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MUSEO

Schifano rosso spray

All’inizio di tutto c’è un suo quadro. Falso, falsissimo. Sarà stato, penso, il 1982. Volevo a tutti i costi uno Schifano. Più esattamente, una sua tela con le sagome dei pittori futuristi fissate sopra con la vernice spray. Futurismo rivisitato a colori, il titolo esatto. Un quadro famoso come un disco, un’immagine di successo, un must. A forza di cercare e ancora cercare, lo beccai da un corniciaio della città dove vivevo allora. Sincerità per sincerità, quello me lo vendette con riserva, spiegandomi esattamente così: “Signore mio, dicono che non è buono, ma secondo me è buono, c’è pure la firma”. L’ho già detto: non era buono, era falsissimo, ma lo acquistai ugualmente per duecentocinquantamila lire. Quattro anni dopo questo penoso episodio iniziò la nostra frequentazione. Schifano allora abitava a Saxa Rubra, un posto per gente ricca, uno dei luoghi più tristi e tetri che la Roma residenziale extraurbana abbia mai conosciuto. Cosa facevo allora? Scrivevo d’arte, fra l’altro, per un giornale chiamato Reporter, in redazione c’era Adriano Sofri, c’era Giuliano Ferrara. Il caposervizio della cultura, Paolo Brogi, che poi sarebbe diventato un amico, seppe che avevo conosciuto Schifano, anzi, il compagno Mario Schifano, lo stesso che durante gli anni Settanta finanziava Lotta Continua (ma anche Potere Operaio) donando delle opere, inutile dire che molti quadri finivano nelle riserve private di qualche paraculo dell’organizzazione, lo so per certo, me lo confermò lo stesso Schifano. Infatti da quel momento smise di sottoscrivere. Brogi pensò bene che potessi fargli un’intervista. Schifano fu felice della cosa. I guai iniziavano adesso. Infatti intervistare Schifano era una cosa impossibile, lui era in conflitto con i luoghi comuni, ma anche con le definizioni, con le semplici parole, con gli aggettivi; tu gli dicevi, che so, “Ma è vero che sei un pittore pop?”. E lui prendeva a lamentarsi: «No, non puoi dirmi così, non puoi dirmi così!!!”. Alla fine riusciva perfino a farti venire i sensi di colpa. E va bene, figlio mio, non te lo dirò più. E va bene, non gli avrei più detto in quel modo, ma intanto che andavo scoprendo il trucco per andare d’accordo con lui, cominciavamo a diventare amici.

Ma qui occorre fare una premessa storica: come ha fatto Schifano a diventare così importante e apprezzato? Diciamo che era portato, aveva talento, ma soprattutto ha inventato un genere di pittura veloce, uno stile, una pittura svelta svelta quasi come certe serigrafie del tempo del Sessantotto, le stesse che finivano incollate sui muri per annunciare le mobilitazioni, quadri come poster da sogno, e poi, anche questo va aggiunto, certi suoi soggetti non erano affatto male, ti prendevano subito: stelle, cuori, palme, piante, finestre, paesaggi... Era facile diventare amici di Schifano, un po’ più complicato resistere nel sentimento e nella frequentazione del suo studio di via delle Mantellate, a Trastevere. Non sapevi mai di che umore l’avresti trovato, se euforico irrefrenabile oppure depresso. Ricordo, in questo senso, una frase di Paolo Volponi: “Non posso andare da lui, ho paura, ho paura che mi salti addosso, si agita come un gorilla”. Volponi aveva da poco pubblicato Le mosche del capitale, nel romanzo c’era citato anche un quadro di Schifano appeso nello studio del protagonista. Sempre in quei giorni, il mio sogno era quello di fare un libro illustrato, come un album di figurine. Il massimo sarebbe stato realizzarlo insieme. “Lo facciamo, lo facciamo”, disse Schifano, “prepara le foto, così lo facciamo”. Così cominciai a cercare le foto, iniziando da un’immagine del 1915 dove si vedono mio nonno, mia nonna, zio Guido bambino e una lavorante di mio nonno, tutti a bordo di un monoplano di cartapesta. Tutti in volo sulla città di Palermo, una “foto da sogno” è il termine tecnico esatto. Un giorno gliela portai perché la ritoccasse, e lui la ritoccò. Per la verità ne ritoccò tre, di quelle foto. Sarebbero dovute servire per la copertina del libro. Pensandoci bene, l’aereo era fra i suoi soggetti preferiti, insieme alle biciclette. La storia delle biciclette riguarda il suo amore per il ciclismo. Ma adesso è il caso di non divagare. Il libro illustrato alla fine restò sulla carta, quanto alle tre foto ritoccate adesso stanno appese in camera da letto. Nel frattempo, gli era nato un figlio, Marco. Ricordo come fosse ieri il giorno del battesimo. Tra gli invitati c’erano i genitori di Mario, e poi Alberto Moravia che, persona davvero tirchia, si presentò con una confezione di saponette acquistate poco prima in una farmacia di corso Francia. Il battesimo avvenne in una brutta chiesa di via Flaminia, lui passò il tempo a scattare foto, tanto che a un certo punto beccò una cazziata dalla madre. Ce l’aveva col prete, Schifano, diceva: “Che c’entra il demonio con mio figlio?”. L’uomo era misantropo, gli piaceva niente uscire in strada, preferiva starsene nel suo studio, amava che le persone andassero a trovarlo, non aveva nulla di mondano, se insomma gli facevi visita lo rendevi contento, gli piaceva anche sentirsi raccontare quello che succedeva in quel momento nell’ambiente dei pittori, non era un fatto di pettegolezzo, era autentica curiosità. Nel suo studio un giorno arrivò Ornella Vanoni, gli disse così: “Sai, Mario, sto facendo un disco un po’ pop, per questo mi piacerebbe che la copertina la disegnassi tu”. Non gliela fece, però, in quello stesso periodo, ne realizzò una per un gruppo di musicisti palestinesi. Era la sua forma di generosità spassionata. Probabilmente, riteneva che quei palestinesi con la barba e la kefiah ne avessero più bisogno. Certe volte chiedeva: “Mi hanno proposto di fare questa cosa, che ne pensi?”. “Cavoli tuoi, sei tu che devi decidere”, rispondevo. Per una ragione molto semplice. Provo a spiegarla. Talvolta intorno a lui si raccoglieva una corte di autentici coglioni e ruffiani. Sia uomini sia donne. Gente che rispondeva al citofono e si comportava come se avesse ottenuto chissà quale delega dal padrone di casa. Io, al contrario, quando stavamo da soli lì in studio, in via delle Mantellate, e lui mi chiedeva di rispondere al citofono, rifiutavo ogni compromesso: va’ tu, va’ tu, che sei il titolare. Ora che ci penso, un giorno si presentò anche Claudio Baglioni. Anche lui desiderava che Schifano gli facesse la copertina per il nuovo disco. Gli portò anzi una cassetta in anteprima. Preceduta da una dedica registrata. Neanche Baglioni ottenne alla fine la copertina. Era il 1990. Proprio nel marzo del 1990 pubblicai il mio primo romanzo, Zero maggio a Palermo. Mi sarebbe piaciuto che lui replicasse per me un suo quadro famoso del 1968, Compagni compagni. Si vedono due figure intere, uno regge la falce mentre l’altro mostra il martello. Un pomeriggio ci mettemmo insieme per realizzare la cosa. Dimenticavo: l’uomo era molto apatico, più di quanto non possiate immaginare, certe volte non gli andava di fare nulla, preferiva starsene davanti al televisore acceso a scarabocchiare, a fare qualche foto alle immagini che nel frattempo trasmigravano dentro lo schermo. Durante la guerra del Golfo, per esempio, prese a fotografare tutte le case di Baghdad in fiamme. Ne venne fuori un ciclo. Se ricordo bene, quella fu un’estate torrida, e dunque le case in fiamme erano anche le nostre, quelle del meteo regionale. Da qualche parte, pensando proprio a quell’estate, ho parlato di lui come un pittore civile. Prendevo spunto da un quadro di quei giorni. Quando la storia del mondo era appunto abitata dalla bombe della guerra del Golfo. Schifano, l’ho già detto, aveva preso a dipingere soprattutto case in fiamme. Un insieme fitto fitto di edifici piazzati sotto i bombardamenti, case sghembe appena colpite dai missili; scud e patriot che vanno e vengono nel cielo come in ogni avventura di morte grigioverde che meriti d’essere raccontata al mondo. L’anno caldo, uno dei titoli. Non c’erano, però, soltanto le case in fiamme. Ragionando sulla guerra, sempre in quei giorni, Schifano realizzò infatti una grande tela intitolata Tearful, qualcosa che parla di lacrime. Un quadro nato da una fotografia, come moltissimi altri suoi lavori, se non la totalità. All’origine di Tearful c’era un’immagine di guerra pubblicata su Time il 10 dicembre 1990. La foto in questione mostrava la partenza di un contingente militare americano per il fronte del Golfo. La scena di un saluto: un padre in mimetica si asciuga le lacrime, le porta via dal viso col dorso della mano, in un gesto istintivo, davanti a lui c’è un bambino, probabilmente il figlio, un bambino immerso nello stupore dell’infanzia. È una foto drammatica e struggente, come non se ne vedevano, forse, dai giorni dello sbarco dei Ranger in Normandia, dove chi non piange - ossia gli altri soldati sull’attenti - mette comunque la propria partecipazione, magari tenendo il capo chino; esattamente così è quel documento. Nel quadro di Schifano, l’uomo in lacrime è al centro di un caos informe, quasi stesse vivendo pochi istanti prima della nascita dell’universo e dei suoi organismi, mentre del bambino resta appena una macchia bianca, ne resta il vuoto; esattamente come in un negativo fotografico. Un quadro come Tearful, sia pure nella sua fantasmaticità, era la Guernica di Mario Schifano, ma anche un autoritratto ideale, una dedica a se stesso. Sembrava quasi che Schifano volesse sostituirsi al national guardsman John Moore (è il nome dell’uomo in lacrime della foto) per raccontare in prima persona una storia del mondo. C’è poi la storia del suo grande NO rosso. Sarà stato il 1994, quando il NO di Schifano finì sui manifesti di Rifondazione comunista. Glielo chiese espressamente il segretario di allora, Sergio Garavini, per una campagna elettorale referendaria. Bisogna proprio dire che sui muri delle città faceva davvero la sua porca figura, il NO rosso di Schifano, faceva proprio piacere vederlo in strada, era davvero qualcosa di spiazzante rispetto a ogni altro segno elettorale. Era uno che leggeva i giornali, Schifano; ogni mattina sul suo tavolo da lavoro al pianterreno di via delle Mantellate, fra i pennarelli, le foto, le forbici, i ritagli, il portacenere di marmo nero, i cataloghi, le macchine fotografiche, fra tutte queste cose c’erano anche i quotidiani già pronti, magari avevi l’impressione che li guardasse appena, ma in ogni caso alla fine di tutto sapeva quello che c’era da sapere. Quanto alle leggende, ne veniva a conoscenza da altri, leggende tipo quella di Ronald Reagan che, ormai rincoglionito, incontra Charlton Heston e gli domanda come vanno gli incassi dei Dieci comandamenti. In verità, fra i quadri destinati a Rifondazione c’era anche una tela con quattro teste di Gramsci, l’ultima rovesciata, un’altra con la fronte azzurra quasi fosse invasa dal cielo. Alla fine però quel quadro diventò mio, accadde un pomeriggio, decise dal nulla di regalarmelo. Il quadro se ne stava in un angolo di attesa di chissà quale ulteriore ritocco. Dissi: “Lo sai che non è male!”. E lui: “Se ti piace prenditelo, è tuo”. Mario Schifano, un po’ per scherzo e un po’ perfino seriamente, sosteneva che gli americani, in realtà, in quel luglio del 1969, non erano mai stati sulla Luna, diceva che si era trattato di una messa in scena organizzata e messa a punto negli studios di Hollywood con tanto di scenografi, sceneggiatore, direttore delle luci, mancavano solo le comparse sullo sfondo, giusto perché la Luna è un posto disabitato e privo di tutto. Qualche anno fa, a un certo punto, un’agenzia di stampa gli dette ragione, saltò infatti fuori la voce secondo cui la discesa del Lem e lo sbarco di Armstrong sulla Luna era soltanto una montatura, una bugia, nient’altro che propaganda; così lui poté dirmi al telefono: “Hai visto, che avevo ragione?”. Gli interessava tutto, proprio tutto. E in mezzo al tutto, c’era anche il pittore che pretende di riassumere il mondo. Mentre dico “tutto”, ritrovo l’immagine riprodotta sulla copertina del catalogo di una sua mostra del 1965: un incidente, un primo piano di ragazza, una freccia segnaletica, un minuscolo paesaggio... Mi viene anche in mente, sempre a proposito di cose “civili”, un manifesto realizzato da lui per il decimo anniversario della morte di Pier Paolo Pasolini, nel 1985. Ora, non si può dire che Schifano avesse una particolare sintonia caratteriale con Pasolini, in tutta sincerità gli preferiva Moravia (“il mio Alberto”, lo chiamava) forse perché in Moravia riconosceva un tratto comune, poco incline alla nostalgia, nulla a che vedere con il richiamo al “passato” e alle “lucciole”, alle stimmate di Pasolini; anzi, di Moravia diceva che fosse un mutante, che aveva una calotta d’acciaio a posto della testa. Lo preferiva a Pasolini nonostante la tircheria, nonostante quelle tre saponette acquistate alla farmacia di corso Francia. Ai suoi occhi, Pasolini apparteneva invece al mondo in bianco e nero delle rivolte trascorse, una preistoria moderna e tuttavia estranea al suo vero sentire; una volta, lo ricordo perché ero lì, con lui davanti al televisore, vedendolo passare dentro un documentario, ha detto: “Guarda, c’è Pier Paolo...”. Ed era come se l’ombra di Pasolini stesse ancora lì, a percorrere lentamente il suo tempo remoto, inconciliabile con la frenesia di Schifano... Ma stavamo dicendo del manifesto per il decennale della morte: in quel manifesto, c’è il volto in primo piano di Pasolini, così ravvicinato da sembrare quasi una maschera africana, e poi una sequenza di altre foto dove Pasolini, il poeta civile Pasolini, con il suo trench nero, è lì che si inerpica sulle dune di sabbia di Sabaudia in un giorno di vento, è il mare d’inverno, direbbe Loredana Berté; è l’ultimo Pasolini, il Pasolini che ha scelto di abiurare la trilogia della vita, l’uomo perso nel vento ritagliato da Schifano e composto in un prisma ideale, in un film immobile, un film di soli otto fotogrammi. E Gian Maria Volonté fra due carabinieri in assetto antisommossa che se lo portano via? In quel caso, Schifano gli aveva allungato il naso, come fosse Pinocchio preso in custodia dai carabinieri dell’ordine costituito. Lì la denuncia, il ricordo degli anni in rivolta, aveva scelto il viso di una favola, la più famosa. E poi le riprese del picchetto del consiglio di fabbrica davanti a piazza Colonna che appaiono nel suo film Umano non umano... E poi le foto scattate al Pentagono durante un viaggio negli Stati Uniti, e ancora il planisfero per raccontare la realtà dei profughi e tutte le altre cose che sto dimenticando... Ma stavo parlando della copertina per il mio primo romanzo, Zero maggio a Palermo, lui fece addirittura una seconda replica di Compagni compagni, e alla fine, quando tutto era già pronto, ci aggiunse sopra una frase - “per migliorarlo, per renderlo più attuale”, così disse - una frase che suonava un po’ da raccomandazione futura: “Fulvio le cose cambiano”. Aveva ragione, tutto, proprio tutto, cambia. Peccato però che in questo vortice che è la vita, e la storia, e forse perfino la pittura, non sia rimasta la foto del bambino Mario Schifano, lì a Homs, in costume da Zio Sam - il cilindro di cartone a stelle e strisce sulla testa - così come lo volle vestire la sua levatrice per il suo primo carnevale, peccato davvero. In cambio, ci è però rimasta una tela dove ha segnato la sua data di nascita: 24.9.1934, e un luogo, Leptis Magna, sempre lì in Libia. E neppure di alcuni pomeriggi trascorsi insieme a Moana Pozzi è rimasta traccia, soltanto una sagoma a grandezza naturale che lui volle ritoccare, e che per semplice pudore, da allora, abita seminascosta dietro a una porta, come un ospite invisibile della mia casa.

Fulvio Abbate – L'UNITA' – 07/08/2004

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