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MAURIZIO MAGGIANI

– IL SECOLO XIX – 06/03/2002

Il Palazzo degli equivoci

Ci passo davanti tutti i giorni, tutti i giorni ci entro, ci scorrazzo, ne riesco e ci ripasso, eppure un'idea chiara su Palazzo Ducale ancora non me la sono fatto:

So che mi piace, so che è bello, so che è lì, vasto e misterioso come il sogno di un principe ereditario, so di non poterlo raffrontare a nessun altro palazzo in Italia, ma se dovessi dire, proprio non saprei.

A che serve Palazzo Ducale? Per cosa è stato riprogettato? Che idea di sé cova nel suo cuore, dei cento ventricoli? E' un palazzo d'uffici? Forse. Uffici ce ne sono così tanti e complicati che ancora non li conosco tutti.

Nella facciata di piazza De Ferrari, sulle magnifiche finestrate di piano terra, sono affisse ai vetri le decalcomanie che al di là di ogni ragionevole dubbio mi indicano che lì troverò il Touring Club, senza neppure il fastidio di accedere all'atrio e alla sapiente segnaletica per venirlo a sapere.

E' il palazzo del Touring Club? No, perché basta che mi sposti sull'austera facciata di Matteotti e i numerosi drappi di moderna plastica che allegri garriscono al vento mi dicono che è molto di più: tavola del Doge, museo del jazz, stanza della poesia, gioielli.

E chissà cos'altro ancora potrà essere il Palazzo quando il vento di maestrale si placherà e nuovi vessilli potranno essere innalzati. Un centro di ristoro? Un centro congressi? Un panorama per matrimoni alla moda, una loggia delle mercanzie, un centro di bellezza? Sì, l'esperienza diretta conferma che ragionevolmente è tutto questo. Ma è anche dell'altro ancora. Uno spazio espositivo per grandi mostre d'arte, ad esempio. Lo so per certo perché di grandi mostre cerco di non perdermene neanche una e a palazzo Ducale ho più di una volta trovato pane per i miei denti. Forse con una certa fatica, ma l'ho trovato.

La fatica deriva dal fatto che per qualunque cosa sia stato riprogettato Palazzo Ducale, non è stato certo per ospitare delle mostre d'arte. Non mi spiegherei perché altrimenti ho visto la mostra ultima e la penultima e la terzultima – se ben ricordo – negli scantinati del Palazzo. Dove dovrebbe starci un'enoteca, o le civiche prigioni, o un locale di punk rock, o il suk interculturale o l'annona delle granaglie; tutte cose che incontrano il mio e il generale gradimento, per altro. Ma non una grande mostra di dipinti o di che.

Credo che gli organizzatori lo sappiano e per questa ragione abbiano predisposto alcuni salubri accorgimenti. Il falso ingresso, ad esempio. L'ingresso vero dello spazio espositivo – consegno fotografia e chiedo che sia acclusa agli atti – è quel pertugio che ho imparato col tempo a riconoscere, esaltato da un ridente drappetto in plastica antistrappo, Sarebbe altamente improbabile che un provinciale, come me, o un giovane inglese o un attempato marziano, possa immaginarsi alcunché di appetibile in fatto di Kandisky o di chiunque altro, oltre quella soglia. Per questo, immagino, è stato predisposto un ingresso virtuale, e adeguato, al grande portale di De Ferrari. Dove eleganti, questi sì, stendardi traggono in benigno inganno il numeroso pubblico. Venghino siori, venghino. Che prima di accedere alla mostra possono così saggiare l'ufficio informazioni, il caffè, il Touring, l'amministrazione, la presidenza, il centro di bellezza e quant'altro, si frappone tra loro e il labirintico, malsano seminterrato lato Matteotti, la cui agibilità deve essere stata estorta alla competente commissione in languida ora notturna, la cui confacenza deve essere maturata in un brutto sogno nella pennica pomeridiana di chissà chi.

Ci sono Mostre Missionarie, mi piacciono e le frequento, in molte parrocchie della città assai meglio ospitate delle mostre della cripta del Palazzo. Per colmare la mia ignoranza sono un assiduo frequentatore di esposizioni d'arte e di ogni altro presidio culturale. Credo di aver visto molti luoghi in Italia ed Europa nati o adattati per questo servizio, ma nessuno così bizzarramente organizzato come Palazzo Ducale.

Un presidio culturale deve essere vitale, progressivo e accogliente, naturalmente; offrire cultura in modo appropriato e amichevole. Ci sono musei in Europa dove il buffet è il migliore locale della città o dove i bambini sono accolti come in un affascinante parco giochi, strutture dove è piacevole passare un'intera giornata a fare ma nessuno, che mi risulti, dove l'offerta culturale viene servita negli spazi che avanzano da tutto il resto. E dove ogni cosa del resto è una roba che va per conto suo. Persino nei centri commerciali si può incappare nell'armonia, che nel pittoresco condominio del Palazzo è qualità ascosa o segreta.

Ho visto la mostra Kandisky-Vrubel'-Jawlensky. Per me è stata una cosa importante e spero che lo sia stata per le altre molte persone che l'hanno vista rischiando l'attacco claustrofobico, lo smarrimento, il debito d'ossigeno. L'importante non è stato Kandisky; aver messo quel nome al primo posto, devo dirlo, ha il vago sapore di ingegnosa, e furbastra, tentata vendita. No, ma Vrubel': una scoperta. Per quello che ne so, per la prima volta in Italia l'utente comune ha potuto conoscere questo pittore sicuramente importante. Non saprei dire in Europa quanto sia conosciuto. Persino il falso lo onora. Mi chiedo: è improprio pensare che questo gesto di cultura sia stato buttato lì, come una cartata di acciughe in un cantone di piazza Matteotti?

Maurizio Maggiani – IL SECOLO XIX – 06/03/2002

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