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Se non scrivessi sarei un assassino

Il protagonista del romanzo di Efraim Medina Reyes, C'era una volta l'amore, ma ho dovuto ammazzarlo (appena uscito nell'ottima traduzione di Gina Maneri, Super UE Fetrinelli, pp. 175, € 8,5) è un maledetto giovinastro chiamato Rep, generoso e sprezzante, che va in corto circuito quando una certa ragazza lo abbandona per un tipo scipito e normale. S'immerge perciò ancor più a fondo nel suo sbandare alla giornata, candidamente scandaloso, in una città violenta dove chi è in fuga trova un paradossale rifugio, un bosco che protegge il lupo dal cacciatore. Rep è circondato da un gruppo di soci di deriva, che progettano un film giallo dedicato a Socrate e s'inzuppano della musica e delle leggende dei loro idoli, dai Sex Pistols ai Nirvana

La scrittura di Medina è crudele e delicata insieme. Sa creare situazioni di trascinante comicità, sia popolaresca che onirica, accanto a momenti di amaro disincanto e lussureggianti scoppi di vitalismo. E' un capolavoro che ci porta un'immagine radicalmente nuova della letteratura latinoamericana, a mille miglia dalle ricorrenti rifritture della lezione, ormai mummificata e turistica, dei maestri del passato.

Il libro è come un CD di hard rock (non di cumbia o di salsa), spezzettato e incisivo, un subbuglio perfettamente scandito che dà libero sfogo alla creatività come all'alcolismo, alle fantasticherie di fama come al donchisciottismo controculturale. Ma la nota dominante è una grande freschezza e franchezza, un'irresistibile poesia asprigna e licenziosa. E' la rivolta di una generazione periferica, che rifiuta l'arrivismo perbenista e ogni tipo di ideologia, ma anche la depressione, ed è decisa a vendicarsi del sentimentalismo da telenovela e a restare spinosamente giovane, giovane a oltranza.

Come dice l'autore stesso, “Rep non vuole autodistruggersi, almeno non nel senso tragico, letterale ed esistenziale delle rock star che ammira: si limita a trasformare in cinismo e ironia ciò che si suppone debba essere serio e doloroso. L'umorismo è il suo antidoto, la sua unica via d'uscita”.

Alto e magro, un cespo di capelli disordinati e un volto color cannella rabbuiato dalla barba mal rasata, Efraim Medina Reyes è nato nel 1964 a Cartagena, sulla costa caraibica colombiana, e vive a Bogotà. Con i suoi libri provoca sempre polemiche furibonde, lo si accusa di oscenità e di irriverenza verso i notabili della patria e della cultura e di molto altro ancora. E lui prende la palla al balzo e risponde per le rime.

Nel romanzo Rep spiega Perché si è messo a scrivere. E tu?

Mio padre fu schiacciato da un'automobile davanti ai miei occhi. Avevo sei anni e quella tragedia mi ha segnato. Sono rimasto a lungo senza poter parlare e sono diventato molto aggressivo. Gli psichiatri hanno provato un mucchio di cure. Durante l'adolescenza mi hanno raccomandato la boxe e io ho affrontato 14 combattimenti da pugile dilettante, fino a che mi hanno spaccato il setto nasale e mia madre ha deciso che il rimedio si stava rivelando più pericoloso del male. A 19 anni mi sono innamorato di una ragazza cui piaceva la poesia e per sedurla gliene ho scritte una valanga. Era un'esca e lei ha abboccato. Sesso e poesia si sono rivelati un'ottima terapia contro l'ira...Poi lei mi ha lasciato, confessandomi tra l'altro che trovava orribili le mie poesie. Ci sono rimasto malissimo e ho pensato di smettere di scrivere, ma ormai era tardi, ero abboccato al mio stesso amo. D'altronde, se non scrivessi sarei un assassino, come ha affermato un critico.

Rep e il suo autore sembrano vivere nel caos, sull'orlo dell'abisso. Non hanno grandi progetti a parte la festa sfrenata e il sesso, che è un calmante, ma dà assuefazione...

Quando ho fondato insieme ad alcuni amici la ditta “Fallimento S.r.l.” adottando lo slogan: “Verremo dovunque ci sia bisogno di un fisco”, non ci sentivamo affatto sconfitti. Il fallimento era solo il nostro marchio, il modo migliore di dire ai nostri genitori e alla società che non eravamo venuti al mondo per realizzare i loro fottuti piani di studi regolari e impieghi salariati. Invece di imbarcarci in quelle luminose menzogne, abbiamo messo su un bar rock per ubriacarci. Abbiamo girato video amatoriali, registrato canzoni in garage e pubblicato libri fatti a mano. Parlare delle piccole e dolorose ferite dell'amore mi permette una comunicazione intima con il lettore. Parto dal sesso, che il dio dei media e la pietra filosofale del consumismo, ma cerco di andare ben oltre. Magari di pervertirlo ancora di più.

Conosci l'Italia?

So quel che arriva per televisione, nei libri, nei film...e ho visitato il Nord l'anno scorso...E' un paese bello e agiato, con un'idea molto made in USA del successo. La musica che ho ascoltato alla radio, le serie che passavano in TV e le conversazioni che arrivavo a comprendere nei centri commerciali mi danno l'idea che il livello di stupidità è simile al nostro e in questo senso il mondo si livella al ribasso, d'altra parte basta vedere il vostro Presidente del Consiglio. Non ho trovato quasi nessuno interessato a quanto accade nel pezzetto di mondo da cui provengo, la filosofia dev'essere “a ciascuno i suoi guai”. Però quel che mi piace meno dell'Italia è un certo Eros Ramazzotti che in Colombia furoreggia: a me dà l'emicrania.

I tuoi libri non si basano sul paesaggio né sul folclore; non c'è nulla di tipicamente latinoamericano, nessuna concessione all'esotismo pittoresco che ci aspetta in Europa, men che mai realismo magico. Ma tu non intendi, a differenza della maggioranza dei colombiani famosi (e anche non famosi), lasciare il tuo paese, dove la situazione è sempre più difficile. Come mai?

La mia generazione è cosmopolita, desidera un paese tollerante, detesta l'idea feudale che vogliono imporre quelli che mettono bombe nelle città o massacrano contadini indifesi. Macondo è stato il fantasma al servizio di un tale Gabriel Garcia Marqueting e ormai non ci servono più a nulla né l'uomo né il suo fantasma. Dalla Colombia non me ne voglio andare Perché è il mio posto al mondo e contiene quasi tutto ciò che amo.

Ti consideri un bravo scrittore?

Non si può mai essere sicuri. Hemingway diceva che ogni scrittore deve avere un rilevatore di porcherie, ma a lui dev'essersi guastato Perché i suoi romanzi sono delle autentiche porcherie. L'apparecchio di controllo gli ha funzionato a malapena per i racconti. Sicché ogni scrittore deve avere un rilevatore di porcherie e un altro aggeggio che garantisca il funzionamento del primo.

Ti piace qualche scrittore latinoamericano?

Preferisco la boxe. In qualunque altro sport far male è contro le regole. Se un pilota di formula uno si schianta a 300 all'ora contro un muro si parla di incidente, se Simeone frattura una gamba di Totti si parla di fallo grave. Nel primo caso si indaga, nel secondo si sanziona. La boxe invece è odio puro, sali sul ring con la sana intenzione di staccare la testa al rivale. Mi piacerebbe aprire un mattino il giornale e scoprire che la notizia del giorno è il suicidio di Luis Sepulveda con tutto il suo codazzo di scrittori leccaculo...

Cos'altro odi?

Le stanze piene di libri come la tua, la gente che lavora dietro a uno sportello, Mercedes Sosa (il cui cognome, azzeccatissimo, in spagnolo vuol dire “insipida”), quelli che spiegano le proprie azioni, i foruncoli, quelli che credono alla data di scadenza degli alimentari in scatola e le odiose vacche che animano i quiz a premi e le televendite. I politici li infilerei in un tritacarne. E non vorrei mai essere uno di quei mutanti che spiegano a 40 mutantini le coglionate di Hegel e Kant in una putrida università. E nemmeno un granchio smarrito in mezzo a un'autostrada a sei corsie.

Come professore ti ringrazio per la tua stima. Pensi che le tue opere saranno ricordate tra cent'anni, magari in qualche università?

Le opere passano e l'uomo resta: l'uomo ha abbattuto civiltà, ha trasformato in pezzi da museo migliaia di specie, è sopravvissuto a tutti i suoi enigmi e i suoi dèi, è sopravvissuto persino alla letteratura spagnola contemporanea e alle canzoni di Julio Iglesias. L'uomo è più scaltro di un topo di fogna, più forte di uno scarafaggio. E' qualcosa di grandioso.

C'è un'esperienza che non hai ancora fatto?

Mangiarmi una pantegana viva o, cosa equivalente, leggermi le opere complete di Vittorio Sgarbi. Sperimentare lo schifo è un'avventura appassionante che intraprendo ogni mattina guardandomi allo specchio e che raggiunge il suo culmine in un incontro di scrittori latinoamericani.

Intervista di Danilo Manera – L'UNITA' – 15/06/2002

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