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MAURIZIO MAGGIANI

IL SECOLO XIX – 09/05/2002

Il mio Topolone aspetta ancora un'idea per Genova

Ho abitato per un anno al Molo in un vico stretto e quasi segreto, una fessura d'ombra tra i palazzi di Piazza Cavour. Ogni sera tornando a casa, per tutto il tempo che vi ho vissuto, ho trovato ad aspettarmi, seduto davanti alla sua casa, un topolone. Il Topolone, come naturalmente è diventato negli occhi e nel tempo e con la confidenza. Non ho mai ricevuto da lui avances o richieste di alcunché. Nel nostro vicolo, pulito e ordinato, semplicemente, si godeva la notte e le relazioni di buon vicinato. Lo salutavo, lui arruffava silenzioso il capo, mi dava una sbirciata discreta e rientrava nel tombino di casa, come se il mio arrivo fosse il tocco d'orologio della sua ritirata, e che io fossi sano e salvo la notizia che aspettava per dormire tranquillo.

Ho lasciato il Molo per via di un grave e decisivo inconveniente.

Nel mio piccolo appartamento avevo due finestre, una sul mercato del pesce e una sulla sopraelevata, così che avevo due ore nella notte per dormire tranquillo, tra la fine del traffico dei nottambuli e l'apertura del mercato, e un'oretta sì e no al giorno per lavorare con profitto, tra la chiusura del mercato e l'inizio dell'apertura del semaforo.

Un po' di sollievo dall'assillante inquinamento acustico me lo dava nel giorno la melodia del dolce e sommesso tubare delle tortorelle in amore, che sostavano sul davanzale quel poco che era loro consentito dalle trappolette antiscacazzamento da me astutamente predisposte.

Mi ha dunque cacciato dal Molo non la discreta presenza degli animali, ma l'indiscreto fastidio che mi hanno procurato gli umani nell'ambito delle loro legittime e necessarie attività. I casi della vita sono infiniti.

Ora vivo a Castelletto, in una bella casa con panorama, nel perfetto silenzio e con i vicini gentili e discreti. Il Topolone non mi ha seguito, e ho un pò di nostalgia per lui., per il suo sguardo pensoso, per i suoi silenzi carichi di mistero. Non ho nostalgia delle tortorelle, che con lena ora tubano e amano sul montanti delle tende parasole dove mi è impossibile sistemare difese di alcun genere. E pur vivendo in uno dei quartieri più vivibili d'Europa, ho nostalgia del Molo e del Centro storico.

Amo le fogne? Nell'inferno e nel degrado prospera la mia arte? No, non credo, a meno che non ci sia un lato oscuro e ignoto di me che solo uno psichiatra potrà dare. Credo di amare le bellezze e la vita, cose che a Castelletto ci sono, ma sopite, tenui, ovattate; mi piacerebbe vivere accanto al futuro, alla vita che cresce, a ciò che verrà. Nella casa di sei appartamenti del Molo c'erano in fondo al portone due carrozzine, altre tre nel portone accanto. Qui, in un condominio di trenta appartamenti, è così raro sentir ridere o piangere un bambino, che quando succede mi fermo ad ascoltare come al cospetto di una meraviglia.

Ma soprattutto ho nostalgia di quello che il Centro storico sembrava poter diventare, di quello che ho visto nascere, di quello che mi sarebbe piaciuto veder crescere. Ho nostalgia di una fantasia, di un'idea del vivere che ho imparato e condiviso con gente di venti anni e di settanta, borghesi e proletari, impiegati interinali e noti professionisti. Ho nostalgia dell'orgoglio affaccendato e della dolenza speranzosa di quella gente. Ho visto questo e di questo ho nostalgia.

Non ho mai visto una fogna, non ho mai visto l'inferno dei vicoli. Ho visto gli spacciatori e gli ubriachi, i ladri e gli accattoni, ma non li ho visti sguazzare nel degrado. Li ho visti contendere, lottare per prevalere, incistarsi e allignare in un organismo vivo. Li ho visti sfruttare le occasioni per prosperare, non crearne di nuove. Il Centro non è il loro, può solo diventarlo. Per diventarlo basta che ciò di cui ho nostalgia decida di ritirarsi, o qualcuno lo spenga.

Il Centro non è di chi ci abita e ci lavora, non solo. E' una vasta ricchezza che appartiene a tutta la città, alla nazione, all'umanità. Il mondo intero ha il diritto di goderselo, come l'intero mondo che lo frequenta ha il dovere di rispettarlo. Il Centro è uno stile di vita, uno stile creato nei secoli dai suoi muri, dalla sua gente, dalla sua attività. E' uno stile, un carattere che nel tempo si evolve e si adatta sfruttando le risorse e le occasioni che incontra, che gli vengono offerte; è un carattere che può corrompersi e dissolversi se le occasioni vengono a mancare o gli sono avverse. Non ne ha avute poche negli ultimi anni e le ha usate.

Si sta formando, visibile, immaginabile se non tutta tattile, un'epoca, ancora un'altra epoca del Centro. Ma quest'idea deve imporsi, deve avere i mezzi materiali culturali e politici per essere l'Idea. L'unica Idea buona per investirci tutto quello che la città intera può dare di materiale spirituale. Se c'è questo non c'è spazio per nient'altro. Chi non è d'accordo che l'Idea smamma, non c'è trippa per lui. Sarà duro ma è così; è un fatto, è così ovunque nelle città del mondo. E' una responsabilità che non possono prendersi né i politici, né i commercianti, né gli studenti, né i poliziotti, né gli architetti da soli. E' una responsabilità, un dovere, una necessità che deve assumersi la comunità e che la comunità sceglie per rappresentarla al meglio.

Chiudere i locali e le strade, ad esempio, non è un'idea, e nemmeno fare deserto lo è: questo è solo ritirarsi, darla vinta a chi prospera nell'assenza di vita. Aprire i locali, fare folla invece è un'idea, dipende da che locali e che folla la bontà dell'idea. Chiudere bottega, lasciar perdere, è facile, e a volte pare che questa città ci sia portata a farlo; aprirla e investirci un po' meno, e pare che le idee in proposito non siano sempre state il nerbo della genovesità. Si può discutere di idee in campagna elettorale? Non so, di solito è il momento meno adatto per quelle che lo sono davvero.

Maurizio Maggiani – IL SECOLO XIX – 09/05/2002

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