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CINEMA

Maselli: da Zavattini al G8

Cosa lega un film a episodi di 50 anni fa, un video per una cantante come Nada, il documentario sul G8 di Genova e la complicatissima organizzazione logistica dei cineasti per filmare la manifestazione del 23 marzo a Roma? Prima di tutto un nome. Francesco Maselli, per tutti Citto, regista “impegnato” per definizione (ma l'etichetta gli stretta, come vedremo). E poi, forse, una filosofia: che andando al di là dell'impegno potremmo definire curiosità. O per citare lo stesso Maselli “la voglia combattiva di raccontare la realtà”. Un “qualcosa” che ha fatto la storia del miglior cinema italiano, e che – “grazie” a Berlusconi, in fondo – quello stesso cinema sta riscoprendo.

Partiamo da questo dato, Maselli. Sarà il neorealismo nel Dna, ma voi cineasti italiani avete proprio il vizio della realtà...

Forse perché siamo intellettuali strani, operativi, abituati a stare sul set e quindi a lavorare con la troupe, gli attori, la gente. Sta di fatto che il nostro cinema ha sempre saputo miscelare ironia, una sorta di laico scetticismo, un interesse acceso per la realtà e un amore per la qualità. Sono le caratteristiche che ho cercato di esaltare nelle 20 puntate sul cinema italiano che ho realizzato per Rai Educational. D'altronde, il film collettivo sul G8 è stato, dal punto di vista organizzativo, impressionante: sono bastate 4-5 telefonate (a Ettore Scola, Mario Monicelli, Wilma Labate, Guido Chiesa, Pasquale Scimeca) e nel giro di un pomeriggio c'era già il gruppo, pronto al lavoro. Ci univa una grande curiosità per i no-global, per questo movimento imperioso che era esploso a Seattle in modo imprevisto.

In fondo anche “Amore in città”, appena pubblicato in videocassetta, era un film collettivo coordinato da Zavattini. I sei registi erano Antonioni, Lizzani, Lattuada, Fellini, Risi e un ragazzino di nome Citto Maselli. Ci racconti quell'esperienza, che finalmente – dopo quasi 50 anni , il film è del 1953, gli spettatori italiani possono rivedere?

Io avevo 22 anni (sono nato nel'30, ma sono nato in dicembre e ci tengo sempre a ribadirlo...) ma ero già esperto: giravo documentari dall'età di 14 anni! Il mio episodio, Storia di Caterina, avrebbe potuto essere il mio primo film già nel '52: con Zavattini avevamo lavorato sulla storia di Caterina Rigoglioso, questa ragazza siciliana che era venuta a Roma, era stata “sedotta e abbandonata” e aveva lasciato il figlio ad un orfanotrofio, per poi riprenderselo il giorno dopo. C'era stato un processo, la storia era finita in tribunale...la nostra idea, mia e di Zavattini, era di girare il film con la stessa Caterina nel ruolo di se stessa. Bisogna ricordare una cosa: nel'53 il neorealismo era accerchiato, tutti lo davano per morto. Era necessario rispondere con una provocazione, un film-manifesto: scegliere una donna vera, che rivivesse sullo schermo la propria storia, a metà fra seduta psicoanalitica e straniamento brechtiano, era una scelta politica e culturale, un modo di gridare al mondo che Paisà, Ladri di biciclette e La terra trema non erano stati invano. Zavattini ci unì in questo gruppo, dove c'erano registi, come Risi e Lattuada, che poi avrebbero seguito altre strade, e soprattutto c'era Antonioni che aveva appena girato Cronaca di un amore che, secondo i nostri detrattori a cominciare da Gian Luigi Rondi, era il film che metteva una pietra tombale sul neorealismo mettendo in scena la borghesia. Ribadire che Antonioni era uno di noi, nato con noi – anche se poi il suo cinema seguiva altre direzioni -, era importante. Ci furono due-tre riunioni a casa di Zavattini, con i due produttori che erano Marco Ferreri (allora non pensava minimamente a fare il regista) e l'avvocato Mirabile, il cui apporto fu fondamentale. La regia di Storia di Caterina è talvolta accreditata a Zavattini e a me, ma Cesare rimase sul set solo un paio di giorni: poi capì che lo stile, il modo di muovere la macchina da presa è come il respiro, e non si può respirare in due. Così mi lasciò solo. Si fidava.

E' lecito stabilire un parallelo fra quell'esperienza, quella stagione del cinema italiano, e i lavori collettivi di oggi, dal film sul G8 al film collettivo sulla manifestazione di Roma?

C'è stato anche il film su Porto Alegre, che Ettore Scola sta montando...C'è una coerenza, di sicuro. C'è un tentativo di equilibrare, chiamiamolo così, l'impegno civile e la cura formale. C'è la convinzione che lo “stile” non sia una questione di obiettivi e di movimenti di macchina, ma un'intelligenza della realtà, proprio nel senso etimologico di “intelligere” il reale. Per la manifestazione di sabato siamo addirittura 46 registi, ma non saremo troppi: c'è tanto da raccontare...

L'assassinio di Biagi cambierà inevitabilmente il tono, se non il senso, della manifestazione...

La strategia della tensione è sempre stata complessa, legata a logiche internazionale e ai poteri forti. Non è facile da decifrare nei tempi lunghi, figuriamoci nell'immediato. Ma chi ha una testa funzionante capisce perfettamente “a chi giova”: questo atroce omicidio colpisce un grande risveglio del movimento operaio, devia le emozioni che sarebbero dovute essere propositive, combattive. E' un copione che conosciamo a memoria. Ma non ci si deve fermare, e noi artisti non dobbiamo fermarci: mai come oggi mi sembra che gli intellettuali, e i cineasti in particolare, possono svolgere un ruolo inedito, diventando la leadership di un movimento d'opinione serio. In un simile momento, servono come il pane opere di riferimento, progetti forti e soprattutto concreti. Per cui, dal G8 di Genova in poi, abbiamo pensato di costituire un gruppo di lavoro, o una fondazione, che vorremmo chiamare “Cinema nel presente”. Tenere insieme personalità cos forti e diverse non è semplicissimo, però ci stiamo provando, grazie anche al coinvolgimento di un produttore come Mauro Berardi che ha creduto nel gruppo fin dai giorni precedenti all'avventura di Genova.

Tu ti sei occupato di politica per tutta la vita e sei tuttora attivo all'interno di Rifondazione Comunista. L'attività politica rimane un aspetto fondamentale del tuo essere artista, e anche questo forse è qualcosa che risale alla tua formazione neorealista...

Può darsi. Dopo Il sospetto io sono stato fermo 11 anni, come regista, progettando un film sul Pci clandestino a Parigi, fra il '38 e il '39, che poi ho messo in un cassetto. Ma anche allora non era una crisi ideologica. Ho sempre sentito il bisogno di un partito/progetto, ed è la ragione per cui ho aderito a Rc: è l'unico partito che conserva nel suo programma l'idea di un progetto di cambiamento della società italiana. La politica è l'interesse collettivo dell'umanità, è la dimensione più alta dell'essere umano. I partiti, ovviamente, sono un'altra cosa. Diciamo che l'aggettivo “politico” è spesso degradato, ma il sostantivo “politica” rimane nobilissimo. Secondo me la globalizzazione ha come scopo la cancellazione della politica, la libertà – per chi detiene il potere economico – di agire senza i lacciuoli degli stati nazionali, della politica e dei sindacati. A questo, sabato 23 a Roma e in seguito, dobbiamo ribellarci.

Intervista di Alberto Crespi – L'UNITA' – 23/03/2002

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