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MAURIZIO MAGGIANI

– IL SECOLO XIX – 24/02/2002

Le garanzie del presidente

Pare che all'Ulivo non piaccia il giudice Baldassarre come futuro presidente della Rai. Non ne ho la certezza di questa ostilità perché, come sempre, sempre, sempre, non è che l'Ulivo abbia una posizione certa, univoca, stabile quel tanto che basta a renderla attendibile. Si capisce che non piace a Rutelli, ma pare che piaccia a Violante. Secondo me ha ragione Violante. Violante è uomo di diritto e forse ricorda. Ricorda di una cosa che tutti, pare, si sono scordati. Proprio tutti, naturalmente la destra, inverosimilmente la sinistra.

Nel 1994 – otto anni or sono – la Corte Costituzionale, giudice Baldassarre presente, si espresse con chiaro e duro giudizio contro la concentrazione delle proprietà di reti televisive e, in conseguenza, contro il duopolio Rai Mediaset, imponendo al parlamento di legiferare in modo adeguato. L'attuale stato di cose televisive è di fatto anticostituzionale perché il parlamento non ha mai legiferato in proposito. Non lo ha fatto nonostante per ben sei di questi otto anni sia stato a maggioranza ulivista; non lo ha fatto perché i governi di centrosinistra, evidentemente, non hanno ritenuto che la democrazia nell'informazione, così come il conflitto negli interessi, potessero essere oggetto di legge e diritto. Dando prova, assai prima che potesse farlo la destra, di disprezzo per la Costituzione, preferendole quello di cui non è stata neppure capace: l'accordo, l'aggiustamento, il pareggiamento dei conti tra i poteri. La scandalizzante impunità e l'abnorme potere dell'attuale presidente del consiglio non gli sono venuti da un patto con il demonio, ma dall'acquiescenza della sinistra, che ha perseverato per tutti quegli anni con santa pazienza, in un disegno, questo sì, diabolico: tu non li rompi a noi, noi non li rompiamo a te. E' sembrata un'idea geniale. Bravi!

Ma Baldassarre, giudice e presidente della Corte, non può non ricordare quella sentenza che ha contribuito con la sua indiscussa dottrina a licenziare. Quale migliore presidente, in questi frangenti, può augurarsi il servizio pubblico dell'uomo che ha, purtroppo inutilmente, avvisato il paese della pericolosità delle concentrazioni, del'incostituzionalità dei monopoli? Chi più di quell'uomo può coniugare al plurale la voce della libertà? Lo si accusa di essere, per così dire, uomo di ripensamenti.

Di essere salito al soglio da comunista ed esserne uscito in autorevole da destrista. E' un opzione, questa, esercitata in massa; è, forse, ciò che la contemporaneità pretende per rimanerne al centro. La fedeltà a una parte politica può addirittura essere di detrimento alla fedeltà ai principi e agli ideali. Del resto, quello che ha dichiarato gli fa onore, mi rassicura e me lo ha reso simpatico. Ammira il giornalismo all'americana e lamenta il fatto che sia così scarsamente praticato nell'emittente pubblica.

Condivido e non mi sfugge il tacito monito rivolto al presidente del consiglio. Baldassarre non ignora che il giornaliero americano si stia lavorando alla graticola il presidente Bush solo perché c'è il sospetto, vago, che abbia intrallazzato in conflitto di interesse con la compagnia Enron. Così come ricorda come detto giornalismo non abbia dato tregua, e se ne sia fatto un vanto, a molti altri presidenti, portandoli alla perdizione, alle dimissioni, persino. Come abbia fatto ballare per un anno intero il presidente Clinton per una solitaria bugia, una bugietta riguardante una fellatio. Mi chiedo se Baldassarre abbia presente l'enormità della rivoluzione che ha in mente, a partire dal fatto che alla Rai, tra i tanti silenzi, è pure compreso quello riguardante la parola fellatio.

Se Baldassarre non tollera quello che chiama “giornalismo da terzo mondo” professato in Rai non posso dargli torto: io stesso ho resistito l'anno scorso tre soli minuti all'ascolto del notiziario nazionale della Costa d'Avorio, prima di spegnere; esattamente come mi è successo ieri per il notiziario serale di Rai Uno. Allo stesso modo non sopporto al pari suo la televisione “cretina”. E auspico insieme a lui il ritorno in Tivù di Eduardo e Govi. Penso a quanti giovani siano stati privati per troppi anni delle commedie di Govi e Eduardo, penso come sarebbe diversa la Rai e il paese intero con il loro ritorno. Temo solo che non sia stato informato il giudice Baldassarre della loro prematura scomparsa e dell'annientamento delle loro registrazioni malamente archiviate. Nasceranno in tempo un nuovo Govi e un nuovo Eduardo per ristabilire il primato culturale dell'emittente pubblica?

Il guaio è che il presidente della Rai avrà, nonostante l'alta carica, poteri assai limitati. La televisione non la fa il presidente, ma i direttori, i vice direttori, gli assistenti dei direttori, i funzionari, gli addetti alle pulizie. Non sarà Baldassarre a nominarli, se non una piccola parte là dove gli appetiti dei partiti non sapranno arrivare. Potrà solo constatare cosa faranno i veri detentori del potere, rimbrottarli e lamentarsi. Dire che così non va bene e alla fine abbozzare.

E' sempre stato così. Alla malinconica manifestazione romana degli intellettuali di sinistra invitati da Fassino, ha fatto il suo bel discorso uno stimato uomo di cultura che ha avuto modo di fare il presidente della Rai. L'ha lasciata, la Rai più cretina, terzomondiale e squallida di come l'ha trovata. Nonostante lui, per merito suo. E' la dura vita dei presidenti, baby.

Maurizio Maggiani – IL SECOLO XIX – 24/02/2002

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