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MAURIZIO MAGGIANI

Ospedali sotto casa? No, io scelgo l’elicottero

Nei giorni scorsi, forse soverchiato dalle interessanti polemiche sui nastrini pacifisti in occasione delle parate militari, il cogitabondo ministro dell’Economia ha stabilito che i contribuenti liguri saranno chiamati, assieme a quelli di altre cinque regioni, a ripianare l’esorbitante debito sanitario che hanno contratto i loro governi regionali nel corso del tempo.

Noi liguri pagheremo i debiti fatti dall’allegro governatore Sandro Biasotti che ha regalato supposte all’universo intero, i siciliani facile che non paghino niente, visto che l’appena rieletto magnificente governatore Totò Cuffaro ha già precisato che la sua regione ha uno statuto così speciale che può permettersi in eterno di farli pagare agli altri, e cioè a noi di quassù, i suoi debiti. Cuffaro sarà rieletto per altri dieci mandati; il presidente Claudio Burlando invece è destinato a vedersela male, malissimo, con i suoi elettori; e non per colpa sua, non tanto per colpa sua.

Legittimamente indisposta a fare la figura di quelli che strozzano di tesse i bravi cittadini, la giunta regionale ligure ha deliberato di ripianare il debito in eccesso – quello che avremmo pagato con l’aumento delle tasse regionali – racimolando i fondi del taglio dei finanziamenti agli enti di ricerca che, unici, hanno qualche possibilità di assumere valori di eccellenza: Gaslini e Ist.

In questo modo non pagheremo le odiate tasse e continueremo ad avere la sanità regionale che ci meritiamo: supposte per tutti e una bella rete di cronicari dove andare a farcele mettere se non ce la sentiamo di farlo da soli. Ho abbastanza esperienza di pubblica sanità per essere addivenuto alla cettezza che il servizio pubblico più amato dai cittadini – escluso naturalmente il Superenalotto – un giorno galleggia e un giorno rischia di affondare su una contraddizione mortifera. Ci sono in Liguria abbastanza ospedali per potersi levare lo sfizio di andare a piedi al più vicino, ma preferirei provare a cavarmela da solo con gli impiastri della mia bisnonna Veronica che farmi ricoverare in una buona metà di questi. Anche solo per una distorsione alla caviglia. E nemmeno per la scadente qualità del personale, dopotutto, e certo non solo per questo. Per la scarsità delle risorse, per il fatto puro e semplice che moltiplicare un servizio dividendo le risorse umane e finanziarie è pura follia. Ci vuole poco a capirlo. A capire che è meglio farsi cento chilometri in elicottero e risolvere un problema, che andare sotto casa e non risolverlo; e poi tentare di risolverlo altrove e poi altrove ancora. E il problema è tutto nostro.

Tempo fa in un reparto di un ospedale della Spezia ho trovato appeso alla parete il seguente avviso: si pregano i signori parenti di uscire dopo la visita ai loro cari. Il personale è in grado di provvedere a tutte le necessità dei pazienti e di farlo in modo impeccabile. Sotto questo cartello aspettavano, pazientemente e mestamente in piedi, il sottoscritto e una dozzina di signore. Cosa aspettavamo? Che finisse la visita serale per accudire i nostri amici e parenti; esattamente il contrario di quello che chiedeva l’avviso. Del resto nessuno si è sognato di cacciarci. Perché il personale non era affatto in grado di provvedere nemmeno alla carta igienica, perché magari non ne aveva nemmeno tanta voglia di provvedere. Perché è così che funziona una sanità senza mezzi finanziari e senza una politica decente delle risorse umane. Perché abbiamo in regione molti lazzaretti e pochi veri e moderni ospedali.

In un buon ospedale i parenti sono un impiccio anche per il ricoverato, perché un buon ospedale ha tutte le risorse necessarie anche per il suo sostegno psicologico. Oltre ad avere lenzuola pulite, carta igienica in abbondanza e acqua minerale per tutti. E qualcuno che imbocca chi non può mangiare da solo senza farsi pagare extra. E qualcuno sempre pronto ad intervenire ad ogni evenienza senza essere pagato extra. E così via. Io vorrei solo che un elicottero o un’ambulanza mi portasse in un vero ospedale senza farmi morire dissanguato. E’ facile, altrove è comune. Riorganizzare la pubblica sanità a partire da qui ci renderebbe tutti più sani, e anche più ricchi. Perché costa molto di meno avere pochi grandi ed efficienti centri che una moltitudine di inefficienze. Moltitudine di lazzaretti e cronicari che potrebbero non esistere più senza alcun rimpianto solo se esistesse una vera assistenza domiciliare. E se i medici di famiglia facessero il loro lavoro di medici. Oggi nemmeno ti guardano in faccia, tantomeno si permettono la libertà di palparti la parte dolente. Pare che piuttosto che un lungo e impegnativo corso universitario, abbiano preso un diploma in modulistica. Non i assumono responsabilità, sfiduciati nelle loro capacità di diagnosi, assillati dal tempo che inesorabile scorre, ti fanno due ricette e tre richieste di analisi e una di ricovero. E ci pensi qualcun altro. Ciò che i contribuenti spendono solo per questo, per la generale scelta di irresponsabilità dei medici di base, basterebbe a pagare metà di una vera e risolutiva sanità pubblica. Se solo il presidente Burlando riuscisse a far ragionare i suoi cittadini, se i cittadini pretendessero le cose giuste nel modo giusto, piuttosto che coltivare le gratificazioni all’ostinata arretratezza di pensiero intorno alla propria salute, non si parlerebbe di tasse e vivremmo nel paradiso della salute pubblica. Ah, magari aggiungendoci da parte sua e dei competenti organi, un po’ di decenza nella distribuzione di salario aggiunto ai molti e non tutti meritevoli dirigenti della sanità.

Ti dicono: ma questo non salva, è poca roba. No, è molta roba anche quando è una lira, perché è roba dei contribuenti, roba sacra. Roba qualche volta persino indecentemente rubata da inetti e immeritevoli. Ho qui sotto mano un documento che attesta come a un dirigente sanitario sia stato dato il premio di produzione – equivalente allo stipendio annuo di un operaio – per gli obiettivi raggiunti nell’anno; peccato che il dirigente non ha raggiunto alcun obiettivo, visto che, nonostante le sue molte pressioni in merito, nessun obiettivo gli è stato dato da raggiungere. Doveva occuparsi di controllo della qualità del servizio. Vedi un po’.


Maurizio Maggiani – IL SECOLO XIX – 04/06/2006



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