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Orrore a Kabul

Il video-choc si apre con una cartina in bianco e nero dell'Afghanistan. E poi, subito dopo, l'orrore. Esecuzioni pubbliche allo stadio di Kabul – uomini e donne impiccati, sgozzati, fucilati – mentre i Talebani incoraggiano il boia con urla che sono una tragica parodia del tifo da curva.

Cumuli di cadaveri ammassati nelle fosse comuni, che sono ormai sparpagliate su tutto il territorio di questo paese ridotto da vent'anni di guerre intestine a una popolazione a larga maggioranza di vedove coi loro figli. E poi decine di persone al gelo in un campo profughi, che si contendono poche coperte, strappandosele dalle mani.

Maryam, la rappresentante dell'Associazione rivoluzionaria delle donne afgane (RAWA) che, invitata da Amnesty International, sta girando l'Italia per denunciare le atrocità commesse nel suo paese dai Talebani e venerdì era a Genova alla Facoltà di Lingue, aggiunge poche scarne parole di commento alle immagini, che non ne hanno bisogno. Sono un po' sfuocate, ci spiega, perché sono state riprese, a rischio della vita, con una minitelecamera nascosta sotto un burqua, la veste imposta dai Talebani a tutte le donne, che le copre dalla testa ai piedi. Ma non smorzano la violenza d'un lungo sgozzamento, né il rosso della pozza di sangue che lentamente si allarga sotto.

Le voci si sentono solo tratti, ma è straziante il lamento di quella donna infagottata nei stracci, che urla “Non ho più nulla, non so di che vivere. Com farò a sfamare i miei figli? Portateli via da qui, prendeteli con voi!” La giovane donna bruna che si fa chiamare Maryam e non si lascia fotografare se non di spalle (tutte le attiviste del RAWA sono state minacciate di morte dai fondamentalisti islamici) ha grandi occhi scuri, che si inumidiscono spesso, mentre parla delle torture fisiche e psicologiche cui è sottoposto il suo popolo, in particolare le donne dai Talebani (dall'arabo Taleba: studiare), gli studenti del Corano capitanati dal Mullah Mohammed Omar, che dal 1994 ad oggi hanno conquistato il 90% del paese.

Quando è nato il movimento RAWA e in cosa è impegnato?

RAWA è stato fondato a Kabul nel 1977, durante l'invasione sovietica, da un gruppo di donne guidate dalla leader Meena (assassinata dieci anni dopo in Pakistan da un gruppo di agenti del KGB), che lottava per l'uguaglianza di uomini e donne. Oggi è più attivo che mai in tema di diritti umani e lavora nei campi profughi in Afghanistan e in Pakistan, che ormai ospitano cinque milioni di persone. Inoltre organizza piccole scuole clandestine che si spostano di casa in casa – il nostro paese ha uno dei più bassi tassi di alfabetizzazione nel mondo, che sfiore il 4% per le donne e il 20% per gli uomini. Assiste le vedove, creando dei laboratori che producono tappeti e ha alcune unità mediche mobili.

Quando è entrata a farne parte e di cosa si occupa?

Quando mio padre, ufficiale dell'esercito, morì nel 1981 io avevo solo 9 anni e dovetti lasciare l'Afghanistan e trasferirmi col resto della famiglia in Pakistan, in un campo profughi. Qui frequentai una scuola della RAWA e divenni un loro membro, contro la volontà di mia madre che temeva per la mia vita. Da allora ho preso parte a manifestazioni e conferenze, distribuendo materiale informativo e facendo reportages, oggi porto la mia testimonianza negli altri paesi, per far sapere che oltre ai Buddha di Bamiyan i Talebani stanno distruggendo la speranza nel mio paese.

Quali sono le restrizioni imposte alle donne dal regime dei Talebani?

Sono regole disumane, che mirano alla cancellazione della donna dal tessuto sociale, relegandola al ruolo di schiava dell'uomo e della casa. Le donne infatti non possono andare a scuola né lavorare. Non possono uscire se non accompagnate da un parente stretto di sesso maschile. Devono indossare sempre il burqa, pena la fustigazione. Non possono usare cosmetici (alle donne sorprese con lo smalto sulle unghie vengono tagliate le dita). Non possono essere curate da medici uomini – dato che le dottoresse non possono esercitare, né ce ne saranno nella prossima generazione, chi le curerà? Non possono affacciarsi a finestre e balconi, né andare in moto o in bicicletta. E le donne che commettono adulterio vengono lapidate.

Quali sono le regole per gli uomini?

Per tutti, uomini e donne, è vietata qualsiasi forma di intrattenimento, dalla musica alla televisione, dal cinema alla radio. Gli uomini vengono fustigati se non vanno in moschea cinque volte al giorno e se la loro barba non è abbastanza lunga. E' vietato anche lo sport e nonostante lo stadio di Kabul sia stato restaurato con i soldi dell'UNESCO dopo la promessa che sarebbe stato usato per fini sportivi, l'unico utilizzo è come spazio per le esecuzioni pubbliche, che sono anche le sole occasioni in cui uomini e donne e bambini possono riunirsi.

Queste regole si rifanno al Corano?

I Talebani si rifanno a un'interpretazione alla lettera dell'Islam del VII secolo. Sono tutti giovani intorno ai vent'anni, cresciuti nei campi profughi con le famiglie decimate, spesso senza conoscere neppure l'affetto di una madre o di una sorella. Hanno esperienza solo del Corano e dell'arte della guerra.

Il Pakistan, che è l'unico paese che non ha chiuso le frontiere e accoglie i profughi afghani, è anche uno dei pochi al mondo che riconosce il governo Talebano. Come si spiega questa contraddizione?

I primi campi profughi risalgono ai tempi dell'invasione sovietica, e sono stati finanziati dal governo USA, da sempre nemico dei russi. Oggi la situazione è cambiata, il Pakistan vuole un rapporto di buon vicinato con i Talebani e ostacola anche la nostra attività.

Ci sono altri movimenti come RAWA in Afghanistan o in Pakistan?

Non si sono altre associazioni femminili e anche i pochi gruppi di resistenza maschile sono immobilizzati dalla mancanza di fondi e dalle continue incursioni della polizia religiosa.

Cosa possiamo fare per aiutarvi?

Potete mettervi in contatto col nostro sito internet (www.rawa.org), che è aggiornato sulle nostre attività e necessità, oppure contattare la volontaria Cristina Cattafesta.

Intervista di Lucia Compagnino – IL SECOLO XIX – 21/06/2001