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MUSICA

Max Manfredi

Max, hai voglia di rispondere a due o tre domande per la rivista on line www.ilportoritrovato.it ?
Max, tu sei un cantautore colto, le tue canzoni sono imbottite di citazioni, riferimenti. Sono canzoni straripanti di letteratura, di arte. Non sei scabro, nella scrittura, ma generoso, opìmo. Ma quando ti presenti al pubblico viene subito fuori la timidezza del genovese, il riso reo (raro). E' così?
No.
Le mie canzoni non sono poi così lardellate di citazioni letterarie. C'è, sotto alle mie canzoni, una letteratura nascosta. Ma pochi sono i riferimenti espliciti ad autori riconoscibili. Facci caso, o, al contrario, dimostrami quello che dici con esempi.

A parte qualche nome illustre che nomino, ma quasi come personaggi o magari in funzione ironica (Byron e Montale su tutti, ma anche Paperopoli, Gastone o Biancaneve) le mie canzoni sono, meglio, palinsesti mitologici. Le figure del mito, sì, ci sono, frammentate, stravolte in ambiti estranei (San Giorgio, in Natale fuoricorso).

C'è forse una coscienza, una lucidità della pratica letteraria, che arriva al paradosso e allo sberleffo doloroso ("...a berti divento poeta / così non dico più niente" Centerbe)

Che poi la mia scrittura sia generosa, questo è vero. Canzoni lunghe, molte parole cantate. Marco Ongaro, cantautore e scrittore veronese, mi paragona ad un fiume.

Al di là del complimento, penso che qualcosa di fluviale, nella mia lirica, ci sia. Anche se noi siamo portati ad associare il fluviale all'epica, piuttosto.

La timidezza del genovese vien fuori sì. Prima reagivo diventando aggressivo, ostile con il pubblico, se qualcosa andava storto. Adesso sto recuperando un equilibrio fra me, le mie canzoni ed il pubblico, che mi permettano - semplicemente - l'interpretazione. Questo è il "mestiere".

D'altronde esistevano, nel medioevo, i trovatori ed i più eclettici giullari. Io, che qualcosa del giullare ho, evidentemente sono più vicino all'atteggiamento dei trovatori. Per giunta genovesi.

Ma, mentre un pagliaccio deve assolutamente essere un poeta, non penso che un poeta debba necessariamente essere un pagliaccio. Né pagliaccio né poeta (ed entrambe le cose), cerco di divertirmi e divertire (in senso etimologico) senza soccombere per forza alla logica ingenerosa e brutale del "facce ride" televisivamente imposto.

So che ami molto l'Ottocento. E poco il Novecento. A Genova dov'è (parlo di strade, piazze, trattorie ecc) l'Ottocento che piace a te?

Mah, forse te l'ho detto in privato, ma non mi sembra che sia così. E' un po' strano "amare" un secolo. I secoli, prima di tutto, grondano di lacrime e sangue, sudore e polvere da sparo, regnatori ed ingiustizie, scettri e cretini. Si può provare inclinazione verso un periodo, un clima storico, questo sì.

Sono affascinato da certi elementi del medioevo, ma è una suggestione irrazionale, magica.

Genova è, architettonicamente, palinsensto, o Wirrwarr, guazzabuglio di stili, età, forme e figure. A volte accatastati, con una entropia più arbitraria che in qualsiasi mostra d'arte contemporanea. Quindi c'è qualcosa di ogni epoca, dal medioevo al postmoderno. Ed anche le culture, le etnie... mosaico, rumentaio, contenitore, giardinetto: e tutto visto attaverso un "taglio", un'inquadratura. Genova non è una città da cantautori, come dico scherzosamente in una canzone; è una città da registi.

Il Centro storico. Tu ci vivi. Ora, però, lo stanno ristrutturando. E, probabilmente, snaturando. Ti senti snaturato e tradito anche tu?

No, non sono così legato ad una tradizione per sentirne il "tradimento". E non saprei dire qual sia l'anima del centro storico e cosa la tradisca adesso . Forse è una cosa da chiedere agli storici.

Elementi che prima non c'era si sovrappongono, causando squilibri. Le tipologie di conflitto cambiano. I gruppi si spostano. Le convenienze dettano diverse leggi. Le strategie di sopravvivenza si sprecano.

Negozietti cinesi, kebab, un fiorire inaudito di gelaterie (il principale portato del 2004, anno della cultura); e poi enoteche nuove che, spesso, purtroppo, esauterano le vecchie; musiche di varie etnìe, quasi tutte tendenti alla globalizzazione ritmica; e poi, certo, i rinnovamenti, le bonifiche, le ristrutturazioni, gli aumenti dei prezzi, la "milanesizzazione" incombente...

Nello stesso tempo, trovi negozietti impensabili in molte altre città "grandi". Perché il centro storico è una città piccola.

Tutto questo io l'osservo e lo uso come set, ma non saprei deplorarlo o denunciarlo. Ristrutturare un vicolo o una piazza non è come distruggere Via Madre di Dio, non è urbanizzazione selvaggia. E' anzi qualcosa che va fatta; anche se si fa per motivi economici, come tutto, e qualcuno magari ne fa le spese. con lo sfratto.

Meglio di me saprebbe risponderti un sociologo. Io posso solo dire che non mi sento "tradito" da questo caos, e non mi ci rispecchio nemmeno.

Il centro storico è un formaggio coi vermi, i vermi siamo noi che ci stiamo: di razza umana, di tante etnìe, di classi diverse.

Io poi abito qui da pochi anni. Non ho una memoria centrostorica... da giovane abitavo nelle zone alte, sopra Castelletto, o Piazza Manin... quasi le alture.

Però si apriva uno scorcio ed eri sopra il mare. Di sghembo marciavi dall'alto al basso, e viceversa. Genova è un tutt'uno. Andavi "downtown" e risalivi. Le discese ardite e le risalite, proprio.

Genova "per i ciclisti è micidiale". Città "degli amori in salita" scriveva Giorgio Caproni. Eppure qualcuno vorrebbe le piste ciclabili anche da noi. Lo sapevi? C'è chi si lamenta che a Genova non esistono piste ciclabili.

Io dico sempre che per capire la verticalità di Genova non occorre essere poeti, né architetti: basta essere pedoni. Comunque è vero che si vedono in giro dei ciclisti, è un altro sport estremo, qui, un po' come fare gli artisti. Se ne vedono. E quindi fanno bene a mugugnare per le piste ciclabili. Ritengo prioritarie per me altre questioni, ma rispetto i velocipedi, i ciclisti e gli anarcociclisti.

Lasciamo stare il già citato (e spesso troppo citato) Giorgio Caproni. Lasciamo perdere Sbarbaro, Ceccardo Roccatagliata Ceccardi e anche Firpo e Montale. Trovami qualche scrittore o poeta genovese in Germania, in Russia, in Inghilterra. Ce ne sono? Voglio dire di "genovesi" foresti che magari Genova non l'hanno mai vista e neppure mai sentita nominare però...

Scusa, non ho capito la domanda. Molti poeti "foresti" hanno scritto di Genova, su Genova ed anche da Genova. Oppure, qualcuno ha ambientato a Genova drammi od opere. O, ancora, hanno soggiornato qui o nella riviera. Beh, basta che pensi a Shelley, a Byron... oppure Nietzsche. Pure Guido Gozzano...

Ci sono libri pregevoli che raccolgono impressioni ed aneddoti al proposito.

D'altra parte io non sono mai stato a Lisbona, e autentici fadisti mi dicono che io canto il fado; non ho mai messo piede ad Atene e greci veri riconoscono il loro clima nel mio orecchiare il rebetiko. Quindi, a maggior ragione, sarà successo a qualche illustre "mental traveller" foresto di toccare Genova "con piedi dormienti".

Ma non me ne vengono in mente.

Solita domanda su De Andrè che ti stimava molto e con il quale hai lavorato. C'è tanta iconografia e retorica sul suo rapporto con la nostra città. Ma l'amava davvero, Genova, De Andrè? Gli andava ancora a genio?

Penso di sì, infatti voleva tornarci e aveva già preso la casa al Porto Antico.

Io però non credo sia necessario stare in una città per esserne influenzati. E' una questione di imprinting. Ho vissuto molti anni fra Genova e Roma, e potrei andarmene a stare da un'altra parte senza eccessivi patemi (a parte un poco di nostalgia). Sicuramente subirei le atmosfere del "genius loci", ovunque mi capita di andare, ora in forma maggiore, ora in tono minore.

Ma a parlare (e a cantare) si impara da bambini...

Per quanto riguarda De André, c'è retorica ed iconografia su quasi tutto ciò che lo riguarda: ma è abbastanza inevitabile. Finchè era vivo cercava di evitare queste forme agiografiche nei suoi confronti. Da quand'è scomparso c'è stata una vera deflagrazione di interesse, emozione e passione attorno alla sua figura. Quindi, a maggior ragione, c'è retorica sul suo rapporto con questa città.

Certo non aveva mai perso la cadenza, usava volentieri parole genovesi anche nella conversazione (una volta un geniale giornalista riportò in un'intervista anche i suoi "belin"...), credo che il fatto stesso di vivere a Milano e in Sardegna lo avvicinasse, almeno mentalmente, al ricordo e alla consapevolezza del suo essere genovese.

Si dormono sonni tranquilli in Piazza Lavagna? Fanno chiasso da giù?

Dipende. Bisogna tener conto del fatto che la piazza è un amplificatore naturale. A volte c'è chiasso eccome, contando che ci sono tre locali qui sotto. Specialmente d'estate si sentono marosi di voci, e musiche e ritmi d'ogni tipo. Poi si sentono grida e rumori di saracinesche, furgoni della rumenta... poi si sentono urla, rattelle, litigi; poi si sentono quelli che urlano di star zitti. E cani, gente che passa.

Poi si sentono bande musicali, concerti più o meno improvvisati, gruppi di preghiera latinoamericani, percussioni...

D'estate, specialmente. D'inverno, con le finestre chiuse, i suoni vengono attutiti.

Oggi ho notato, andando per le vie affollatissime, specie Via San Vincenzo e Via XX Settembre, che Genova è sempre più una città gregaria. La logica delle voci e dei rumori non è tanto quella degli spostamenti di individui, quanto quella degli stormi, delle transumanze. Non ho mai capito quale istinto spinga l'essere umano e sociale a riversarsi in massa nei luoghi di tutti, e in un paese o una cittadina questo avviene secondo modalità diverse.

Una volta la domenica, Genova era un deserto. Aumenta il turismo, aggiungi natale, somma con più negozi aperti, il risultato è un bagno di folla che avrebbe fatto impallidire Baudelaire.

Ma adesso, qui sotto, è silenzioso. Si rimette in moto la macchina del lunedì dopo

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