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MAURIZIO MAGGIANI

Genitori onnipotenti con la paura dei figli

E' un pezzo che evito di leggere i commenti su questa nuova disperante gioventù traviata, su questa pubertà omicida aggregata in branco, su colpa, disagio, omissione, castigo e pietà; la ragione è che la trovo una pratica frustrante e perversa, masochista. La dottrina c'è tutta: abbiamo a disposizione i migliori psicologi, i sociologi più arguti, i giudici più consci, gli insegnanti più attivi, ma questo mare di riflessioni e di consigli, questa alta palestra di prese di coscienza e buoni propositi, è evidente, non serve a niente.

O, meglio, serve sì a qualcosa: a praticare un inefficace esorcismo collettivo su ciò che è appena accaduto, su ciò che, puntualmente, continuerà ad accadere.

Cerco di non leggere, ho detto, ma non sempre ci riesco. Così mi è caduto l'occhio su un reportage da Leno, il paese del branco, come ormai non ci si vergogna di chiamarlo, che mi ha molto colpito: “L'angoscia delle madri di Leno. Ora abbiamo paura dei nostri figli”. Questo tema, il fatto che nella ricorrenza dei vari massacri minorili i genitori, anzi, le madri – avete notato che quasi mai i padri compaiono? Tacciono stretti nel loro riserbo, attendono prima di esprimersi il parere del loro legale, non esistono proprio, o che? - si sorprendano a provare sentimenti angoscianti nei confronti dei loro figli, non mi giunge per niente nuovo. Ricordo che, quando di turno c'è stato Novi, la seguente frase “a volte mi scopro a guardare mia figlia con un disagio, per non dire paura”. Me l'ha detta un'amica. Una persona seria, una madre affettuosa e cosciente, che non dovrebbe nemmeno sognarsela una roba del genere. Ho chiesto ad altri miei amici e ho scoperto che non era la sola. Nessuno di loro, naturalmente, aveva ragioni materiali per temere il proprio figlio, nessuno riteneva in coscienza di essersi comportato in modo da suscitare la follia omicida nel sangue del suo sangue, eppure...

Cosa è successo in questa generazione di genitori, in questo modo di essere famiglia, da generare un'angoscia così straordinariamente “contro natura”. Da che mondo è mondo sono stati i figli ad aver paura dei genitori. Per mille e mille generazioni temere il padre e la madre, come si dice, è stata la regola, rozza quanto si vuole, che ha conformato l'educazione familiare. Si potevano temere i genitori per le botte che potevano darti, oppure per la loro severità dei giudizi professionali, perché potevano negarti l'amorevolezza, per la bizzarria delle loro decisioni, e a seconda dei casi avevi avuto fortuna o sfortuna, una buona o una cattiva educazione. A parte i casi, non rari, di crudeltà e insensibilità genitoriale, la loro autorità, il tuo temerla, era tollerabile abbastanza per fare di te un giovane ragionevolmente sano, ragionevolmente ribelle, non incline all'omicidio e alla violenza fisica in generale.

Era tollerabile perché avvertivi una cosa con chiarezza, una cosa semplice semplice: i tuoi genitori erano addirittura ossessionati da quello che ritenevano il loro ineludibile mandato, la loro missione, ciò che giustificava la loro vita. Fare di te un uomo, o una donna, migliori di loro. Più felici, più saggi, più colti, più ricchi, più sani, a seconda delle ambizioni questa o quella cosa o tutte quante assieme. Potevi non essere d'accordo sui loro progetti e passavi la pubertà e la tua prima gioventù ad opportici. Ma eri indotto a farlo sul loro stesso piano. Avevi anche tu una missione da compiere: volevi decidere tu chi essere, ma certamente volevi essere migliore. Un operaio più capace, un marito più dolce, un pensatore più libero, un pescatore più fortunato, un imprenditore più fantasioso. Credo che sia tutto qui il gran segreto per cui le cose nel mondo sono andate migliorando generazione dopo generazione. Nel conflitto tra padri e figli regolato, reso civile, dalla certezza di un compito semplice, naturale: fare migliori, diventare migliori.

Sono convinto che la stragrande maggioranza delle odierne mamme d'Italia – e dei padri, quando esistono – pensa in cuor suo di fare altrettanto. Bene, ma vorrei chiedere loro in che modo si concretizza il loro anelito. Quali sono le azioni quotidiane che compiono per tale fine. Cosa significa per loro agire per “un figlio migliore di me”, in base a quali idee e ideali agiscono. La verità è che abbiamo costruito una forma di società dove non è affatto indispensabile essere migliori di ciò che si è stati, anzi, è addirittura sconveniente, visto che viviamo nella folle convinzione di essere all'apogeo della nostra civiltà, della storia del mondo, all'ultima tappa del progresso. Più modestamente non sappiamo in che cosa si potrebbe essere migliori, visto che siamo bravi in tutto, visto che abbiamo maturato la quasi certezza dell'onnipotenza; ovvero dell'impunità. Allora un figlio più libero di pensiero significa che noi siamo servi, un figlio più abile nel lavoro ci fa degli incapaci, un figlio più amorevole ci rinfaccia la nostra aridità. Una cosa sola possiamo tollerare, perché, al compimento della storia, ci appare ancora di potenzialità infinita: che nostro figlio sia più ricco di noi. Nemmeno che viva più a lungo, visto che ci stiamo adattando all'idea di vivere pressoché in eterno. Ma i conti non tornano, non possono tornare. E allora ci sorprendiamo a guardare i nostri figli con la sottile angoscia di chi ha maturato una colpa che non sa, non può riconoscere. Perché se lo facesse crolleremmo noi, crollerebbe tutto.

Maurizio Maggiani – IL SECOLO XIX – 11/10/2002

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