno fatto quello che avevano in mente di fare.

Brutto è la parola adatta a reclamare l’inevitabilità di ciò che è stato, nel cuore di una città e di un tempo che possono essere molto ma non possono essere salvezza per due vite. Brutto è come mi sento io, come si sentono la piccola signora, il lattaio e il muratore, e molte migliaia di persone che hanno visto la tv, che hanno sentito la radio, che leggeranno questo giornale. Brutto perché ciò che di brutto è accaduto a due anime ha sfiorato le nostre e ha lasciato un segno, un graffio, uno sbaffo di buio. E se quelle due anime hanno voluto prendere una corsa notturna per arrivare nella bellezza e lì restare impiccate alla loro insopportabile pena, è come se avessero voluto precisare che tutto quanto è di tutti noi, compresa la bellezza della Marina ma comprese anche loro. Anche se non sappiamo chi sono, anche se hanno vissuto perché non sapessimo niente di loro. Perché questo è solo un particolare secondario.


Maurizio Maggiani – IL SECOLO XIX – 01/06/2006




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