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MUSICA

L'onda blues che viene dal Mali

Il Congresso americano gli ha dedicato un intero anno di celebrazioni, un mostro della cinematografia come Martin Scorsese un ciclo di ben sette documentari. E' un lamento che ipnotizza l'anima, è l'anima stesso, con tutta la sua irrequietezza, il blues. L'unica musica che durerà in eterno. Per capirlo bisogna viaggiare: con gli occhi, le orecchie, la mente fare il percorso doloroso delle navi negriere e poi tornare di nuovo indietro, a casa. Dalla madre, Africa. Scopriremo che c'è un luogo, il Mali (lo stesso esplorato da un film di Scorsese), dove la madre originaria si incarna in mille volti, mani, voci femminili, dove il blues non è prerogativa maschile ma anche di splendide regine dalla pelle d'ebano, Scopriremo che la loro musica è vendutissima in patria e nei paesi ex coloniali (la Francia su tutti), che sono loro le nuove eroine della “world music” e che la loro musica, meglio di qualsiasi altre, è l'esempio vivente di come il blues sia un figlio sballottato tra due madri: l'Africa quella naturale, l'America la matrigna. Chiedere a loro cosa sia il blues è un salto avvitato di significati: donne e blues-singer africane. Campionesse di unicità. Melodie struggenti e festanti che si avviluppano sui loro corpi sinuosi: “cantare il blues è raccontare la vita di tutti i giorni, dei figli del Mali, della vita nei campi, della fatica di tirare su l'acqua dal pozzo e del miglio pestato ancora nei mortai”, ci dicono candide anche se magari sono anni che si sono trasferite in Francia.

D'altronde il Mali suona il blues, da sempre, dice Ali Farka Toure, l'eminenza della musica nata sulle rive del fiume Niger, un gigante spirituale che non sa ne leggere ne scrivere e che costruì da solo il suo primo liuto con una scatola di sardine. Un giorno di qualche anno fa il chitarrista-antropologo Ry Cooder prese armi e bagagli e andò a trovarlo a casa sua: camminò con Ali per quelle strade polverose, traversò le acque limacciose del Niger per capire quanta strada quell'uomo aveva percorso durante la sua vita solo per raggiungere l'unico negozio che vendeva i ricambi delle corde per la sua chitarra, che suonava così simile a quella di John Lee Hooker. Poi se lo portò negli States, dove nacque Talkin' Timbuktu, un incontro tra due mondi nel segno del blues, tra il mali e la Florida, tra le acque sonnolente del Niger e quelle del delta del Mississippi. “Noi il blues lo abbiamo sempre fatto, da noi ha un altro nome, si chiama sonhai, tanghana”, dice Ali. Come a svelare che John Lee Hooker e Muddy Waters sono solo le appendici di un albero che cresce in Africa. E invece no, sono due cose diverse: innanzitutto in Mali essere bluesman è un fatto di casta (i griot sono discendenti della casta ereditaria dei Jali), in Usa è un fatto di dolore, di emarginazione, è cicatrice della ferita dello schiavitù.

Bemako, la capitale del Mali, e Timbuktu, città della sabbia e del fango, sono due dei centri culturali e musicali più vivi d'Africa in uno dei paesi più poveri del mondo. Quello che le cartoline ritraggono riflesso negli occhi blu del popolo dei Tuareg per intenderci. A Timbuktu e Bamako, dove i gruppi come la Rail Band vengono stipendiati dalle ferrovie dello stato, la musica inizia alle cinque del mattino, col canto del muezzin. Poi prosegue per le strade polverose e su Radio Mali, nelle case, nei banchi dei mercati, in ogni angolo. Accanto alla chitarra il Mali suona la kora, un misto celestiale tra l'arpa e il liuto, pizzicato con il pollice e l'indice nelle ventuno corde, che trova il suo amante ideale nelle voci dei griot, i cantastorie, e nel balafon, uno xilofono di legno duro. Dagli anni Sessanta dell'indipendenza il mali è divenuto un crogiuolo di effervescenza musicale, dove l'importazione della musica cubana ha creato una mistura straordinaria in cui le origini si mischiano continuamente alle nuove influenze, comprese quelle statunitensi del blues, del jazz e del funk. Per questo Scorsese (firmando in prima persona il suo contributo al progetto The blues), ha voluto compiere qui il viaggio del sogno panafricanista di Bob Marley (il ritorno nella terra madre). Ha fatto partire il suo Cicerone dagli Stati Uniti per portarlo in Mali, quello che un tempo fu un regno e prima ancora un lembo di terra incontaminata dove sradicare degli uomini e farli schiavi. E grazie a lui oggi si parla di un paese la cui musica negli ultimi venti anni è crescita, ha superato i confini, si è imbastardita ancor di più. Un nuovo incontro spiazzante che fa comprendere come stabilire una primogenitura del blues sia impossibile. Il Mali ha una marcia in più rispetto agli altri paesi africani dove la casta dei griot tramanda oralmente la vita e i costumi di un popolo: ha permesso che anche le sue donne, regine statuarie, cantassero i loro lamenti blues. La chiamano musica jalis, quella che Scorsese ha fatto suonare attraverso alcuni suoi protagonisti (Salif Keita, il principe albino ed eroe della world music con il suo vecchio progetti a fianco del ex Weather Report Joe Zawinul, lo stesso Farka Toure e Habib Koite) sottolineandone la straordinaria dinamicità. Si è dimenticato però, nel suo sforzo d'amore, di quelle regine, le “jalimusolu”, popolarissime in patria, sostenute spesso da facoltosi mecenati e autrici di cassette, non cd). Le uniche regine d'Africa che non sono costrette al mero accompagnamento col battito delle mani affusolate. In Mali donne dalla bellezza sconcertante cantano il disappunto per una società regolata da ferrei precetti islamici, la loro condizione di donne, i matrimoni combinati, la sudditanza domestica, il problema della poligamia. Le pioniere avevano nomi meravigliosi da regine: Sira Mory Kouyate e sua figlia Sanougue (prodotta nel '91 da Salif Keita), Coumba Sibide, Nahawa Doumbia e Dianka Diabate, cugina di Mory Kante, che tentò di tirar su una band di sole donne affascinata dalla corte di musiciste donne di Prince. Essere blues-singer in mali oggi significa mescolare gli strumenti tradizionali con le melodie del Kronos Quartet come fa Rokia Traore e significa il volto fierissimo di Oumou Sangare, un metro e ottanta di splendore, nata nel 1968 nei sobborghi di Bamako e divenuta a soli 21 anni la star di una nazione: amata dai politici che si affrettano a citarne i testi densi di moralità e rettitudine, dalla gente che ne acquista centinaia di migliaia di cassette, ambasciatrice di pace di recente premiata con una targa dalla Fao. Significa mescolare gli strumenti tradizionali con le suggestioni che arrivano dall'estero fino ad unirsi in un disco (Worotan, che significa “dieci becce di cola”, ovvero il prezzo di una moglie nella tradizione del mali) e Pee Wee Ellis, storico sassofonista di James Brown.

E pensare che a darle una mano, nella sua scalata al successo, agli inizi della carriera ci aveva pensato proprio il nostro Ali Farka Toure, uno che quando tornò in patria dopo un suo viaggio all'estero, portò la prima televisione nel villaggio, costringendo gli abitanti sconcertati a guardare a ripetizione la cassetta di un live. Indovinate di chi? Proprio di James Brown.

Silvia Bischero – L'UNITA' – 26/10/2003



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