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CINEMA

Marilyn a pezzi

Tutto è stato detto e fatto e ipotizzato sulla morte di Marilyn Monroe, avvenuta il 5 agosto del 1962. Nulla di nuovo può più essere detto, scritto o cantato su di lei. Come Hollywood – di cui è stata i simbolo e l'espressione più totalizzante -, Marilyn è tutto e il contrario di tutto. 40 anni fa è morta: pensiamola con tristezza ed affetto, e stop. Fine delle chiacchiere.

E invece no. Perché ad ogni ricorrenza Marilyn riemerge, vera e propria icona del XX secolo alla quale i media non sembrano voler rinunciare. E perché, incredibile a dirsi, qualcosa di nuovo si trova sempre. [...] Ad esempio vedere un bel documentario di Patty Irvins, Marilyn Monroe: The Final Days, che oltre a rievocare gli ultimi giorni della diva ripropone le poche scene “salvate” del film incompiuto che Marilyn girò nella primavera del '62, un paio di mesi prima di morire. Quel film doveva intitolarsi Something's Got To Give e la regia era di George Cukor; partner di Marilyn erano Dean Martin e Cyd Charisse. Le riprese vennero interrotte dopo 8 settimane perché Marilyn era depressa, beveva e veniva sul set solo quando le pareva. Cukor girò tutte le scene possibili con Martin e la Charisse, ma a un certo punto divenne evidente che Marilyn non avrebbe mai completato il film: la 20th Century Fox la licenziò e Something venne definitivamente cancellato dopo che alcune dive erano state contattate per sostituirla (Kim Novak rifiutò, Lee Remick accettò ma a quel punto fu Martin a tirarsi fuori, facendosi forte di una clausola del contratto che gli dava “possibilità di veto” su un'eventuale sostituta della Monroe). Per quasi 40 anni le oltre 9 ore di ciak stampati di Something's Got To Give sono rimaste negli archivi della Fox, ma ora le poche sequenze completate (circa 30 minuti di film) sono state montate basandosi sulla sceneggiatura originale, che per altro aveva conosciuto numerose stesure (una, ad opera di Nunnaly Johnson) fino a quella, definitiva ma ancora zoppicante, di Walter Bernstein.

Vedere finalmente Something, o quel poco che ne è sopravvissuto, è assolutamente emozionante. Non siamo di fronte a un “Marilyn Jurassic Park”, ma ad un'ipotesi di film che avrebbe spostato i connotati mitici della star e avrebbe raccontato (e racconta ancora) la Hollywood del tempo. Something è la prova che Hollywood stava diventando un'altra cosa e che anche Marilyn Monroe sarebbe diventata, se non fosse morta, un'altra cosa. Ma diciamo, prima di tutto, che cosa è Something. E' il remake di My Favorite Wife (in italiano Le mie due mogli), diretto da Garson Kanin nel '40, con Cary Grant, Gail Patrick, Randolph Scott e Irene Dunne nel ruolo che, 22 anni dopo, sarebbe toccato a Marilyn. Nella definizione coniata dal filosofo americano Stanley Cavell, nel bellissimo libro Alla ricerca della felicità pubblicato da Einaudi, è una tipica “commedia del rimatrimonio”: la trama, abbastanza folle, prevede che una donna scompaia per cinque anni su un'isola deserta, dopo un incidente, e ritorni a casa proprio nel giorno in cui il marito, credendola ormai morta, si sta risposando con un'altra. Inutile dire che la “non morta”, la nosferatu, riconquista l'uomo: è un tema tipico della commedia sofisticata degli anni '30 e '40, attraverso il quale il cinema americano propone un'ideologia sommersa ma ancora più forte (tale sacralità va riconquistata giorno per giorno e può paradossalmente riproporsi anche fuori dall'istituto familiare propriamente detto: così avviene nel film/prototipo del genere, Accadde una notte, dove il rude cronista Clark Gable rapisce la smorfiosa ereditiera Claudette Colbert sull'altare, impedendole di sposare un idiota). Ora, è molto interessante che un maestro della commedia come Cukor riprenda il tema negli anni '60 e affidi a Marilyn il ruolo non della rovina-famiglie, ma della moglie (e madre!) che torna a prendere possesso del territorio e, come Ulisse, viene inizialmente riconosciuta solo dal cane. Significa che le icone hollywoodiane si stanno modificando e che Marilyn, a 36 anni, è pronta per ruoli di madre di famiglia: se questo sia più inquietante per Marilyn o per la famiglia americana, lasciamo a voi giudicare. Non prima di aver ricordato le sequenze (una, poi, fondamentale!) che di lei, nel film, ci sono rimaste.

Cukor riuscì a girare sostanzialmente quattro scene con la diva. La prima è il suo ritorno a casa, dove l'accolgono solo il cocker (che, come dicevamo, la riconosce) e i due figli (che erano piccolissimi quando lei è scomparsa e, quindi, non la riconoscono). I curatori del montaggio postumo hanno potuto utilizzare dei commoventi primi piani che Marilyn girò da sola senza altri attori: conoscendo le circostanze (l'attrice stava male, era il suo primo giorno sul set) sappiamo che essi esprimono il suo malessere, ma accostate alle immagini dei due bambini che la ignorano raccontano in modo magico lo smarrimento di una madre che rivede i figlio dopo cinque anni. Nelle scene effettivamente girate con loro, Marilyn si divertì moltissimo a scherzare con i bimbi: il suo desiderio di maternità, frustrato da numerosi aborti spontanei e non, era devastante e l'orologio biologico correva ormai senza pietà. Altre due scene sono squisitamente comiche: riguardano la gelosia di Martin, esasperato dal fatto che Marilyn, sull'isola deserta, non era sola, ma con uomo. Per compiacere il marito, lei tenta di fargli credere che il suo compagno di naufragio fosse un umile e grigio travet, mentre lui ha già scoperto che si trattava di un nerboruto Dongiovanni. Il talento di Marilyn come commediante, già ben noto, ne esce ingigantito. Dean Martin appare un suo partner ideale.

Ma la scena centrale è, naturalmente, quella della piscina: la prima in cui Marilyn si sarebbe mostrata nuda sullo schermo. Nella trama, la nuotata serve a “distrarre” Martin dalla nuova moglie. Sul set, Marilyn la girò da sola, presenti solo Cukor e l'operatore. Andò molto “oltre” il copione: era in forma smagliante, e alla fine, indossando l'accappatoio, sorrise a Cukor e gli disse: “Questa scena spazzerà via Liz Taylor dalle prime pagine per un bel po'”. In quegli stessi mesi del '62, la Taylor era a Roma per girare Cleopatra (il film con cui la Fox stava per rovinarsi) e i media di tutto il mondo parlavano solo della sua “dolce vita” assieme a Richard Burton. Liz aveva 30 anni e sembrava l'unica vera rivale di Marilyn per il ruolo di sexi-star dei nuovi anni '60. Per batterla bisognava giocare pesante, e Marilyn lo fece. Ma la scena di nudo aveva un senso non solo mediatico. Era un modo, per Marilyn, di rilanciarsi come l'unica, vera Eva dello schermo. Nella trama (anche nel film del '40) i due naufraghi vengono infatti ribattezzati Adamo ed Eva, con tutti i sottintesi maliziosi del caso. Le allusioni ad Eva e al frutto proibito sono tipiche di tutta la commedia hollywoodiana (pensate a Lady Eva di Preston Sturges), ma per Marilyn erano anche un ironico ritorno alle origini, erano anche un ironico ritorno alle origini: il suo primo ruolo importante era stato proprio in Eva contro Eva di Joseph L. Mankiewicz, guarda caso lo stesso regista che si stava sfracellando a Roma con Cleopatra. Nel vecchio film si scontrò con una leggenda come Bette Davis e la sua autostima non ne uscì certo rafforzata. Nella sua prima scena con la Davis – che era una professionista implacabile – si impappinò più volte e costrinse Mankiewicz a girare 10 ciak, là dove con Bette era sempre “buona la prima”.

Da Eva contro Eva a Something's Got To Give, si parla sempre della “prima donna” e di come Hollywood stava riscrivendo la sua immagine. Ben presto il mondo delle majors nel quale Marilyn era cresciuta sarebbe stato spazzato via. La vera “commedia del rimatrimonio” degli anni '60 sarebbe stata Il laureato: anche lì una sposina veniva rapita sull'altare, non da un macho come Gable ma da uno sgorbio come Dustin Hoffman, e al suono di Simon & Garfunkel! In quella nuova Hollywood, per Marilyn non sarebbe stato facile riciclarsi. Ma forse sarebbe andata a New York e sarebbe diventata una grande attrice di teatro. Forse avrebbe sposato Bob Kennedy. Forse oggi sarebbe un 'ex First Lady con un sacco di nipotini. Forse.

Alberto Crespi – L'UNITA' – 05/08/2002

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