Il grido silenzioso di Maryam, femminista fra i telebani

Immaginate un paese dove i poliziotti in camionetta girino a controllare le barbe degli uomini, pestando quelli non in regola. Un paese dove alle donne è proibito ridere in pubblico o uscire da sole. Un paese dove l'unico divertimento è andare allo stadio, ma per assistere alle cruente esecuzioni delle sentenze dei tribunali divini.

Questo paese è l'Afghanistan e una sua giovane esule è stata ospite della Facoltà di Lingue dell'Università di Genova. Maryam, esponente delle Donne Afghane (Rawa), ha raccontato la realtà di un regime oppressivo, che infligge alla popolazione (e alle donne, in quanto portatrici di “un cervello più piccolo”) un'esistenza soffocante dietro lo schermo della letteralità coranica.

Per la forza perenne dei simboli, il mondo si è accorto degli orrori perpetrati in Afghanistan soltanto quando gli studenti di teologia, infiammati dai predicatori e impadronitisi del potere, hanno deciso, in omaggio all'iconoclastia, di abbattere i Buddha di Bamiyan. “Giornalisti e commentatori si sono soffermati sulla sorte delle statue – ha accusato l'esule – senza ricordare che dietro quel gesto c'era la strage di più di trecento persone, che vivevano nella zona e che erano “colpevoli” di appartenere a un'etnia mongola e alla confessione sciita”.

Le donne del Rawa (che dispongono del sito Internet www.rawa.org e dell'indirizzo di posta elettronica rawa@raw.org) ribadiscono che l'opposizione al fondamentalismo talebano non significa automatica adesione al mondo occidentale. Anzi. Tengono a ricordare che la guerriglia incubata nelle scuole islamiche destinate a forgiare i futuri rivoluzionari era stata finanziata dalla CIA per agevolare la resistenza degli afghani contro l'Armata Rossa occupante. E certo è un'ironia della storia che Washington abbia in qualche modo fatto da levatrice a Osama Bin Laden, lo spettro delle intellingence di tutto il mondo. L'alternativa era comunque lasciare Kabul sotto lo stivale sovietico, e quindi non innescare il procedimento di implosione dell'URSS.

Maryam chiede all'Occidente “aiuti concreti”, sottolineando che “le sanzioni al regime colpiscono invece la popolazione”. “Più utile sarebbe – sostiene l'esule – colpire gli Stati che continuano a fare affari con l'Afghanistan, contribuendo a tenere in vita il regime”.

L'organizzazione di tutela dei diritti umani chiede a gran voce “l'intervento di una forza di pace delle Nazioni Unite”, sul modello di quanto avvenuto in altre raltà locali.

“Tanto più – sottolinea la giovane esponente del dissenso afghano, che non può farsi fotografare o riprendere per comprensibili ragioni di incolumità personale – che Amnesty International qualifica l'attuale situazione del nostro paese come “la più grande tragedia del nostro tempo”.

Alle parole di Maryam ha fatto seguito la raggelante proiezione di un video realizzato clandestinamente allo stadio di Kabul, durante una di quelle raccapriccianti esecuzioni di massa che connotano il volto del sanguinario regime fondamentalista.

Una nota curiosa. Nel corso della presentazione, con ardito sicretismo i talebani sono stati classificati come “fascisti”. Per dire quello che sapevamo già: che non ce ne sono soltanto in Afganistan. Di talebani.

IL CORRIERE MERCANTILE - 26/05/2001