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CINEMA

Mazzacurati: “I miei eroi schiacciati dal potere”

Riuscire a cavalcare il pericolo senza soccombere”. Questo vuol dire essere A cavallo della tigre per Carlo Mazzacurati. Un film, nelle sale dall'8 novembre, che si ispira all' omonimo film di Luigi Comencini sceneggiato da Mario Monicelli, una commedia del '61 anomala e graffiante con uno strepitoso Nini Manfredi. Riambientata ai nostri giorni, la storia di Mazzacurati racconta le disavventure di Guidi, Fabrizio Bentivoglio, uno sbruffone pieno di debiti che progetta insieme alla sua fidanzata, Paola Cortellesi.

Ma qualcosa non funziona, lui viene arrestato mentre la compagna si dà alla fuga con l'intero bottino. In carcere viene coinvolto suo malgrado in un'evasione da due ergastolani, un turco e un marocchino, che gli renderanno la vita impossibile. Un'avventura tragicomica, scandita dalle musiche di Ivano Fossati, che inizia a Milano, ha il suo apice a Torino e si conclude in una Genova fatta di sentieri costretti, scogliere a picco sulla spiaggia e il mare aperto a un'altra vita.

“Un atto d'amore per le persone semplici che vivono con difficoltà il nostro tempo. Una storia rocambolesca: ha per protagonista un uomo senza particolari qualità che pensa di risolvere i problemi attraverso facili scorciatoie”. Questa l'idea che ha ispirato il regista, anche se alla fine non si individuano l'audacia e la cattiveria tipiche della miglior commedia all'italiana e mancano quelle situazioni concrete così egregiamente raccontate in altri film di Mazzacurati come “Il toro” o “Vesna va veloce”.

Mazzacurati, perché si è ispirato al film di Comencini?

Non ho fatto un remake in senso tradizionale. Mi sono ispirato a un film che amo molto per dare uno sguardo sul mondo e sulle persone. Il rapporto di parentela col film scritto da Monicelli è più che altro emotivo. Tra i due film passano quarant'anni, in cui il paese è cambiato moltissimo.

Qual'è lo sguardo che voleva dare?

Uno sguardo alle persone semplici, a quelli che sbagliano e sono giudicati dei disgraziati, dei perdenti. Uno sguardo senza cinismo, che li vede nella loro purezza, nel loro essere lontani dalla volgarità imperante.

Perché ha scelto Paola Cortellesi nel ruolo di Antonella?

Perché sapevamo che avrebbe affiancato Morandi nel programma de sabato sera. E' stata una scelta che ho fatto insieme a Fabrizio Bentivoglio. Il progetto è nato insieme a Fabrizio. Con lui abbiamo lavorato intorno al suo personaggio. L'incontro con Paola ci è sembrata la chiave attraverso cui ricostruire il personaggio della protagonista femminile. Il suo è un ruolo complicato, ma lei è un'ottima attrice e se l'è cavata benissimo.

Il personaggio di Bentivoglio rispecchia i personaggi dei suoi film, quelli appunto giudicati perdenti?

Guido è un ingenuo, uno che crede che la tv e la vita non siano dissimili e se qualcosa non piace basta cambiare canale. Poi si accorge però che non è così, gli incontri che fa gli fanno acquisire consapevolezza e uno sguardo che prima non aveva.

I suoi personaggi scivolano sempre nell'illegalità, anche se per necessità. E' un modo per sottolineare il loro disagio?

Le notizie di cronaca che si leggono sul giornale non indagano, danno giudizi. Io non voglio dare giudizi. Il personaggio è superficiale ma poi si accorge delle persone e del mondo intorno.

Perché la voce fuori campo di una bambina che spiega gli eventi?

Lo sguardo semplice dei bambini a volte riesce a districarsi meglio nella complessità della vita. La bambina qui sembra più adulta degli adulti.

La sua è una commedia dove il dramma finisce per avere il sopravvento.

E' un film che promette tonalità grottesche e man mano si essenzializza. Abbiamo asciugato i toni iniziali scegliendo un equilibrio diverso.

Intervista di Claudia Cipriani – IL SECOLO XIX – 02/11/2002

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