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MAURIZIO MAGGIANI

Un panino, un muratore e una vecchia canzonetta

E' fine estate, è sabato mattina, presto. Il sole non ha ancora valicato i pini della Spianata e giù per la crosa dell'Incarnazione scivola l'ultimo sospiro del refolo notturno; è probabile che oggi sia ancora giornata di macaja, ma ora l'aria è ancora fresca e dolce. Bevo il mio latte e caffè sul balcone mentre laggiù, oltre la lunga mano del Bigo, silenzioso entra in darsena un traghetto. Non sono ancora la sette e c'è silenzio ovunque; neppure i pappagallini della Spianata, indolenti carioca, hanno iniziato a berciare. Ma mentre accendo il mio primo toscano, ecco, nella casa qui sotto si accende una radio, una piccola radio a transistor che una mano ha poggiato sul davanzale di una finestra, e nel silenzio tutt'intorno si spande una canzone: quando il sole sorgerà e con il sole io verrò da te amore amore vieni incontro a me...Massimo Ranieri, San Remo. Quando? Sessantasette, sessantotto, sessantanove? Non so. So solo, ascoltando, che ora la ricordo a memoria. C'è qualcun altro che la sa a memoria, perché ha preso a cantarla a voce spiegata: è il padrone della mano che ha acceso la radio, la mano che ora sta compiendo ampi, ritmici movimenti circolari di cui fino al mio balcone arriva solo il suono. Riconosco anche quel suono, riconosco la mano: è la mano di un muratore che sta lisciando l'intonaco dell'appartamento che ristrutturano qui davanti; sta usando uno sfratazzo, sta sfratazzando. E' un rumore inconfondibile. Inconfondibile come la voce di Massimo Ranieri, come quella di Paul Anka, che lo appena sostituito con ogni volta ogni volta che torno, sento tanta tristezza nel cuor, come lo scricchiolio della carta oliata del panino che sta scartando, ora che sta facendo colazione mentre io scrivo. Inconfondibile per me, inconfondibile per lui, e forse per nessun altro al mondo. Chi, fuori da questo mattino di ultima estate, di là da questa crosa, è al corrente dell'esistenza di uno sfratazzo, della voce di Paul Anka, di un panino incartato nella carta oliata? Chi, al governo e all'opposizione, nella stampa e alla televisione, alla facoltà di architettura e nei centri statistici di rilevazione? Questa mattina salita Incarnazione è altrove da qualsiasi ragionevole contemporaneità, è una specie di minuscolo acquario isolato dal mondo da una lastra di vetro da dove nulla può trapelare; una barchetta che galleggia placida in una dimensione quarta, quinta o chissà chi.

Ma nella barca con me c'è un muratore che ha sì e no la metà dei miei anni, un ragazzo che non dovrebbe conoscere la canzone che canta, né l'esistenza dello sfratazzamento. E con lui lavora un collega poco più grande di lui che ieri cantava vola colomba bianca vola. E adesso, lo sento, si sta facendo una grande, felice risata. Chissà perché, chissà per cosa. E c'è un'emittente radio che manda in onda ancora quelle canzoni, magazzini che vendono gli attrezzi per pareggiare l'intonaco, negozi che fanno panini con la mortadella – ne hanno ordinati altri quattro con quattro birre poco fa – e li sistema per bene nella carta oleata. Ci sono ragazze che amano giovani muratori canterini di antiche canzoni; lo so perché ogni tanto squilla un cellulare e si sentono risatine e allegri prendingiro. Ci sono sentimenti, oggetti, musiche inverosimilmente capaci di perdurare oltre le epoche, che bastano a fare un universo; un universo clandestino, anoressico della contemporaneità. Dio sa se mi piacerebbe mettermi a cantare con quei ragazzi giù sotto, proprio ora che la radio suona ma non vedete là in cielo quelle macchie di azzurro e di blu. No, non lo faccio: non voglio ficcare la mano nell'acquario, voglio che il piccolo, insignificante segreto di salita Incarnazione se ne resti in pace. Finché potrò godermelo e potrò godere a mio modo del grande privilegio di cui godono e soffrono i suoi pesciolini: essere altrove, viaggiare in quest'epoca infame con una radiolina, uno sfratazzo e un panino incartato. E restare vivi, e amare ed essere amati, e tirare avanti serenamente fino al prossimo piccolo cantiere, fino al prossimo telaio di finestra su cui poggiare la radiolina, fino alla prossima stupida, vecchia canzone e al prossimo mattino di ultima estate. Sabato mattino, perché i muratori a cottimo lavorano tutti i giorni che Dio manda in terra, festivi compresi.

Maurizio Maggiani – IL SECOLO XIX – 01/09/2002

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