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MUSICA

Manu Chao

Manu Chao e' nato a Sevres (periferia ovest di Parigi) 40 anni fa (ha festeggiato il compleanno il giorno del concerto in piazza Duomo a Milano), una zona ne' particolarmente disagiata neppure ricca, come lo sono tanti piccoli borghi inglobati dalle metropoli in cui comunque resta ancora un nucleo sociale, sebbene messo a dura prova dalla riorganizzazione industriale degli anni '70 (in questo caso la chiusura delle officine Renault).

Ma c'era una differenza con le nostre periferie degli stessi anni: la massiccia presenza di immigrati algerini, armeni ecc. quando in Italia si trattava principalmente di movimenti interni: il padre di Manu (Ramon) era uno di loro, seppure con motivazioni diverse dalla classica "fame", essendo un esule anti-franchista, sfuggito, come tanti altri intellettuali alla repressione fascista che sporcava la Spagna (piu' precisamente la Galizia) in quegli anni; e infatti Manu nascera' in Francia, figlio di Felisa (basca).

La prima "band", attorno ai 14 anni era composta da Manu alla chitarra, suo fratello Tonio alla tromba e loro cugino Santi alla batteria e il loro repertorio era composto dai classici rock/soul americani, con particolare trasposto verso Chuck Berry, ma il 1977 cambio' (non solo per loro!) le carte in tavola.  

I Clash in particolare furono un esempio in tutti i campi: musicale con la loro attitudine a mischiare le musiche di altre culture, politica interpretando lo spirito di ribellione presente nei sobborghi delle grandi citta' europee ("White Riot") ed organizzativo visto che posero dei limiti ai costi dei biglietti ed accettarono di rinunciare a parte delle royalties pur di pubblicare "Sandinista" a prezzo ridotto; inoltre proprio quest' ultimo disco dedicato alla guerriglia nicaraguegna potrebbe essere stato il primo esempio di una nuova attenzione verso il Sud America da parte della musica rock.

Nel nostro caso specifico, fu un concerto degli Stiff Little Fingers a fare da miccia per Manu che allora creo' la sua prima band, i Kingsnakers all' insegna del motto "Do it" (non sono tanto importanti le nozioni tecniche quanto la voglia di suonare e quello che si ha da dire) e con essi parti' con il primo rudimentale tour dal Belgio alla Catalogna e i Paesi Baschi, con particolare attenzione al Sud della Francia dove nascevano i primi movimenti razzisti guidati da Le Pen.

A pubblicare il primo singolo con la partecipazione di Chao pero' fu una successiva formazione, gli Hot Pants nel 1985 (ancora in lingua inglese) mentre nell' unico LP sfornato dal gruppo ("Loco-Mosquito", etichetta All or Nothing) appari' a sorpresa una classica canzone mariachi ("Rosa Maria"), primo segnale di un nuovo modo di intendere la musica rock, fino ad allora (e per molto tempo ancora) monopolizzata dal mondo anglosassone.

Il passo successivo della crescita artistica di Manu si chiama Los Carayos, una specie di super-gruppo che raccoglieva musicisti provenienti da varie band underground tra cui il fratello Tonio (che suonava la tromba nei Chihuahua) e soprattutto Hadji-Lazaro che oltre ad essere il leader di un gruppo molto popolare in quel circuito (i Garcons Bouchers) era anche proprietario d una etichetta, la Boucherie (Macelleria) per la quale Los Caroyos fecero uscire il secondo disco (il primo, "Ils Ont Ose'", era un live per la All or Nothing) intitolato "Persistent et Signent": lo si potrebbe considerare la prova generale dei Mano Negra se non per il fatto che la leadership del gruppo non era di Manu bensi', logicamente, del factotum dell' etichetta.









Consapevole di cio', nel 1987 un misterioso simbolo disegnato con la vernice nera fece la sua comparsa per le strade di Parigi.

Il simbolo era una mano nera (l' origine e' incerta visto che di "mani nere" ce ne sono state nella mafia italo-americana, tra i contadini anarchici andalusi, in mezzo ai guerriglieri sudamericani e chissa' dov'altro) con una stella rossa sullo sfondo (per chiarire senza ombra di dubbio l' area di appartenenza) e non sappiamo a quale scopo era nato, forse semplicemente per la voglia di suonare assieme a Tonio e Santi mentre il progetto Los Carayos andava a gonfie vele; certo che essere in un gruppo assieme al capo dell' etichetta non garantiva la massima liberta' di movimento (altre case discografiche interessate alla band erano state inevitabilmente scartate).

I primi concerti di questo gruppo malleabile intorno ai 3 componenti fissi si tennero nei bar: in quegli anni, grazie anche all' associazione Barrocks creata ad hoc, concerti assolutamente improvvisati si tenevano nei bistrot, davanti ad un pubblico popolare, pronti a scappare con gli strumenti in spalla all' arrivo della polizia che richiedeva le solite cose: autorizzazioni etc.

Quando nel 1988 la Mano Negra registro' il primo disco "Patchanka" negli studi Mixit di Parigi con Jean Labbe' tecnico del suono erano ormai un piccolo culto tanto da far prevedere allo stesso Manu di poter vendere 10000 copie del disco; non ando' proprio cosi' (altrimenti difficilmente questo sito si chiamerebbe cosi'!): i 38 minuti e 36 secondi incisi furono l' anno zero della musica popolare di questi anni.

Se in "Sandinista" dei Clash si poteva dire che in 3 dischi c'erano tanti generi diversi, qui il passo successivo e' stato di infilare in ogni canzone 3/4 cambi di ritmo, melodie, idee differenti: se la Patchanka e' una minestra basca con tanti sapori diversi, qui gli ingredienti sono il punk e la rumba, il tango francese e il reggae jamaicano e mille altri stili, strumenti, orchestrazioni.

Le canzoni che piu' si ricordano furono "Ronde de Nuit" a proposito di una Parigi che stava morendo di noia (!), "Mala Vida"(che ha dato, tra l' altro, il nome ad una band napoletana del giro 99Posse), "Indios de Barcelona" (citta' in cui Manu fin da allora passava molto del suo tempo) e "Salga la Luna" una ballata tristissima (praticamente un lamento) che chiudeva l' album.

Il budget era ridotto ai minimi termini, non c'era la possibilita' di provare il materiale in studio dove si andava solo per registrare ma il suono che usciva era talmente diretto che divenne un inno per tutti quei ragazzi che seguivano la band dal vivo e si scatenavano pogando al ritmo delle canzoni scritte da Oscar Tramor (lo pseudonimo di Manu di quegli anni); la tournee' che segui' si concluse in modo trionfale allo Zenith di Parigi, un tempio della musica francese.

Per la Boucherie un successo insperato che avrebbe voluto monetizzare il piu' possibile facendo promozione in TV etc. ma qualcosa non ando' come il patron dell' etichetta sperava: il secondo album della Mano Negra sarebbe uscito per la Virgin...

E' piuttosto facile accusare un gruppo che firma per una major di essersi "venduti" ma bisogna fare alcune considerazioni: innanzitutto il successo del primo album era stato talmente improvviso che la Boucherie non era stata in grado di supportarlo in modo adeguato, in particolare all' estero dove quella strana miscela di suoni (spesso con testi in spagnolo) non era difficile immaginare avrebbe potuto riscuotere altrettanto favore; inoltre il contratto stipulato con la major inglese concedeva la piu' assoluta liberta' sia dal punto di vista della produzione (che sarebbe restata in mano alla band) che della promozione (nessun obbligo di partecipazione a show etc.), 2 condizioni che la Boucherie non avrebbe accettato mentre sarebbe stata disposta (strano il mondo!) a pagare di piu' della multinazionale anglosassone.

D' altronde Manu ha sempre ribadito il suo punto di vista a proposito dell' industria musicale: non potendo fino ad oggi rimanere al di fuori del sistema (facendo quello che si vuole e contempraneamente portando a casa i soldi necessari per vivere ) meglio un rapporto basato sull' interesse che su false amicizie: alla Virgin interessano i dischi e finche' questi vendono garantisce la necessaria indipendenza, mentre in una indipendente scattano meccanismi ambigui del tipo "se andate in TV, coi soldi guadagnati si potrebbe produrre il disco di qualcun' altro...".

Dunque nel 1989 (bicentenario della rivoluzione francese) i Mano Negra si chiusero nello studio Mercadet di Parigi col fedele tecnico del suono ma con il tempo a disposizione garantito dagli 800000 franchi messi a disposizione dalla Virgin (il primo ne era costati 40000): il risultato fu "Puta's Fever" di cui si puo' discutere la lingua ma non il significato: la febbre della puttana, la sifilide (quasi a sberleffo verso coloro che li accusavano di essersi venduti).

18 canzoni in 40 minuti: l' inizio e' lo stesso riveduto e corretto del primo, l' iperadrenalica "Mano Negra", poi tanto rock'n'roll, il singolo "King Kong Five" rappato su un ritmo simil-reggae, un tradizionale arabo ("Sidi H'Bibi") velocizzato virtualmente dedicato al montante Front National, oltre ai pezzi latinamericheggianti quali "Guayaquil City" e "Peligro"; e, a voler dimostrare un interesse che va al di la della musica, il tour che segue, per la prima volta tocco' il Sud America (Peru', Ecuador, Panama); in questo disco, curiosamente, anche la canzone simbolo "Patchanka" che aveva dato il nome al primo album (oltre al nostro sito, ovviamente)

Il disco vendette molto per essere un disco "alternativo" ma non troppo dal punto di vista della Virgin mentre il tour fu un "doppio" trionfo: infatti Manu adotto' da allora la strategia di suonare negli stessi posti prima per il pubblico pagante e dopo, a sorpresa, nei centri sociali e simili per coloro che il biglietto non se lo potevano permettere: a parte un concerto in un piccolo club newyorkese, i momenti clou furono il festival de L' Humanite' (il giornale del patito comunista francese), il concerto in piazza della Bastiglia l' 8 luglio di fronte a 200000 persone (condivise con Johnny Clegg) e le 2 serate all' Olimpya di Parigi con il meglio della scena rock transalpina a fare da supporter: in 2 anni erano passati dal suonare nelle metropolitane alla consacrazione quale miglior gruppo francese.

La Virgin spingeva per testare i mercati esteri e la Mano Negra accetto' una serie di concerti in Giappone (peraltro di successo) ma, appena tornati, si buttarono in un un tour assolutamente privo di senso (commerciale): in giro per il quartiere di Pigalle (quartiere a luci rosse per turisti) quasi a sancire che, in ogni situazione, l' ultima decisione, qualunque essa fosse, spettava a loro.

Poi ancora on the road (per la prima volta a Milano, tra l' altro) in attesa di quella che sarebbe dovuta essere la "grande occasione": un tour statunitense come supporter di Iggy Pop: il sogno (della Virgin) diventava realta'!

Ma tutto ando' come non avrebbe dovuto andare: il contatto umano con Iggy (l' Iguana, un' icona del rock piu' trasgressivo) si limito' al piu' formale dei complimenti ("mi piace quello che fate"), i suoi manager contingentavano non solo il tempo dello show ma addirittura la forma impedendo lo stage-diving e il pubblico si adeguo' all' andazzo, malsopportando di dover aspettare mezz'ora prima di poter vedere quello che erano venuti a vedere: praticamente come vivere in caserma.

Non si puo' parlare di razzismo verso la band anche perche' in quegli anni altri gruppi con la stessa indole a fare musica "bastarda" avevano successo negli USA, piu' semplicemente gli yankees non immaginavano che potesse esistere altra musica al di fuori della loro per cui concepivano una fusione di ritmi bianchi e neri ma erano distanti anni (e lo sono ancora!) dalla musica rai o dal cabaret francese: elaborato questo, i Mano Negra decisero che se ci fosse stata una seconda possibilita', l' America l' avrebbero conquistata "dal basso" cioe' dal Messico: del resto i flussi demografici ci spiegano che gia' ora la maggioranza della California, per fare un esempio, e' latina

Ma la brutta esperienza e, soprattutto, cio' che stava capitando nel mondo proprio in quei giorni influirono pesantemente sul terzo album

Tra la fine del '90 e l' inizio del '91, mentre la Mano Negra registrava "King of Bongo" in uno studio tedesco, gli Stati Uniti iniziarono ad imporre "il nuovo ordine mondiale" con l' aiuto dei "missili intelligenti" su Baghdad: e' da quel clima che usci' il disco che viene generalmente considerato il meno riuscito del gruppo francese solo perche' non lascia spazio all' ironia (non era il caso) preferendo un tono cupo e rabbioso a pertire da "Bring the Fire", con un fastidioso muro di chitarre sullo sfondo quasi a metaforizzare il suono dei bombardamenti, a "Letters to the Censors", forse il pezzo piu' punk dell' intero loro repertorio; alternati a questi pezzi, alcune autentiche pietre miliari: "King of Bongo" (che verra' ripresa anche da Manu solista) che racconta la favola della piccola scimmia strappata alla jungla che gira per le strade di New-York suonando il bongo (auto-ironia sull' accusa di aver sfruttato i suoni dal mondo?), "Out of Time Man" (di cui esiste una cover italiana molto bella, cantata da Francesca Schiavio) accompagnato da un video soffocante in cui Manu rincorre perennemente le lancette di un orologio e "Le Bruit du Frigo" una tristrissima canzone d' amore a proposito del rumore di un frigorifero che e' l' ultima cosa rimasta a ricordare lei.

Era inevitabile che Manu,dopo un' opera cosi' pesante, cercasse nuovamente il contatto col pubblico che continuava a seguirlo fedelmente e le occasioni andavano cercate e create: per questo la Mano Negra si aggrego' alle Carovane, una meritoria associazione francese nata per portare la musica (ma non solo) dove non c'era speranza per il futuro, nelle banlieue; in giro per la Francia in compagnia, a secondo della tappa, di artisti famosi come gli Zebda, Linton Kwesi Johnson, Chaba Fadela, Cheb Sahraoui ma anche di ragazzi del posto dove suonano, per dar loro una possibilita': il (prevedibile) risultato fu la debacle finanziaria ma contemporaneamente l' affermazione di un progetto politico e sociale.

Il succesivo tour promozionale che li porto' nuovamente in Giappone, oltre che, naturalmente in giro per l' Europa, fu supportato da una raccolta di loro canzoni "latine" con l' aggiunta dell' inedito, che da' il nome al disco, "Amerika Perdida", un titolo emblematico della svolta che stava per fare la Mano Negra, sempre piu' attenta alle storie degli indios sudamericani, l' ultimo anello del sistema capitalistico imposto dagli Stati Uniti.

Ma prima di lanciarsi in questa nuova avventura Manu ebbe modo di collaborare, nella vecchia Europa con un gruppo basco, i Negu Gorriak (Inverno Rosso), un gruppo storico della scena "rockadera" gia' con la loro precedente incarnazione, i Kortatu, ai quali presto' la voce alla fine del 1991 per "Gora Jarrera" (Viva il popolo) canzone che dava il titolo al loro secondo album e piu' avanti al disco solista del loro cantante Firmin Muguruza ("Brigadistak Sound System"); in cambio vide realizzato concretamente un esempio ("da seguire") di una piccola etichetta (la Esan Ozenki) che riusciva ad autoprodurre il materiale del gruppo (e di molti altri a loro vicini) e distribuirlo senza scendere a compromessi con le major.  

Il nuovo progetto era la Royal de Luxe, un gruppo di teatranti di strada che, lavorando su materiali reciclati per creare le scene, i costumi etc, stava portando in giro  "La veritable histoire de France", una versione riveduta e corretta di 12 episodi (e altrettante scene, per un totale di 9 tonnellate, incastonate come in un libro) della storia nazionale: lo spettacolo aveva talmente impressionato Manu che decise di portarlo in Sud-America; comprato un cargo dismesso e rimessolo a posto alla meglio anche grazie ad una coraggiosa sponsorizzazione statale (possiamo immaginare che non e' il tipico spettacolo a cui i politici affiderebbero l' immagine della nazione all' estero) venne battezzato "Melquiades-Ville de Nantes" in omaggio a Gabriel Garcia Marquez ("Cent' anni di solitudine") e al porto da cui partiva l' avventura; la prova generale fu portata in scena a Parigi, contravvenendo al parere tecnico contrario e all' irritazione del sindaco e la Mano Negra era in grande forma e pronta per partire

Dopo 3 settimane di tribolata navigazione a marzo '92 l' arrivo in Venezuela che era in una situazione (abbastanza comune) di pre-golpe tale che in albergo la Mano Negra trovo' un fax che li invitava a non intrattenersi con esponenti della sinistra altrimenti il concerto sarebbe stato annullato; ma il giorno della parata c' erano 50000 persone in strada ad ammirare quegli strani saltimbanchi che raccontavano la storia della loro gloriosa nazione come fosse un carnevale e il concerto, sebbene molto teso e sotto gli occhi dei militari, si svolse regolarmente.

Seconda tappa fu Cuba in cui, sotto l' occhio vigile dei funzionari di partito, Manu "insegna" ai giovani metallari caraibici lo stage-diving, poi la Colombia (60000 in piazza a Bogota'), il Messico, Santo Domingo, l' Ecuador, l' Uruguay e l' Argentina da dove si riparte per la Francia, senza ovviamente dimenticare il Brasile.

Ovviamente il Brasile e' particolarmente esperto in parate e il Royal de Luxe viene premiato da grande successo; lo stesso per la Mano Negra che ha modo di conoscere Jello Biafra (il leader dei seminali pank californiani Dead Kennedy's) anche lui presente a Rio per contestare Bush Senior che partecipava alla conferenza internazionale sull' ambiente Eco '92 (ricorda qualcosa?): l' apice della loro jam-session una versione devastante di "I Fought The Law" dei Clash. 

Questa avventura oltre-oceano pero' con tutte le sue difficolta' incrino' l' unita' del gruppo: 3 membri (tra cui Tonio) decisero di abbandonare mentre l' altrettanto importante Tom Darnal pose le prime basi a Cuba per un futuro percorso artistico: il nome Mano Negra diventava sempre piu' sinonimo di Manu Chao e questo ovviamente poteva non piacere agli altri componenti.

Mentre la Virgin faceva uscire un live registrato in Giappone ( "In the Hell of Patchinko", sfruttando la somiglianza tra il nome del "flipper" nipponico e lo stile della band) per contrastare il florido mercato di bootleg che cresceva intorno (e in Italia in particolare), Manu si butto' su un altro progetto, se possibile ancora piu' difficile: in Colombia esistevano (e la situazione non e' cambiata) solo 3200 km di ferrovia e, di questi, la meta' inutilizzata; con l' aiuto di qualche sponsor e negoziando con la guerriglia e l' esercito, il piano era di ridare vita all' antica linea coloniale e di portare la musica in tanti piccoli paesi controllati dai "senor matanza" di turno; l' organizzazione rchiese un anno in cui, oltre a scrivere i pezzi per il prossimo album, Manu si esibi' in concerto con i  Negu Gorriak a nome Radio Bemba (unica occasione in cui comparve questa sigla, quasi un passaggio tra le 2 fasi della sua storia artistica).

Anche il treno in Colombia aveva dei riferimenti letterari: era chiamato l'"expreso del hielo" in onore, ancora, di Gabriel Garcia Marquez e portava con se' un narratore d' eccezione, il padre di Manu, Ramon Chao, autore di libri, critiche letterarie nonche' responsabile delle trasmissione in spagnolo di Radio France; nonostante tale curriculum Manu gli intimo' di rinunciare il piu' possibile a citazioni dotte ed altre velleita' intellettuali in modo che uscisse un libretto leggibile da tutti e cosi' fu se "Un train de glace et de feu" (Editions la Difference) spinse qualche anno dopo una giovane catalana a ripercorrere il percorso del treno e scoprirvi che era ormai entrato nelle leggende popolari!

Quello che rimase nei ricordi soprattutto dei bambini che lo videro passare erano i vagoni costruiti pazientemente in 8 mesi di lavoro da 80 tecnici (in maggior parte francesi) tra cui il vagone del fuoco che entrava in fiamme nelle stazioni, il vagone dello yeti (quando si trovava un "volontario" che si infilasse la pelle), il vagone delle comunicazioni per rimanere in contatto radiofonico con Francia e Colombia ma, soprattutto il vagone del ghiaccio dove una macchina costruiva un enorme "diamante" di ghiaccio che veniva sciolto dalla lingua di fiamme di un' iguana meccanica.

Il giro va avanti in mezzo a problemi, incidenti, macati finanziamenti, appelli dei lavoratori che avevano costruito il treno a non abbandonare, perquisizioni della guerriglia delle FARC, dell' esercito, dei gruppi para-militari foraggiati dai cartelli della droga etc. senza sapere se il giorno dopo ci sarebbe stato un altro concerto o si sarebbe dovuti tornare a casa: la data piu' importante pero' nella storia artistica di Manu Chao fu la seconda esibizione a Santa Marta, quando in risposta al governatore che aveva preteso di salire sul palco per un breve saluto alla folla (...) la Mano Negra rispose proponendo all' interno di una canzone "el pueblo/ unido/jamas sera vencido", un simbolo della ribellione in Sud-America: la tensione sale a tal punto che, nonostante non ci furono arresti o simili, altri 4 componenti della banda (tra cui Santi) decisero di abbandonare: era stato virtualmente l' ultimo concerto della  Mano Negra mentre l' ultimo disco sarebbe uscito a maggio del 1994.

Si puo' discutere se considerare "Casa Babylon" l' ultimo disco dei Mano Negra (da cui era ufficialmente edito) o il primo di Manu Chao (da cui era stato fisicamente realizzato) ma non sul valore del disco che rappresenta un "secondo passo" nella concezione della patchanka; se nei primi 3 dischi la musica era suonata, ora diventava un' antologia di suoni raccolti, registrati, mixati in giro per il mondo e portati a Napoli per concepire il prodotto finale: la scelta della citta' partenopea derivava dal lavoro fatto in quegli anni (e apprezzati soprattutto all' estero...) dalla Kwaanza Posse che avevano lavorato, tra gli altri con Negresses Vertes, Massive Attack e Khaled.

Manu voleva un suono quasi live e i 2 produttori napoletani non solo glielo crearono ma riuscirono anche a fargli superare la sua iniziale diffidenza verso le macchine se dopo questa esperienza creo' uno studio "portatile" in modo da poter raccogliere i suoni che avrebbe scovato nei suoi futuri viaggi, senza passare dagli studios tradizionali.

E' riduttivo segnalare qualche canzone in particolare visto che il disco fluisce con i suoi repentini cambi di ritmo ma mantenendo una base comune di dub/reggae: certo che l' inizio e' devastante: "Viva Zapata" dedicata all' insurrezione del Chapas (e che riprende lo slogan urlato nell' ultimo show della Mano Negra), poi 2 pezzi rap tirati, quindi "Senor Matanza" (sul personaggio di boss locale che in Sud-America e' padrone di tutto, della vita e della morte), e il ritmo tribale di "Santa Maradona" (in cui confluiscono i cori delle curve marsigliesi e napoletane per elevare un inno al calcio, nuovo oppio dei popoli); altre perle sono "SuperChango" (un personaggio inventato dai bambini cubani, molto piu' potente dei supereroi statunitensi!), la ripresa di "Bala Perdida", la favola dell' amore tra un granchio e una conchiglia di "Al Acran", i cori dei bambini del Mali seguiti dall' incontenibile monologo di un DJ nicaraguegno e, soprattutto, "Sueno de Solentiname" in cui Manu canta l' elenco dei luoghi tragici di 500 anni di storia degli indios.

Questa volta pero' il tour che segui' il disco fu diverso: a parte un' apparizione alle Carovane in cui venne ancora utilizzato il logo Mano Negra (piu' che altro per attirare pubblico a vedere altre esibizioni, visto che non suono'), Manu comincio' a cercare un nuovo gruppo di musicisti che lo seguissero e imparassero da lui, visto che non voleva accompagnarsi con professionisti che suonassero senza condividere i suoi stimoli; e quando questo nascente ensemble faceva qualche concerto a sorpresa, soprattutto in giro per la Spagna, il nome poteva cambiare ma l' organizzazione era sempre di Radio Bemba, una specie di factory gestita da Anouk, presente fin dal primo disco della Mano Negra (e anche nel primo da solista), per anni anche sua compagna di vita, nonche' musicista in proprio ("Automatik Kalamity" il suo miglior disco) sebbene sempre collaborando con Manu.

Il nome di Manu lentamente scomparve dal giro dei concerti ufficiali (escluse delle esibizioni particolari come quella delle Caravane a Belfast, tra cattolici e protestanti) mantre continuo' a suonare nei centri sociali, ai concerti di solidarieta' e soprattutto collaboro' con quei gruppi che avevano raccolto l' eredita' dei Mano Negra come per esempio i brasiliani Skank nel cui disco "O Samba Pocone'" collabora in ben 3 pezzi (ed e' un successo incredibile anche negli altri paesi latino-amricani, cosa molto rara per delle canzoni in portoghese o tutt'al piu' in portugnol, una nuova definizione di lingua creata da Manu) e l' iberica Amparanoia (nel cui disco "El Poder de Machin" compare anche l' introduzione di "Welcome to Tijuana" del suo primo disco solista).

Gli altri componenti della banda comunque non stettero con le mani in mano e se qualcuno si invento' una nuova professione come DJ o conflui' in altri gruppi, il progetto piu' interessante fu sicuramente quello realizzato da Tom Darnal che creo' un nuovo suono a firma P18 (come il quartiere di Parigi da dove provenivano e come il barrio cubano in cui risiedettero): una mai ascoltata fino ad allora patchanka di musica techno e suoni tradizionali chapanechi, senza tralasciare spezzoni dei discorsi del sub-comandante Marcos: il risultato conflui' nell' EP "Light & Fire" (1996, edito dall' etichetta internazionale dei Negu Gorriak, la Gora Herriak)) e nell' album "Urban Cuban" (1999, Virgin).

Intanto il primo tentativo di Manu di ritornare in studio (a Napoli) con i nuovi musicisti falliva: il materiale prodotto dai Radio Bemba (cosi' avrebbe dovuto chiamarsi la nuova formazione) non e' mai uscito probabilmente per l' insoddisfazione di Manu che diventava sempre piu' consapevole delle possibilita' che gli forniva la nuova tecnologia elettronica di realizzare un disco in un qualsiasi angolo del mondo, senza dover sottostare ai vecchi riti della registrazione: forse e' anche questa scoperta che lo spinse ad accettare quello che ormai appariva evidente a coloro che gli erano intorno cioe' che era diventato un artista solista a cui la band serviva solamente per le esibizioni dal vivo.

E ad aprile 1998, 4 anni dopo "Casa Babylon", usci', primo di 3 progetti contrattati con la Virgin, il primo disco solista

"Clandestino" vendette piu' di tutti i dischi/raccolte della Mano Negra messi insieme ma l' impatto piu' significativo lo fece in Sud-America dove di copie se ne vendettero relativamente poche ma dove Manu assunse il rango di leader politico (senza averlo scelto) ma in queste pagine preferiamo solo accennare a questo aspetto che troverete invece meglio esplicitato, ad esempio, nel libro di Alessandro Robecchi "Musica y Libertad"; quello che a noi preme sottolineare e' l' estrema attenzione che Manu ha posto nella scelta delle canzoni (da una cinquantina che aveva scritto) e nella registrazione in collaborazione di Renaud Letang.

Chi aveva seguito la Mano Negra fino ad allora, trova i temi e i suoni che aveva amato, compresa la rilettura in tono minore di "King of Bong" qui ribattezzata "Bong Bong" che rappresenta bene il cambiamento: prima la scimmia era furente, ora e' spaventata, in fuga, quasi in attesa di una "ultima ola" che inevitabilmente travolgera' tutto e tutti; sullo stesso giro di chitarra "Je Ne t' Aime Plus" cantata in coppia con Anouk che ne scrive il testo (e' il testamento della fine del loro amore).

"Clandestino" oltre ad essere la canzone che apre il disco ne e' il manifesto: un sinbolo dei giorni nostri, presente in Europa e negli Stati Uniti ma invisibile e dunque senza diritti sebbene sia il motore dell' economia che non potrebbe andare avanti senza sfruttarlo; anche Manu e' un nomade ma i soldi gli permettono di girare senza essere discriminati mentre i suoi amici non lo possono fare come racconta in "Desaparecido"

E' la tristezza il tono di fono del disco che trova il suo centro in "Mentira" quasi una filstrocca su tutte le menzogne di questo mondo, anche quelle raccontate da 500 anni al popolo messicano che aspetta ("Welcome to Tijuana") di poter attraversare la frontiera e ottiene in cambio di essere per gli yankees il luogo di "tequila, sexo e marijuana"

Questo sentimento di "malegria" e' presente anche nella canzone dedicata ai suoi vecchi compagni d' avventura ("La vie a deux") che e' anche la canzone di un innamorato deluso che rimpiange il passato.

Il disco si conclude, dopo altri pregevoli episodi quali la ninna-nanna in portoghese "Minha Galera" con 30 secondi di "viento por la frontera", l' unico che puo' attraversare tutti i confini senza problemi.

E' difficile spiegare perche' questo disco e non uno dei precedenti abbia avuto successo, anche perche' il boom scoppio' improvviso un anno dopo l' uscita, in Italia probabilmente lanciato da una strepitosa (e rarissima) esibizione televisiva di Manu in compagnia di Celentano di cui aveva in passato usato alcuni ritmi; e difatti Manu continuo' a fare quello che aveva sempre fatto, collaborare con gli artisti che stimava: nel 1999 una partecipazione strepitosa all' album del musicista berbero Idir ("Identites") nella cazone "A Talawin (Une Algerienne Debout)" dove il suono-Manu Chao e' ormai evidentissimo, nel 2000 la produzione di una canzone dell' amico Tonino Carotone che, per strane alchimie di mercato, raggiunge la prima posizione nella classifica italiana!

E mentre la Virgin cerca di sfruttare l' onda pubblicando un "Best" (con 2 quasi inediti) dei Mano Negra maldigerito da Manu ma voluto dalla maggioranza della band (e' l' ultimo strappo), Manu, finalmente riesce a rimettere in piedi un gruppo di persone con cui affrontare nuovamente i concerti: 8 musicisti (tra cui un italiano che proveniva dai Mau Mau) con i quali ritornare in Sud-America dove suonare davanti a 150000 persone a citta' del Messico o di frinte a pochi amici se c'e' l' occasione.

E' in: http://www.patchanka.it/manonegra-manu_chao.htm


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