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MAURIZIO MAGGIANI

Castro, Grossman e la Luna: tre foto irrompono nelle mie ferie

Due settimane di vacanza, di smodata lussuria naturista placata nel diuturno esercizio pedestre, valico dopo valico, attraverso le ombrose gole di Garfagnana, raviolo dopo raviolo lungo le dorsali presidiate dalle osterie montane note al pellegrinante ma provvidenzialmente troppo remote anche per la guida gastronomica più invadente. Scarpone e forchetta, filosofia di un Quisisana primitivo ma eccezionalmente efficace, capace di sanare persino il corpo e l'anima del sottoscritto, qui e ora, che i denti di Roccandagia, la lama del Pizzo e le zanne della Pania fanno barriera al resto del Mondo.

In queste due settimane tutto quello che mi è venuto dal Mondo mi è arrivato attraverso i fogli sgualciti e unti dei quotidiani ultralocali sparpagliati nelle sopraddette osterie; più di quanto mi bastasse in effetti per saperne più di quanto volessi, più di quanto corrispondesse alla modica quantità che il mio protocollo di risanamento, avesse previsto. Da quei giornali buttati là, supini alla disincantata curiosità delle mani nere di terra di un fungaiolo, proni allo sguardo pesante di un contadino al suo secondo fernet, non ho ricavato la Conoscenza Definitiva, ma tre immagini sì, tre immagini abbastanza forti da restare appese alla mia coscienza per tutti i sentieri e le strade e le osterie e i piatti fumanti e i bicchieri di strascino, il micidiale vino di Garfagnana che ti fa tornare a casa strisciando sui gradini. Tre immagini come un compendio, un'enciclopedia essenziale ma probabilmente esaustiva di questa inaffidabile estate.

La fotografia di Fidel Castro nel giorno del suo ottantesimo genetliaco. Scattata da qualche parte in un ospedale dove cerca di non morire. Nella fotografia tiene in mano un giornale – il suo giornale, il Gramma – con ben visibile la data del giorno. Quella immagine non appare diversa da quella, consueta, di un poveraccio in mano a dei rapitori che vogliono far sappere a chi è disposto a pagare un riscatto che l'ostaggioo a tut'oggi è vivo. Lui che ha fatto una rivoluzione, l'ha vinta e continua incredibilmente a vincerla, lui che è l'oligarca tiranno più fasdcinoso del pianeta, l'uomo più discutibile e sempre in grado di far discutere, costretto a dare una prova della sua esistenza al suo popolo e al mondo nel modo più patetico.

Il titolo di testa del giornale esclama: “Assolto dalla storia”. Titolo evocativo della remota autodifesa del guerrigliero Castro, ma soprattutto buono per un uomo già morto da un pezzo, come se chi lo mostra fosse una mummia non un convalescente. Che la storia lo assolva o meno, quella triste immagine di uomo in ostaggio è a un abisso di distanza da quella del corpo – quello sì già cadavere – del Che Guevara: L'immagine della bellezza e della grandezza del martirio, l'immagine della bellezza e della grandezza del martirio, l'immagine di una santificazione al di là e fuori dalla storia. Che non spetterà al suo Comandante.

La fotografia del carrarmato israeliano in cui è morto il figlio ventenne di David Grossman, scrittore e uomo che amo. Quel suo figlio è morto due ore prima del cessate il fuoco che suo padre, dopo aver accettato la legittimità della guerra, ha invicato e persino implorato per giorni e giorni, esponendosi in tutti i modi, mettendo a disposizione il suo prestigio, il suo sapere, la sua coscienza. Non so cosa bene pensasse quel ragazzo. So cosa pensa suo padre perché la sua voce ha eco; la voce di quel ragazzo è muta, come la voce di qualche altro milione di ragazzi come lui, come lui morti ammazzati senza che la loro voce potesse arrivare a me, a me e agli alri che continuano a godere del privilegio della vita. Se mai ci fosse bisogno di un'immagine che descriva l'ineluttabilità del destino di una guerra, della cinica crudeltà, della forza inumana di quel destino, la foto tessera del ragazzo di Grossman basta e avanza per descrivere tutti.

Le immagini che non ci sono più del leggendario sbarco sulla Luna del 1969. la Nasa le ha perse, non trova più gli originali del documento più sensazionale del trascorso secolo. Posso capire che possano andar perse prove testimoniali in un archivio di un tribunale italiano, che risultino irreperibili misteriosi quanto sensazionali manoscritti conservati nei sotterraniei vaticani, ma che la nasa possa perdere la cosa più preziosa che possiede, questa non posso mandarla giù. E' il piccolo foro squarcerà la diga, il mattone scalzato che farà precipitare su se stessa la cattedrale.

Da quando ho letto la notizia aderisco senza riserve dell'eoico plotone di (ex) pazzi, scrittori di fantapolitica, giornalisti bizzosi e biliosi, inveterati complottisti della destra religiosa e della sinistra hippy, che vanno sostenendo che quello sbarco non c'è mai stato. Che è stata la più grande e fortunata campagna pubblicitaria della storia, la più astuta e ardita menzogna del potere politico americano. Non fosse così sarebbe anche peggio; dimostrerebbe che nulla è più sicuro nel cuore del cuore dell'America. Che il declino di ciò che c'è di più saldo e immarcescibile è inarrestabile e definitivo.

E tutto questo in due settimane di inclemente, premonitrice meteorologia.

Maurizio Maggiani – IL SECOLO XIX – 20/08/2006

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