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| IL PORTO DEI RAGAZZI |

MAURIZIO MAGGIANI

E' solo un'immagine, una piccola immagine, e un turbamento, un piccolo turbamento.

E' una giovane donna, non bella, non interessante, quasi invisibile, che tiene in braccio una bambina, una bambina piccola piccola, che le sonnecchia sulla spalla, e tra le mani regge un passeggino, un enorme passeggino ripiegato. E' stanca, è sudata; sono le due del pomerigguio alla stazione di Monterosso al Mare e aspetta l'arrivo della tradotta per Spezia cercando di ripararsi dal sole all'ombra del lurido sottopassaggio. Guarda la sua bambino, guarda in su verso la luce e il binario, e il suo sguardo è mite e buono, e la stanchezza e il sudore le segnano il viso ma non lo sguardo.

Arriva il treno, la plebe dei perndolari del mare – tra cui io e il nipotino Richi ci pregiamo di essere autorevoli membri – si avventa sulle portiere, furente di ritardo, di afa, di scontento; e la giovane donna resta lì, nel sottopassaggio, a guardare in su. Chiassà in grazia di quale illuminazione capisco, torno sui miei passi e le chiedo se per caso ha bisogno di una mano. Domanda idiota: come potrebbe farcela da sola? Ma lei non si risente della mia stupidità: sorride appena e dice sottovoce, sì. Seduta davanti a me e Richi, nel fetido vagone dice solo: è più difficile con gli autobus, lì non trovo mai nessuno. E sorride ancor una volta, quel suo sorriso minuto e riserrvato come un sorriso per sé, prima di appisolarsi assieme alla sua piccolina. Un grumo di umanità, un pacco di tenerezza così limpida da sembrare animale, buttato su un sedile macchiato di qialcosa chenon voglio sapere sul locale da Albenga per La Spezia in ritardo di trenta minuti nel cuore di un soffocante luglio qualunque nella storia del mondo.

Nel cuore di una vita che non conoscerò mai, ma che posso solo immaginare oltre la soglia del suo silenzio. Ha un marito, un marito che la ama? Ha una madre che l'aiuta? Ha dei vicini di casa che chiacchierano con lei? Ha forse un lavoro? E questo suo viaggiare eroico – uscire di casa, prendere l'autobus, scendere dall'autobus, prendere il treno, trovare un buco sulla spieggia, accudire la sua bambina, nutrirla, bagnarla nell'acqua di mare, e poi di nuovo tutto quanto all'incontrario, da sola, aspettando in silenzio che qualcuno capisca che ha bisogno di essere aiutata – questa sua inesorabile umana fatica sono kle sue ferie, le sue vacanze che le spettano? E quando tornerà a casa, cosa troverà per sé? Troverà riparo, troverà riposo? Ci sarà gioia da qualche parte per lei e la sua figliolina? Chi accenderà quella gioia? E se ci sarà del pianto, chi si occuperà di placarlo? Non lo saprò mai, non lo saprà mai nassuno, se non chi ha accesso al silenzio della sua vita; se c'è davvero qualcuno che esiste oltre per sé anche per la sua vita. Una silente vita eroica.

Ho voluto bene a quella giovane donna non bella, non affascinante, non interessante. Non ho provato altro sentimento più sofisticato, più attinente, più socialmente proficuo. Non pietà, non solidarietà, non comprensione: le ho solo voluto bene. Per quello che ne so io di lei, quella donna che nulla chiede non ha bisogno di nulla, oppure ha bisogno di tutto, e si dà il caso che sia tutto quello che ho io non ho da darle. Le ho voluto bene in totale gratuità, pertecipando della sua vita per quei pochi minuti in modo così profondo che solo la parola “fraterno” può renderne giustizia. Se fraterno lo si intende di sangue e anima. E mi sono chiesto allora se la comunità, la società, possano mai essere fraterne. Se non sia ridicolo pensare che la comunità può non solo fornire servizi, garantire solidarietà, essere all'occorrenza pietosa, ma anche voler bene. Forse non è ridicolo, ma è irragionevole, lo so, immaginare una comunità affettuosa. Non è ridicolo perché io sono nato e cresciuto in una comunità del generre. Ma era una piccola comunità nel cuore di un'altra epoca, e nulla di ciò che sosteneva il modo di vita di quella comunità potrebbe oggi essere posto a fondamento della comunità che abbiamo deciso di costruire nella contemporaneità. Sarebbe un peso insostenibile voler bene a chi incontri per strada, quando ti chiedi dubbioso cosa significhi voler bene.

Tornando a casa, salendo il Golgota infuocato della collinetta dove viviamo, a Richi ho canticchiato una canzone. Richi non è affatto contento che io canticchi per la strada, essendo lui, un bambino assai attento al pudore, e cerco di trattenermi. Questa volta no, e si è dovuto sorbire una vecchia, stupida canzone. Questo perché certe volte sole le stupide canzoni hanno il potere di essere più attinenti di ogni intelligenza a ciò che ti capita di sentire in cuor tuo. Dice il ritornello della canzone:

Anche per te/

vorrei morire ed io morir non so,

anche per te/

darei qualcosa che non ho.

E così, e così, e così, io resto qui

a darla i miei pensieri....

E dentro queste parole so che forse si può trovare il ridicolo, ma non l'irragionevole.

Maurizio Maggiani – IL SECOLO XIX - 30/07/2006

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