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MUSICA

La ballata dei viaggiatori

Creuza de ma come disco di svolta nella musica popolare italiana, come esperienza anticipatrice dell'ondata “world” ( o etnica, che dir si voglia), ma soprattutto come parabola del viaggio di dialogo tra i popoli del globo. Allora era il 1984, Fabrizio De André e Mauro Pagani, violinista, polistrumentista e compositore già nella Premiata Forneria Marconi pubblicarono quel disco rivelandosi due viaggiatori del tipo degli esploratori: la loro fu un'immersione passionale nei suoni e nelle tradizioni di un Mediterraneo amato a letto voracemente nelle pagine di mille libri. Creuza de ma ha compiuto venti anni di vita, oggi chiude il suo cerchio virtuoso proprio nelle mani di Pagani, che riporta l'avventura in vita in piazza del Campo a Siena (nel festival da lui diretto “La città aromatica”), accompagnato da musicisti che arrivano dai quattro angoli della terra. Il viaggio immaginato si trasformerà in viaggio vissuto, i turchi e i persiani evocati nel disco saliranno sul palco per suonare Creuza e intavolare un vero scambio umano e musicale. A descriverlo, qui, è lo stesso Pagani.

Quando iniziò a interessarsi a queste musiche?

Ho cominciato ad interessarmi alla musica mediterranea nel '74. e' stato quell'interesse a staccarmi della Pfm. Nell'81 ho conosciuto Fabrizio e dopo due anni di tour abbiamo scritto tutto. Ma l'interesse per quei suoni era figlio dei tempi. In Italia avevamo già la Nuova Compagnia di Canto popolare, Il Canzoniere del Lazio, Moni Ovadia che si occupava di musica balcanica. Quando uscì Creuza era naturale che ci trovassimo all'avanguardia rispetto al resto del mondo. E pensare che Fabrizio e io eravamo come due Salgari, con poca esperienza di viaggi veri e tante letture sul Medioevo, sulle storie di Alessandro Magno e i suoi viaggi in Oriente, ma anche tanti dischi ascoltati come la musica galiziana del '200 e '300 o la raccolta di canti di Alfonso El Sabio.

Fu complicato sintetizzare questo materiale su disco?

Fu un parto facile dal punto di vista di scrittura (tre mesi appena). La realizzazione, invece, come tutti i dischi di Fabrizio, persona intelligente e piena di dubbi, è stata faticosa. La bravura di De André fu nell'impedirmi e impedirci di rovinarlo una volta arrivati in sala di registrazione. Mantenemmo lo stesso incanto, la stessa tranquillità e lo stesso entusiasmo che c'erano nei provini. Ci aiutò Alan Goldberg, il magico fonico sudafricano già collaboratore degli Area.

Nel 1984 l'etichetta discografica di Peter Gabriel “Real World”, che pubblica musicisti di tutto il mondo, non esisteva. L'avevate anticipata?

Sì. anche se negli anni successivi ho apprezzato molti dischi di quel catalogo. Però ho sempre trovato più interessanti i lavori di artisti del mondo contaminati con la musica occidentale che l'inverso. Nel senso che mi pare che tutta la cultura anglosassone abbia poca flessibilità, faccia un po' fatica a mescolarsi. Per noi che siamo, diciamo...più terroni, è più facile.

Vi rendevate conto che “Creuza de ma” avrebbe rappresentato una chiave di volta nella musica italiana?

Non ci si rende mai conto di certe cose, anche se si è molto presuntuosi. Certo io ero stupefatto del lavoro letterario di Fabrizio e del suo grande coraggio: un cantautore famoso per i suoi testi che decide di cambiare completamente rotta e per di più di esprimersi in genovese, una lingua nella quale nessuno ci capisce niente inclusa metà dei genovesi. Questo è stato il grande atto di coraggio. Ma ho avuto anche la sensazione, poi confermata nel tempo, che il disco possedeva un sottile velo di distacco dalla realtà, lo stesso che hanno i dischi senza tempo, quelli destinati a durare. Certo non eravamo aiutati: il direttore della dischi Ricordi di allora uscendo dallo studio borbottò: speriamo di vendere qualche copia a Genova!

Commercialmente, come andò?

All'inizio fece un po' di fatica. Il primo anno raggiungemmo appena le 80mila copie. Poi, poco dopo, vinse tutti i premi che poteva vincere e ancora oggi credo che abbia ampiamente raggiunto le cifre dei dischi più venduti di De André.

La lingua genovese fu una grande intuizione...

La grandezza di Fabrizio non fu solo quella di raccontare storie splendide, ma anche quella di lavorare magistralmente sul suono: molte delle frasi sono state cambiate perché lui cercava appositamente parole che avessero ritmo, o un suono più africano o più arabo o più occitano a seconda dei casi. Un enorme lavoro di fonetica. Fabrizio disse: cosa c'è di meglio del genovese? Una lingua che ha in sé parole di origine araba, che è il gergo dei viaggiatori.

Recentemente lei ha fatto uno splendido disco da cantautore. Cosa ha imparato in ambito cantautorale da De André?

Quasi tutto. Io venivo da un gruppo, la Pfm, a cui prima di tutto interessava suonare, il cantato arrivava dopo. La canzone è un'altra cosa. Come si fa a esempio a fare una canzone e non dei comizi? Lui mi ha insegnato che nelle canzoni non si giudica. Si offrono possibilità, si aprono finestre e si capovolgono prospettive, ma non si giudica. Si emoziona. Fabrizio diceva: le canzonette devono emozionare, sennò si scrivono libri, si mandano telegrammi, si telefona.

Qual'è la storia che preferisce di “Creuza de ma”?

Fabrizio una volta parlando del brano Sidun mi ha detto: è la cosa più bella che abbia cantato in vita mia. Sono d'accordo: il testo, di altissimo livello poetico, parla del dolore di un padre per la morte del figlio. E' paradigmatica. Oggi, ad esempio, in Medio Oriente l'unica cosa che accomuna ebrei e palestinesi è il dolore per i propri figli morti invano. Se vogliamo provare a instaurare oggi un dialogo, cominciamo dalle cose comuni. E' il dolore che ci accomuna? E allora partiamo da quello ed eviteremo di uccidere i nostri figli.

Come ha messo su lo spettacolo di domani sera a Siena?

Non volevo una celebrazione, Fabrizio è fin troppo celebrato. L'idea è che oggi Creuza sia il canovaccio di un grande viaggio mediterraneo, un viaggio che dobbiamo continuare, magari cambiando protagonisti e luoghi. Meno da Salgari e più da viaggiatore vero. Così stavolta non immagineremo i turchi, ma i turchi ci saranno in carne ed ossa. E con loro sul palco, ci saranno i magrebini, i persiani, uno dei più importanti cantori delle sinagoghe israeliane, i sardi. Cercheremo di ospitare un pezzo di mondo.

Intervista di Silvia Boschero - L'UNITA' – 25/08/2004

Recensione di Creuza de ma



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