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MAURIZIO MAGGIANI

Il coraggio di avere dei principi da difendere

Val la pena di mettere in gioco la vita per un principio? Io non so se ne sarei capace, e voi? Chissà. Chissà se è addirittura giusto farlo. La vita, innanzitutto: viviamo per la vita. Mio padre la pensa in maniera diversa; infatti a un certo punto della sua vita ha pensato che fosse giusto e se ne è andato sulle montagne a mettersi a repentaglio.

Come lui, prima di lui, molte migliaia di persone, molte generazioni hanno trovato naturale mettere in conto la propria sorte in nome di ideali e principi. Lo hanno fatto con naturalezza, come se fosse dovuto, uomini e donne do ogni censo e cultura; sono quelli che ancora oggi, se mai ci capita di ricordarcene, siamo propensi a considerare i migliori a cui abbiamo dedicato monumenti di gratitudine. Gli eroi della nostra patria, gli eroi dei nostri ideali.

Interrogati sulle nostre propensioni, assai difficilmente saremmo dell'idea di imitarli, di mettere a repentaglio la nostra esistenza, o anche solo la posizione o la rendita per un principio, caro quanto ci possa parere. Forse non ci sono a disposizione di queste epoca principi abbastanza forti da meritare la nostra dedizione? O è piuttosto che le generazioni del presente sono fatte di codardi? Magari non è vera né l'una né l'altra, ma la parte eroica di noi, ciò che in fatto di dedizione ideale abbiamo ereditato dalle generazioni che ci hanno preceduto, è semplicemente silente, assopita da qualche parte dentro di noi, narcotizzata da quella droga di massa che è stata dispersa a tonnellate sui cieli d'Italia negli ultimi venti anni: la droga del quieto vivere, il sonnifero del tirare a campare.

E lo facciamo con zelo, questo, dissipando giorno dopo giorno una rendita morale che abbiamo ereditato perché fruttificasse, e che invece si consuma nel paesaggio di cartapesta che gli illusionisti che amiamo eleggere a maestri di vita ci fanno apparire come il migliore dei mondi possibile.

Ci sono in questi giorni due morituri che camminano per le strade del nostro paese; due uomini affatto diversi, agli antipodi nella persona e negli ideali. Ambedue hanno messo in gioco la loro vita, uno quella fisica, l'altro quella morale e politica. Non sembri che questa sia una morte da meno, se aggiungete pure il fatto non trascurabile che assieme al secondo rischia di di lasciarci la pelle il più grande sindacato del paese e molti, molti milioni di lavoratori.

Già, Marco Pannella e Sergio Cofferati. Niente li può tenere assieme se non l'ostinazione usque ac cadaver a cui affidano i principi che intendono affermare. Possiamo discutere ed essere in disaccordo sui loro principi, ma principi sono. Possiamo pensare che non ci sia proporzione tra i due, ma ambedue vogliono che sia affermato un principio costituzionale, e la Costituzione non ha un articolo che conta e l'altro no. Val la pena di rischiare la morte solo perché il Parlamento del paese abbia i deputati di cui è stato privato in virtù di un meschino trucco elettorale? Val la pena di farlo perché il lavoro della gente conservi la dignità che la Costituzione gli garantisce?

No? Perché no?

In realtà non abbiamo una buona risposta in proposito, e allora diciamo dell'uno o dell'altro o di ambedue: perché sono in malafede, nascondono altri interessi, sono ricattatori, giocatori di poker che tentano l'ultimo bluff. Ammettere che siano in buona fede è troppo doloroso: significherebbe ineluttabilmente constatare che ci sono valori abbastanza grandi per risultare irrinunciabili e uomini che ne traggono le debite conseguenze. E che questi uomini sono lì, solitari come è stato in mezzo a una piazza deserta, per rinfacciarcelo. Non tirano a campare loro.

Io sono personalmente e fermamente convinto che assomiglino a mio padre, che siano in assoluta buona fede. E che questo possa parere strano solo perché la sporcizia con cui abbiamo imbrattato la vita politica del nostro paese abbiamo imparato a buttarla giù, solo perché ha lo stesso colore, come cioccolata. Pannella molto probabilmente avrà salva la vita. Se non altro perché trovare 14 deputati da ficcare in Parlamento è solo questione che quelli che già ci sono si mettano d'accordo per il loro stesso quieto vivere.

Sarà assai difficile invece che Cofferati abbia salva la sua. In primis perché la sua battaglia è enorme per vastità d'interessi e implicazioni. Basta dare un'occhiata all'accordo appena firmato per chiedersi come mai per così poca roba si è scatenato tutto 'sto casino; e, conseguentemente, interrogarsi sul non scritto e il non dichiarato, su quanto di ideale e di principio sia implicito in una roba che solo un illusionista può far apparire come un concreto piano di sviluppo per il paese. Dopo di che perché, mentre Pannella ha qualche amico tra quelli che hanno voce, e questo lo aiuta e aiuta i principi per cui combatte, Cofferati è invece l'uomo più solo del paese. Sempre che si escludano alcuni milioni di lavoratori. Ma quelli basta far finta che non esistano, stabilire che non possono capire; basta non interrogarli. Per il resto ha solo nemici, e naturalmente i suoi più fervidi antagonisti ce li ha nel partito dove milita, nella coalizione che sostiene.

Io non so, sinceramente, se Cofferati abbia ragione, ma so una cosa per certa. Non ce n'è uno tra gli strateghi della sinistra che lo accusa di portare alla sconfitta il sindacato, che a sua volta non sia già stato sconfitto; non uno tra chi lo accusa di mire di potere che non abbia speso le sue migliori energie per il potere, la sua conquista e il suo mantenimento, anche lui usque ac cadaver. Gente già tutta morta e già risorta che intende giocarsi tutte le chance del gatto, e sono sette ahimé. Gente che quando sente parlare di principi o ideali, o ti sbeffeggia, perché sei un'idiota destinato alla sconfitta, oppure ti guarda con sospetto, ricordando bene l'uso che ne ha fatto quando il paese ha chiesto di metterli in pratica. Fosse anche vero ciò di cui si accusa Cofferati, io la predica la giudico sempre dal pulpito da dove la sento. E per quanto mi riguarda personalmente, ciò che vorrei poter essere abbastanza uomo e abbastanza cittadino per trovare naturale mettere in gioco la mia vita per un buon principio, per un giusto ideale.

Maurizio Maggiani – IL SECOLO XIX – 13/07/2002

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