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MUSICA

Mannoia: Vorrei essere eletta sognatore a vita

La rossa della canzone italiana è raggiante: “questo non è business, è amore vero”, ci racconta. Un cerchio si è chiuso, finalmente ecco il disco di duetti di Fiorella Mannoia con i più grandi autori brasiliani, Onda tropicale. Come se un interprete brasiliano venisse in Italia e convincesse Paoli, De Gregori, Celentano, Fossati, Conte, Mina, a duettare con lui. Improbabile metterli tutti d’accordo in questa Italia feudale. Lei, in Brasile ce l’ha fatta: ha speso tutti i soldi, anche più di quelli che aveva a disposizione, e se andrà in pari sarà una fortuna. Oggi, a 52 anni, pare una ragazzina, la stessa che a dieci vedeva per la prima volta Orfeo negro: “Un film drammatico e inquietante, non certo adatto per una bambina. Eppure quel misto di paura, tristezza, malinconia, turbamento, mi è rimasto addosso. Solo dopo ho capito che questo è il Brasile: è un vivere sensuale, naturale, difficile, legato alla madre terra”. L’amore per il Brasile era germogliato discograficamente alla fine degli anni Ottanta, con Oh che sarà di Chico Buarque tradotta da Fossati, poi era arrivata l’amicizia con Caetano e quella col ministro-menestrello Gilberto Gil. Un’onda tropicale che l’ha definitivamente travolta durante l’ultimo fortunatissimo tour, nato quasi per caso: “Doveva durare due mesi e si è protratto a due anni. È stato il primo segno di cambiamento, come ricominciare a respirare. Tutta quella gente… non c’è regalo più bello al mondo per un cantante. E pensare che le prime volte mi guardavo e mi trovavo strana: che ci facevo su quel palco in gonna e bustino rosso a ballare scatenata? Non mi ero mai presentata così”. Insomma, una liberazione: “Sì. Prima ero prigioniera di un ruolo, di una serietà che sì mi apparteneva, ma non mi rappresentava in pieno. Credo che questo disco non sarebbe mai nato senza quell’esperienza”.


Coi brasiliani è filato tutto liscio?


Con Chico Buarque è stato facile, perché ci eravamo conosciuti ai tempi di Oh che sarà. Stesso con Gil e con Veloso. Caetano lo incontrai tanti anni fa in camerino. Gli portai la mia versione di O cu do mundo dicendogli, quasi per scherzo: sarebbe bello che la cantassi con me. Lui rispose: va bene, dove devo venire? Il giorno dopo eravamo in studio a registrare.


Che differenze c’è tra un Fossati, un De Gregori e un autore brasiliano?


La semplicità. È gente unica, hanno un rapporto più leggero, più lieve con la musica e con la vita in genere. Hanno consapevolezza di sé, questa è la differenza, sanno che nessuno gli porterà mai via il lavoro. Se la vivono meglio….


Ami particolarmente Bahia?


Ho conosciuto straordinarie persone come la drammaturga Nina Franco, impegnata nel recupero dei ragazzini di strada. Fa studiare i bambini in una scuola d’arte: insegna a cantare, suonare, far teatro. Alcuni hanno talento, altri no, ma gli servirà, servirà ai figli di questi ragazzi avere dei genitori ai quali è stata insegnata la bellezza.


Una situazione di marginalità che esiste anche in Italia…


Certo, non è così distante da certe cose che succedono a Napoli. Difatti quando sento che vogliono risolvere tutto con l’esercito mi vengono i brividi. Vuoi mandare l’esercito a dirimere un problema causato dalla mancanza dello Stato? Assurdo. Questa di Napoli è gente che per anni ha gridato aiuto e non è mai stata ascoltata.


C’è chi, come Bocca, ha dichiarato che non c’è speranza. Ma neppure le peggiori favelas brasiliane hanno abdicato alla speranza, il Brasile è detto “il paese del futuro”…


Bocca ha esagerato, anche se rispetto la saggezza dei vecchi. Ma è vero è che se si continua di questo passo si rischia di grosso.


Un disco brasiliano può esser interpretato anche come desiderio di fuga, magari dai problemi contingenti...


Se guardo la situazione politica italiana rimango… sospesa. Sono in attesa come tutti di riforme vere, di qualcosa di concreto. Guardo Report su Raitre e sono sopraffatta dall’indignazione. È possibile mettere mano allo spreco di denaro pubblico? È possibile cambiare qualcosa? E allora aspetto che lo facciano.


E se oggi l’attuale governo ti chiedesse di fare da testimonial (in passato le sono arrivate diverse proposte a candidarsi) cosa risponderesti?


...È difficile, è molto difficile… Rispondo con una frase di Fossati de I treni a vapore: “Mi sogno i sognatori che aspettano la primavera / o qualche altra primavera da aspettare ancora”. Il senso è: non vorrei continuare ad essere sognatore a vita.


Silvia Boschero – L'UNITA' – 10/11/2006



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