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MAURIZIO MAGGIANI

Voglio sapere chi ci specula

So che non è molto elegante parlare di sé, ma a me ne è capitata una così grossa che forse merita la mancanza di discrezione. Il fatti, nella sua agghiacciante banalità, è il seguente. Sono diventato povero. Come accade per molte quotidiane piccole tragedie la rivelazione mi si è dispiegata improvvisa e inaspettata, lasciandomi traumatizzato e indifeso.

E' accaduto venerdì scorso, e ho impiegato una settimana per cercare di farmene una ragione. Sia chiaro, non sono qui a chiedere compassione o carità; la mia povertà, voglio precisarlo subito, è ancora ricca di privilegi: non l'ho incontrata al cospetto del mio stomaco vuoto e dell'ufficiale giudiziario; no, niente di così vistoso, ma più intimamente, borghesemente, nella piccola sordida vergogna di una carta di credito vuota alla cassa di una grande libreria. Per la prima volta dai tempi belli e remoti che i libri dovevo sgraffignarli se volevo leggerli, non ho potuto comprare quelli che desideravo. Perlomeno non quanti avevo deciso di acquistare. Per me, piccolo professionista dell'intelletto, i libri sono come il pane, le mutande, la musica e i toscani: beni essenziali per vivere. Se devo rinunciare a un libro, vuol dire che sono povero.

E questo proprio non me lo aspettavo: vivevo da anni ormai nella certezza che i miei fondamentali, almeno quelli, fossero sani. Ho indagato, seguendo a ritroso le tracce delle mie spese, ed ecco cosa ho scoperto. Non ho fatto pazzie, lo giuro. Sono stato, e ho continuato ad essere fino ad oggi, un consumatore abitudinario. I miei bisogni e i miei desideri sono stabili come il mio stile di vita e il reddito che lo sostiene.

Ed è proprio qui che ha allignato il disastro. Avevo smesso di controllare il prezzo di ciò che compravo. Da quando l'inflazione non è stata più un problema, sono diventato sicuro e fiducioso.

Sicuro di ciò che potevo permettermi, fiducioso della stabilità del suo costo. Un paio di scarpe e una camicia, il prosciutto e i fichi, la pizza e la birra, un libro e un cd, il concerto e l'aperitivo; il tutto a un tanto e non più di quel tanto, cento lire più, cento lire meno. Ecco la crema dei miei consumi, ciò che considero una vita da pascià; quel genere di vita non troppo offensiva delle miserie, né troppo ristretta, che ti regala un'appagante dignità senza farti vergognare del privilegio che comunque rappresenta.

Avrei dovuto dare un'occhiata ai cartellini dei prezzi, avrei dovuto farlo almeno in questi ultimi mesi. Avrei scoperto che niente di tutto ciò sopra elencato è più come prima. Vai in pizzeria da una vita e sai che se c'è una cosa fissa come l'empireo cielo, è che una pizza e una birra fanno 15 mila lire. Ordini la pizza senza neppure guardare il menù, è la “Napoli” che vuoi, come sempre, con la sua chiara media. Ma oggi quella Napoli non costa più 15 mila, non esistono più le lire; oggi vale 10 euro. E, lì per lì, la cosa a cui ti assomigliano di più 10 euro sono 10 mila lire. Grave errore, come sappiamo bene, perché invece assomigliano come due gocce d'acqua a 20 mila lire.

E così ogni altra cosa di quel particolare paniere totalmente escluso dall'indice di inflazione che ti garantisce quel modesto benessere che vivi come un diritto acquisito, e che invece non lo è più da quando le scarpe che l'anno scorso erano in liquidazione a 100 mila lire quest'anno lo sono a 100 euro, i fichi che la passata estate erano a 4 mila oggi sono a 4 euro, la sdraio da 10 mila ai bagni comunali dell'anno scorso, adesso a 10 euro. E di tutto questo non ti accorgi finché non ti trovi davanti a una cassa non la tua carta di credito buona per grattarti, perché nessuno ti ha avvisato di una straordinaria inflazione che ti ha pugnalato alle spalle. Un'inflazione che ufficialmente rimane al 2%, naturalmente, visto che si tratta di una pura astrazione, di un intento e un accordo a cui non sei stato chiamato a testimone. E allora ti metti lì a rifare per bene i conti e tagli un po' qui e un po' là. E in questo modo ti purifichi, liberandoti di molti agi che altri assai più sfigati di te sono da sempre costretti a considerare il superfluo, come i libri, o i giornali o, naturalmente, l'aperitivo.

Purificandoti ti intristisci, sapendo che la tua è una povertà che non può fare pietà a nessuno, nemmeno a te stesso. Ma ci sarà bene chi invece di purificarsi si ingrassa. Nessuno confessa. Se chiedi al pizzaiolo, allo scarpaio, all'ortolano o al barista, ti guardano come se gli dessi del ladro. Bene, loro no. Allora chi? I grossisti di mozzarelle e scarpe? Pare di no. Allora? Gli allevatori di vacche, i fabbricanti di suole? E se non loro chi? Il buon Dio creatore e padrone di ogni cosa? Chi mi sta impoverendo? Voglio saperlo. E siccome ho fondati sospetti che ciò che viene sottratto a me non va a far star meglio il garzone che impasta le mozzarelle o l'operaio che cuce le scarpe, ma semmai chi ha già molto più di me, voglio capire se lo può fare impunemente, perché tanto è così che va il mondo. In questo caso ho la ferma intenzione di difendere i miei privilegi in fatto di libri, pizze e concerti, contro i suoi, e mi sento di dire che si tratterà di una lotta giusta.

Naturalmente tornerò a comprare libri, anche a costo di rinunciare ai toscani, ma sarà meglio che riveda un po' le mie letture. Se mi devo attrezzare alla difesa contro gli speculatori, sarà opportuno che frughi negli scaffali a vedere se c'è rimasto qualche vecchio testo di cucina di Karl Marx. Vecchie ricette, purtroppo, le sue, ma la nouvelle cuisine non è più alla mia portata, purtroppo.

Maurizio Maggiani – IL SECOLO XIX – 08/08/2002

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