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Cile, l'orrore del “Piano condor”

La sera in cui Bernardo Leighton, esule cileno, democristiano, una voce moderata ma molto severa nei confronti dei golpisti, venne ferito gravemente insieme alla moglie, furono in molti a capire che i colpevoli dovevano essere cercati in Cile, ma anche in Italia, paese ospite. Ere il 6 ottobre 1975. Due anni dopo il golpe, Pinochet continuava a dare la caccia agli oppositori interni e esterni attraverso la DINA, la sua polizia politica. E sembra ormai indiscutibile che senza il contributo dei servizi segreti italiani nell'insabbiamento della vicenda, sarebbe probabilmente stato possibile salvare le vite di molti oppositori importanti come Letelier, per esempio. Con Il condor nero (Sperling & Kupfer, 195 pp, € 16), Patricia Mayorga, giornalista cilena esule in Italia dal '75, ricostruisce l'attentato ai Leighton e, contemporaneamente, traccia la storia agghiacciante dell'Internazionale fascista, un'organizzazione trasversale e senza nome che operava quasi parallelamente all'Operazione condor, in cui le nazioni totalitarie del subcontinente si impegnavano a organizzare e inviare squadroni della morte a fare giustizia degli oppositori all'estero. In tempi di rievocazione, Mayorga ha scelto il giornalismo di indagine e d'inchiesta, ha lavorato su un argomento che tocca da vicino anche il nostro paese.

Come nasce questo libro?

Nasce dal desiderio di raccontare una storia, dal piacere di scrivere, dalla voglia di fare chiarezza su una vicenda sepolta per molti anni e che – se non fosse stato per la caparbietà del PM Giovanni Salvi – sarebbe ancora oggi nel cimitero dei casi archiviati. E' una storia emblematica, il simbolo di decenni di mezze verità, insabbiamenti, fili tirati da burattinai invisibili. Contemporaneamente ho cercato di sviscerare le manovre e i depistaggi a cui i servizi segreti italiani hanno forniti contributi significativi.

Ha incontrato i protagonisti negativi, che impressione le hanno fatto?

Dalle Chiaie, per esempio, mi è sembrato molto astuto, molto abile nella scelta di ciò che vuole dire o tacere. Anche quando viene messo alle strette dalla storia e dalle prove, si ostina a negare. Non mi è parso un'idealista, semmai un professionista della guerra, uno che combatte perché gli piace. Invece Vinciguerra – ergastolano – mi è parso diverso, meno inquinato.

E cosa prova al pensiero che siano quasi tutti in libertà?

Mi fa lo stesso effetto che vedere Pinochet camminare per le strade di Santiago, mi dà una sensazione di impotenza e di rabbia, mi viene voglia di dire che veramente non c'è giustizia.

Che cosa ricorda del golpe?

Ero una giovane giornalista, lavoravo per una radio della sinistra rivoluzionaria, quindi sono rimasta disoccupata esattamente quel giorno. Per le mie sorelle di sinistra, che avevano una vita strutturata, è stata dura, ma per me è stata una spaccatura orizzontale e verticale di tutto ciò che era stata la mia vita sono al giorno prima. Non sono stata in prigione, ma sapere che ogni giorno dei tuoi amici sono finiti in prigione o sono stati uccisi è straziante.

Ha vissuto due anni in Cile prima di emigrare, com'era la vita?

C'erano due paesi, uno era il mio, quello della gente di sinistra, al limite della sopravvivenza, che non poteva lavorare perché trovava tutte le porte chiuse per paura. Una paura tale da somigliare a una rimozione collettiva, nessuno voleva sapere. L'altro paese era quello dei militari, della bella vita, delle feste. Per campare lavoravo a maglia corredini per bambini e ho rimosso a un punto tale che, quando è nato mio figlio, non sono riuscita a fargli nemmeno un coprifasce.

Per chi ha scritto questo libro?

Per i giovani, perché imparino. Hanno un mare di informazioni, tutti gli strumenti per averne altre e non sanno utilizzarle, interpretarle.

Intervista di Antonella Viale – IL SECOLO XIX – 11/09/2003




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