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MAURIZIO MAGGIANI

IL SECOLO XIX – 09/02/2002



Tante guerre ma nessuno sembra accorgesene

Ogni tanto mi ricordo che siamo in guerra. Guerra militare, guerra ideale, guerra di civiltà contro il terrorismo.

Non c'è condizione peggiore di un essere umano che vivere in tempo di guerra, eppure mi pare di non risentirne un granché. Forse perché non mi è ancora capitato di inciampare sulle mine e tutto il resto si inciampa altrove. L'altrove non esiste più, abbiamo solennemente giurato l'11 settembre, e invece l'altrove è ritornato alla grande.

Chi tra i lettori se la sente in onestà di includere la guerra in corso tra le sue maggiori preoccupazioni? Quanti sono informati sul suo corso? Quanti solenni giuramenti abbiamo fatto l'11 settembre, quanti impegni di alta eticità ci siamo presi! Ve li ricordate? E, ditemi, a che punto siamo con quegli impegni?

Io sono tra quelli, numerosi immagino, che l'11 settembre ha dovuto con dolore ammettere che, se non è mai un buon modo per risolvere le cose, al punto in cui eravamo la guerra era semplicemente inevitabile. Quello che al buono si poteva fare era di condurla in modo che non ne generasse delle altre, che non creasse altre ingiustizie, altri scompensi. Da non trovarci tra dieci a constatare quello che già allora era evidente: siamo a questi punti per la scarsa saggezza in cui è stato governato il mondo da chi ha avuto il privilegio e l'onere di poterlo fare. Per questo sento l'obbligo morale di fare il punto, di non dimenticare, di esercitare se non altro la vigilanza della coscienza su una guerra che, ci dicono, potrebbe non finire mai.

Al momento, purtroppo i presunti massimi responsabili della guerra sono ancora latitanti. Per catturarli è stato raso al suolo un intero Paese. I bombardamenti a tappeto alleati hanno distrutto l'80% delle infrastrutture civili – fonte Pentagono – di uno dei Paesi più poveri del mondo, oltre a causare un numero non precisato di vittime, sempre civili. Ciò nonostante, e nonostante il dispiegamento di una fantascientifica tecnologia e una spesa di almeno 10 miliardi di euro, il mullah Omar è fuggito; forse in risciò, forse in motocicletta. Secondo notizie di ieri mattina Bin Laden e il suo stato maggiore sono, forse, in Cecenia. O forse in Pakistan, o in Indonesia, o chissà dove.

A Guantanamo, fuori giurisdizione dei tribunali americani, sono sotto interrogatorio un paio di centinaia di guerriglieri, molti, se non tutti, dei quali non hanno nemmeno mai visto Bin Laden.

Risultato invece positivo della guerra è che è caduto il governo oppressivo, barbaro dei talibani, sostituito da un'alleanza provvisoria. L'alleanza dà garanzie di rispetto dei diritti civili e di stabilità. Sulla parola, questo, perché nel sud est del Paese sono già in atto combattimenti tra i vari partiti e nella popolazione è ancora vivo il ricordo delle loro vecchie malefatte.

Domanda: per abbattere un governo oppressivo e sostituirlo con uno presumibilmente migliore non c'è altra strada della guerra?

Sei anni or sono l'attuale vice presidente Cheney, allora consulente della compagnia petrolifera americana Unocal, fidava nel regime dei talibani come il più adatto a garantire gli interessi petroliferi americani nell'area. L'Unocal ricevette alcuni esponenti talibani in Texas e stipulò un protocollo d'intesa con loro. Nell'occasione un funzionario dell'amministrazione Clinton sostenne che ci sarebbero stati problemi di diritti umani, ma che “possiamo chiudere un occhio su questo”. Forse un sistema più razionale dei bombardamenti a tappeto per sconfiggere una dittatura potrebbe essere quello di non finanziarne l'instaurazione. Ma siamo alle solite: chi ha avuto ha avuto, chi ha dato ha dato, non recriminiamo e voltiamo pagina. Domanda: cosa ci fa ragionevolmente supporre che fra 5 o 10 anni il regime che oggi abbiamo instaurato a Kabul non si riveli un'altra tragica dittatura? Siamo finalmente interessati ai diritti civili o ancora interessati all'oleodotto?

Come avete notato, oggi non si parla più di Bin Laden e Al Qaeda, ma dell'Asse del Male. L'Asse è formato da Iraq, Iran, Corea Somalia e associati minori. L'asse ospita e alimenta il terrorismo. Pare certo che la prossima battaglia sarà contro l'Iraq. La Cia – fonte Herald Tribune – sostiene che “Saddam Hussein non ha fornito armi chimiche o batteriologiche agli uomini di Al Qaeda o ad altri gruppi terroristici collegati”. E allora? Allora produce armi di distruzione di massa. La Cia ammette di non avere contatti attendibili né in Iran né nei paesi limitrofi. Ma Saddam è un orribile tiranno. Sì. Ma cosa lo distingue dagli altri orribili tiranni possessori di armi di distruzione di massa che siedono sui banchi dell'Onu e non sono inclusi nel gotha del Male?

Poi pare che toccherà all'Iran. L'Iran è storicamente il peggiore nemico dei talebani, ma ora è accusato di ospitarli. Voci. Intanto le minacce degli Usa hanno già fatto in quel paese un danno enorme. I conservatori, i nemici della laicizzazione del paese, hanno ritrovato spazio nell'opinione pubblica: vedete come si è ripagati a voler dialogare con l'occidente? Se gli iraniani si sentiranno davvero sottoposti a ingiuste pressioni quel paese tornerà indietro di vent'anni.

Nel momento stesso in cui gli Usa daranno battaglia a quei paesi, l'alleanza mondiale contro il terrorismo si scioglierà; non un alleato sarà a disponibile, si è tirato indietro persino l'onorevole Berlusconi, l'amico più caro al cuore di Bush. Saranno le guerre degli usa contro chi vorrà il suo esecutivo. Domanda: è questo ciò per cui si è solennemente impegnato tutto il mondo democratico? E' questo il nuovo e più giusto e pacifico assetto mondiale?

A New York, il forum economico non si è occupato di economia, pare che non ci fossero idee interessanti al riguardo, ma di pace e giustizia e iniquità. L'Hilton sembrava la sezione glamour di Porto Alegre. Powell ha parlato per conto degli Usa e ha dichiarato che “la guerra al terrorismo è guerra alla povertà”. Rovesciando quella che ci sembrava una verità universalmente accettata, e cioè che la guerra alla povertà un buon modo di fare la guerra al terrorismo. Domanda: siamo sicuri che cambiando l'ordine dei fattori il risultato non cambia?

Intanto contrariamente alle previsioni, in questo trimestre il Pil Usa è cresciuto invece di calare. La ragione sono gli enormi investimenti pubblici, quel 9% in più di spese militari. Domanda: è questo lo sviluppo da cui dobbiamo attenderci benessere e pace nel mondo prossimo futuro?

Siamo in guerra e ce ne stiamo dimenticando. Siamo in guerra e sta diventando difficile capire se è la stessa che è cominciata solo 5 mesi fa. Intanto quella che 5 mesi fa era la priorità delle priorità, la Palestina, affonda nell'orrore quotidiano senza speranza alcuna.

Maurizio Maggiani – IL SECOLO XIX – 09/02/2002

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