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MAURIZIO MAGGIANI

Quanto ancora resisterà il mio scoglio a Monterosso?

Sono tornato a Monterosso. Ci sono tornato di mattina presto, con il treno carico delle sguattere equadoregne, delle cameriere cubane, dei venditori senegalesi, delle massaggiatrici cinesi, in viaggio assonnati e bisbiglianti per prendere per tempo il loro posto nella capitale del boom turistico delle Cinque Terre.

Sono arrivato nell'ora quieta e fresca, quando ancora il sole non ha valicato la collina di Soviore, e Fegina se ne sta in pace e in silenzio a godersi il canto dei fringuelli che scivola giù sul pelo della risacca dalla vigne dell'Uccelliera e i lecci dei Cappuccini. Quando, la spiaggia è ancora intonsa e gongola di piacere sotto il pettine dei bagnini, pronta a darsi per un po' di buoni euro al mezzo mondo che tra poco ciabatterà dalle stanze, dai bed & breakfast, dalle cantine e dai fondi riattati, dalle pensioni, dai treni, dai pullman, dagli ostelli e dai vaporetti, smanioso di spassarsela un po' con la natura, così come hanno promesso i depliants, ferocemente intenzionato a godersi fino all'ultimo centesimo tutti gli aggettivi che ha snocciolato giù la guida.

Sono tornato dopo anni rompendo il giuramento di non metterci più piede, sono tornato per nostalgia. Me ne ero andato il giorno stesso in cui il treno ha mollato giù il primo contingente di turisti americani. Proprio quella mattina il giornale titolava: le Cinque Terre, mare a quattro stelle. Ho fatto due più due e ho tagliato la corda. US dollar più natura incontaminata sono una miscela micidiale. Per la natura, per l'anima di chi ci vive, per le abitudini di chi, come me, frequentava l'una e l'altra nutrendosi nell'illusione che potessero essere dimenticate dalla ferrea legge della speculazione globale.

Non me la sento di contendere con almeno 10 milioni di American Express Gold un metro quadro di spiaggia, un bicchiere di vino, una passeggiata su una crosa di mare. E così ho lasciato libero il posto. Ma avevo nostalgia, e all'alba, di nascosto come un vecchio conoscente povero, sono tornato. Il tempo almeno per fare un bagno all'ombra del mio scoglio. Che non è proprio mio, naturalmente, bensì dell'umanità intera, ma che è anche mio, così come lo sono le cose animate e inanimate che si è imparato ad amare.

Si può amare un grosso sasso puntuto? Sì, certo, così come si può amare una casa, un albero, uno sguardo d'orizzonte. Lo scoglio ha un nome, naturalmente, così come lo hanno tutti i sassi e tutte le zolle di terra a Monterosso.

Si chiama Rocca du ma' passu, ed è quella roccia, quel castelletto scuro e irsuto che delimita a levante la spiaggia di Fegina, e all'estremità sinistra un milione almeno di cartoline illustrate. Il suo nome vuol forse dire scoglio del cattivo passaggio. Forse, perché nella lingua di Monterosso ma' ha tre significati: mare, madre e male. Potrebbe anche voler dire scoglio dove passa la madre, o scoglio del passo di mare.

Strana lingua e strana gente quella che usa una sola parola per dire tutto, visto che io mare, la madre e il male sono pressoché tutto il compendio della vita. Erano tutto, almeno, ai tempi nemmeno remoti che qui non solo signora mia era tutta campagna, ma sterilità, miseria e esilio. Ho nuotato attorno al mio scoglio come uno spinarello attorno alla sua amata, mi sono imbolato nelle spire delle sue secche per disturbare le vecchie stupide salpe che pascolano le sue alghe, mi ci sono arrampicato sopra, sconsideratamente rischiando di rompermi l'osso del collo, solo per fargli capire che non sono poi così invecchiato.

E invece è invecchiato lui. Con incredibile velocità per una creatura geologica. Si è consumato, franto, rotto. Se lo sta mangiando il mare a quattro stelle, così come si sta mangiando la spiaggia attorno. Lo so che il mare non è cattivo; non è neppure buono, se è per questo: il mare è il mare e basta. C'è un caratteristico parcheggio in riva al mare a levante di Fegina. Per farlo hanno ammarato un promontorio lungo cento metri. Il mare si è adattato e ha cambiato strada, il mio scoglio e la sua spiaggia, no. Sono lì che patiscono il nuovo giro di corrente; finché dureranno, e poi buonanotte al secchio.

Quel parcheggio è lì da vent'anni ormai e non credo che a nessuno passerà mai per la testa di toglierlo di mezzo. Andava a suo tempo messo in galera chi anche solo si era fatto passare per la testa di costruire un parcheggio grande come un campo di calcio sulla spiaggia che è forse la più bella di Liguria. Quando Ma' Passu verrà giù io sarò morto da un pezzo e per le cartoline se ne troverà un altro: si presta bene anche lo scoglio Du Pae veciu, del vecchio padre. Non sarà una perdita grave per nessuno se non per quelli che lo hanno amato, che non possono vantare alcun particolare diritto o primazia.

Le Cinque Terre, basta dare un'occhiata, si prestano a ben altri danni. Ma quando mi hanno raccontato che sul Ma' Passu ci vanno i giovani turisti americani la notte a sbronzarsi, mi si è stretto il cuore, mi sono girati i cosiddetti. Mi si è stretto il cuore perché i suoi ultimi giorni Ma' Passu avrebbe il diritto di viverli con maggiore dignità, con maggiore amorevolezza, vorrei dire. E mi son girati non per i ragazzi del Texas e dell'Ohio, i fiduciosi, allegri, scervellati padroni di un mondo che non capiranno, impossibilitati a farlo. Ma per la gente di lì, che in cambio delle loro sbronze, ci fa su una grande ricchezza, e quella ricchezza dovrebbe saperle usare bene, visto che proviene non da loro personale proprietà, ma da un patrimonio dell'umanità intera, così come da atto ufficiale dell'Unesco.

Le Cinque Terre sono un parco, e un parco oggi è business sostenibile, che sarebbe come dire fare affari con amore. Forse non è possibile, e appiccicare 4 stelle a un angolo di paesaggio sta a indicare, irrimediabilmente, solo come e a quale prezzo consumarlo. O forse si può ancora chiedere a quella gente che per centinaia di anni si è sfiancata le reni lavorando quella terra per conservarla, di non tradire la propria dignità e il proprio orgoglio. Allora, forse, il business potrebbe essere sostenibile anche per la Rocca du ma' passu. E invece che spolparla quella terra il business potrebbe addirittura essere costretto ad amarla.

Maurizio Maggiani – IL SECOLO XIX – 07/07/2002

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