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MAURIZIO MAGGIANI

IL SECOLO XIX – 04/02/2002



Intellettuali razza pigrona

Dio, chi non avrebbe voglia tra i sinceri democratici e i progressisti di salire su un palco gremito dai quasi leaders dell'Ulivo – la quasi coalizione di centrosinistra che si sta opponendo quasi con fermezza al governo della destra – e gridare: buoni a nulla, sparite! Chi, tra il colto e l'inclita, il netturbino e il pallanuotista, il raccoglitore di mele e il fruttarolo, ognuno dei quali ha riposto tutta la speranza che gli è rimasta nel cuore in quelle zucche dure come il marmo. Chi?

Come si può biasimare un povero cristo che si è scarpinato una manifestazione nemmeno esaltante, non esaltante perché organizzata dalle zucche suddette che hanno disimparato anche a organizzare, e alla fine prende un microfono in mano e glielo urla in faccia?

Nono, non si può. Eppure l'onorevole Rutelli, il preminente tra i quasi leader, un uomo che non passerà alla storia per la straordinaria pregnanza dei suoi detti, non appena e rinvenuto dalla quotidiana rata di desolante sfiducia, ha reagito con la seguente affermazione madida di cristallina saggezza: non è detto che un bravo intellettuale sia un buon politico. Visto che il povero cristo è un intellettuale, importante, famoso, irreparabilmente di sinistra, e in torto flagrante.

Niente di più vero, caro onorevole Rutelli. Ma non perché il povero cristo ha detto quello che pensava; questo, semmai, è il suo primo dovere di intellettuale.

Ma perché, proprio per la sua condizione, avrebbe il dovere di fare qualcosina di più. Perché sin dai tempi delle caverne i poveracci che sgobbano si sono permessi il lusso di mantenere degli intellettuali? Perché hanno bisogno, ogni comunità ha bisogno, del loro pensiero, della forza creativa, e contundente, delle loro idee. Perché, tanto per dire, Massimo D'Alema non sia semplicemente indotti a dire cose di sinistra, ma a fare cose di sinistra.

Come si può costruire, ricostruire, cambiare un paese senza che gli intellettuali ci mettano quello che hanno? Come avrebbe potuto il New Deal rooseweltiano far risorgere l'America dalla Grande Depressione senza il contributo militante di scrittori, fotografi, artisti, scienziati progressisti?

Se il povero cristo sapesse fare politica, la politica che sta a pennello diuturnamente, eroicamente, a trasformare la sua forza creativa in idee, buone idee per fare cose di sinistra. E queste sue idee potrebbe offrirle alla gente, al popolo sovrano, alla società davvero civile. E la gente magari sarebbe interessata, ci rifletterebbe su, troverebbe del giusto e del buono, e, magari, sarebbe la gente a salire sul palco e a gridare buoni a nulla. E ciò potrebbe essere assai promettente per una svolta positiva. Che altro i democratici e i progressisti non sperano e desiderano con tutto il loro residuo ardore: una svolta in nome di buone idee e buone cose da fare.

La politica del potere, la politica sul palco, non gradisce l'intellettuale che non gli sia utile, utile a raccogliere voti, presenza, fashion: la gazzosa che non guasta mai. Ma il paese ha assoluto bisogno di intellettuali disorganici al potere e organici al futuro della comunità. Bisognerebbe proprio che gli intellettuali la sapessero fare la politica. Ma in questo paese il loro progenitore Alessandro Manzoni si è sentito più che appagato di diventare senatore appisolato del regno e da lì in poi, figli, nipoti e pronipoti, si sono divisi tra accattatori di prebende e commendizie e poveri cristi che non sanno fare politica.

Parlo in primis per me, che, visto che mi guadagno il pane scrivendo quello che penso e non scavando carbone nel Sulcis, altro non saprei classificarmi che intellettuale. E trovo la forza, la voglia e il tempo di gridare buoni a nulla, sparite, non trovo tempo neppure per andare alle assemblee del mio quartiere a dare il mio modesto contributo per realizzare la raccolta differenziata o eliminare le barriere architettoniche. Figuriamoci per costruire, ricostruire, inventare il futuro progressivo del mio paese.

Maurizio Maggiani – IL SECOLO XIX – 04/02/2002

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