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MUSICA

Fiorella: sì, sono rossa

Lei dice che l'Italia di oggi è la repubblica delle banane. Che la sinistra vince se impara il gioco di squadra. Che la tv è avvilente. Dicono che lei che è una leonessa. Discreta, elegante, non ha certo bisogno di rincorrere la frenesia mediatica. Canta: nel senso che esprime un universo di valori. Che nascono, sì, dal dubbio, ma che implicano che ci sono dei momenti (tanti, ahinoi) in cui è naturalmente schierarsi. Questa è Fiorella Mannoia. Cui la travagliata storia italiana di questo scorcio berlusconiano ha regalato una parte importante.

Insieme a gente come De Gregori, come Giovanna Marini, come Guccini e come Fiorella i palchi sono diventati il cuore pulsante di un paese che soffre e che non smette di sperare. Ora riparte in tournée, Fiorella.

Un disco ogni tre o quattro anni, quando c'è veramente l'urgenza, senza correre dietro le logiche snaturanti della discografia, pochissime apparizioni televisive in passato, oggi praticamente nessuno. Eppure, da qualche anno, nonostante la totale assenza televisiva (era un piccolo piacere esserci abituati alla sua presenza sanremese negli anni Ottanta), non c'è momento in cui non ci si accorga che Fiorella è in concerto (si parte domenica dal Verdi di Firenze: cinquanta date teatrali con un gruppo di otto elementi, tante canzoni mai eseguite e un'attitudine all'improvvisazione), che c'è un suo disco, che il quartetto più inedito d'Italia ha lasciato un segno.

Un momento d'oro...

Sì, sto vivendo un vero momento di grazia, un'onda positiva di soddisfazione che non mi fa sentire la stanchezza.

E' la musica d'autore italiana che ultimamente vive una nuova giovinezza. Pensiamo al duetto Marini – De Gregori, al suo trionfale tour a fianco di Ron, De Gregori, e Daniele o dei tutto esaurito di Guccini...

Tutti cantautori della “vecchia guardia”, e secondo me non è un caso. Probabilmente la gente in questo momento di tale confusione e fragilità del nostro paese, si attacca a ciò che conosce bene. Alle cose che gli danno sicurezza in un grangente di insicurezza totale. E così molti dei nostri ascoltatori sono giovani, quelli a cui probabilmente mancano punti di riferimento. Nessuno di noi credo faccia questo lavoro con l'intento preciso di lanciare un messaggio, sarebbe anche un presuntuoso pensarlo. Cantiamo ciò che siamo in maniera naturale. Certo la nostra musica ha una forte consapevolezza, è la prerogativa stessa della musica d'autore.

E cosa dire invece della nuova generazione di cantautori?

Sono sempre attenta, curiosa di sapere chi c'è in giro e in passato ho collaborato con Bersani o Silvestri, ma apprezzo anche persone come Carmen Consoli o i Tiromancino. Sarà perché in fin dei conti questi ragazzi non sono così distanti da noi, nonostante l'età. Mi trovo a parlare con Fabi come se parlassi con una persona della mia età. Si tratta di affinità culturali, elettive, di gusti, letture.

E' in discussione un progetto di legge che tra le varie cose prevede l'emissione radiofonica di musica italiana al 50 per cento a fronte di sgravi fiscali. Cosa ne dice?

Scusate ma questi nazionalismi mi fanno ridere. Siamo nell'ora globale degli scambi culturali, che ognuno metta la musica che vuole?

Le motivazioni è ovviamente quella di facilitare la vendita della musica italiana...

Ma non è così! Io non so come evolverà la nostra professione, non so quali supporti meccanici o elettronici avremo a disposizione, ma sicuramente qualcosa sta cambiando. Dovremo orientarci in altro modo, anche perché arginare il fenomeno di internet è impossibile. E in era di società multirazziali fare questi discorsi è ridicolo. E se poi in quell'anno la musica italiana non è buona, che succede? Sono obbligati a mandarla in onda lo stesso? Non sono d'accordo. Pensiamo a fare musica di qualità piuttosto.

Come?

Cerchiamo di investire e aiutare le nuove generazioni come è stato fatto con noi. Io mi ricordo negli anni Settanta lavoravo per la Rca come Dalla, Baglioni, De Gregori e tanti altri, ed eravamo stipendiati. Ci credi?

Allora è un problema di case discografiche?

No, è un problema innanzitutto di impoverimento culturale, inaridimento del pensiero, dell'uso dell'italiano, della televisione. E' un discorso complesso. Se ai ragazzi offriamo il modello della velina, o gli comunichiamo che l'aspirazione massima è quella di salire in estate sulla barca di Briatore, allora siamo veramente messi male. Come possiamo pretendere di fare il 50 per cento di musica italiana? Mi sembra un discorso riduttivo, comodo e populista.

Mi sembra di capire che lei non apprezza la tv...

Assolutamente no. E un anno che non la guardo. Neppure i tg, che dicono la stessa cosa, fatta eccezione talvolta per Rai 3.

Neppure ci va in tv...

No. primo perché non ci sono gli spazi, dunque le proposte si limitano alle ospitate. Ma regolarmente le rifiuto. Sanremo poi ormai non serve più a niente, tantomeno a vendere i dischi.

L'abbiamo vista suonare in piazza San Giovanni dopo il discorso di Moretti. Due giorni fa, discutendo sull'ultima applicazione della legge Cirami, l'onorevole La Russa ha detto: gli italiani, girotondini compresi, ci dovrebbero chiedere scusa per aver criticato la legge Cirami. Che ne pensa?

Io non so cosa dire in questo frangente. Sono preoccupata per il mio paese. Mi sembra che stiamo vivendo la Repubblica delle banane. Non so commentare, non trovo più le parole. Mi par di vivere in un paese dell'America latina, nel periodo peggiore.

Visto che viviamo nella repubblica delle banane, ha provato la necessità ultimamente di scrivere qualcosa di militante?

Nel corso di questi anni le posizioni le ho prese sempre con coraggio, e per questo c'è sempre stato chi mi criticato. C'è chi pensa che le persone di spettacolo non debbano prendere posizioni politiche ma io non sono affatto d'accordo, perché prima di essere un artista mi sento un cittadino di questo paese. Certo non si possono scrivere canzoni di protesta della serie: piove governo ladro. Le canzoni hanno un codice poetico da rispettare.

Cosa ha imparato dalla tournée trionfale con Pino Daniele, Ron e De Gregori?

Innanzitutto la gioia dello scambio reciproco. Una lezione di vita che non mi era mai capitato di affrontare: il gioco di squadra. O imparato che a volte serve fare un passo indietro per agevolare l'altro, perché in quel momento è dell'altro che abbiamo bisogno. Ho imparato a godere del successo dell'altro perché il successo dell'altro è anche il tuo successo. Questo forse sarebbe una lezione da impartire alla nostra sinistra, alla nostra opposizione. Forse sarebbero dovuti in tournée con noi.

Intervista di Silvia Boschero – L'UNITA' – 31/01/2003

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