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MARINA PIZZI

La fionda del sale


La fionda del sale



A giugno me ne andrò con l’erba sana

vicino al grano che ruberò patente

senza alcuna paura di lacuna.

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L’incuria di tanto bivacco

non elide frottole

spasimanti di fato, fato altro di altro stato,

intaccata l’ora intaccata a morte

intaccata madonna elemosina di credo,

la statua è la domanda.

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Nere aurore nere

guazze senza infanzie:

senza di te sarà minore il cosmo

le lucertole non più fulminee né guardinghe,

non condanne al listino delle merci

cineree, ricordi di strazio.

Nel conclave di lasciarci le penne

le vette di cipressi fanno ridere.

Con le gimcane negli occhi perdo le strade,

mancate le scoperte per cinture

serrate alle vestali delle nebbie.

Senza pedine di giochi da sorpresa

la mitomane allegrezza di chi non sa.

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Con le stimmate vuote

miserrima la manna del seno al latte

la frode di fiorire, il sudario d’urlo.

Elisa la madre che mi elise

in palmo al davanzale la conturbante

teca del ventre di non capire

che lacrime di termine

aurore di pozzo

e nel singhiozzo il forse

più medesimo che singolo polare

l’orizzonte eliso.

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Da queste solitudini d'imboscata

cali il sipario, sia riso il divario

dell'attesa. Ascenda a te il mio preludio

che ludo ci sia amore. Perché col sale nelle nuvole

non siano perdite al nemico il pozzo

ottuso: so da molto la furia che ebolle

in stemmi di panico... portami fuori, oltre

la siepe che primavera  ripristina

senza rispetti di gioielli remare

scavalcata la bugia nel crollo del sipario.

E per domani da oggi non vengo,

a giugno me ne andrò con l’erba sana.

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Tra pertiche che non portano in alto

né nel basso anfiteatro del vicolo,

il firmamento sciami dal cassetto

per un percorso di celle d’eremo.

Combusto in un falò tutto il dispendio

dell’appello ottuso della rima

che per divini ci illuse

servi e assassini.

Col fango nella giacca vagano gli esilii

dalla mongolfiera al tonfo.


Venga la luna di mattina

raccolta in bicchieri crepati.

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Con l’ossario nel viso

semipaffuto nonostante

età

la vittima prossima

sì simile da ben prima.

Gerla di occaso il sogno di toccarti

salvo al marsupio che ci accoglie

entrambi bastevoli

fidanze di gran giostra.


Possentemente assente

il senso della stanza.

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Il poeta è un ladro di cerini

di fiammiferi, serve quando

i gestori delle illuminazioni

sfaccendano al buio improvviso

con gli elmetti nelle fosse dove

lo scrigno è vuoto e l’esule è

fossile alla fronte di ogni in ognuna

nascita.

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Per scolpire questo andirivieni

con la ramazza in mano

le arti con la gioia dello strazio.

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Al bilico della notte il mio consenso

quando si sfibra l’erbario del castello

e il giardino dei semplici è in rivolta

nei fari delle auto razziste.

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Ammettimi alla vita senza

caserme di stravittorie o pegni

di scoiattoli tarpati

le zampe dispari

di chi a terra si disperde

(storie e chimere rese per nonnulla)

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Le storie della sera

Le storie della sera

quando il cipresso

pari fratello solo,

d’incanto l’atrio

sa aprirsi bosco,

parimenti il coro

confessi nelle nanne

ultimi bagliori i vinti.


Ammettici alla vita

che senza rimedio esclude,

un fato acerbo lasciaci

sotto il guanciale insieme

al primo dente da latte

caduto nel dirupo.

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Razzia di sale l’andartene

in antro alle staffette delle perdite

conserte, ma gridi pur comunque, se giacché

sfracelli di erbe viete

quando la trappola del binario morto

nel fiato delle nebbie sappia pena.

Il mare del soldato è la paura

dell’attracco del naufragio del siluro

del sommerso dell’alloro galleggiante

quando la casa è un sorso di arcipessime

bandiere e simulacro il credo.


Non velatele il corpo del viso non fu santa

né Maddalena di passioni la lena di non farcela.

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Appena giubilo tornerà di eco

una vela rossa nei margini

del dado tratto, quasi nodulo

di avvento. Così beghino l’antro

reazionario terminerà le regole

del ghigno verso il contro.

Mio padre vestito da tennis

sull’alto sedile dell’arbitro

chiosa di nuvola il sorriso.

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Apici di vento questo ristagno

badato da agoni.

Corsia per il coperchio della bara

appena dopo.

In pole position il seme del sangue

dimentichi le lavagne che ancora inseguono

come districare gli occhi.

Vidi una volta sola quando

domandai la strada senza trovarla.

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Le ernie faticose di nessuna fortuna

almeno l’astio del controvento

flettano. O almeno il tarlo

(il matematico della cenere)

rendano svogliato.

In cima alla diga di montagna parlai

quasi un’ultima volta con mio padre

che già dall’eco era in indirizzo

nonostante l’agonia di quartiere

l’afa romana rottame e flagello.

Lo strapiombo di asfalto sempre lo sfatare

di qualunque risata di armistizio.


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