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MUSICA

Dal Delta a Pittsburgh. Viaggio nella “rabbia” di un grande rocker

Il Delta del Mississippi, poi sù, fino al North Carolina. E poi indietro e di nuovo sù fino all'Indiana, ai Monti Appalachi. Ancora in marcia, fino a New York, diretti ad un qualsiasi piano bar. Passando per le campagne del Middle West, oppure per le periferie di Pittsburgh. Che oggi, col 27% di disoccupati non devono apparire molti diverse da come le vedeva Woody Guthrie, sessant’anni fa. Sì, è il racconto di un viaggio. Lunghissimo, difficile. Che alla fine però trasforma un «ribelle senza causa» in ribelle. Ribelle alla guerra, a Bush, alla sua politica economica. A quel sottofondo di musiche banali e scontate che fanno da colonna sonora a questi anni 2000, anche negli States.

E’ un viaggio che comincia tanto, tanto tempo fa. Venti album fa per l’esattezza, nel ’76. Quando John Mellencamp – è di lui che si parla – era costretto a chiamarsi ancora Cougar, una sorta di giaguaro semidomestico, come voleva la sua casa discografica. Che affidava la sua rabbia a due chitarre elettriche, una batteria e un basso. Ma solo a loro, visto che nei suoi testi poteva cantare, al massimo, di “amanti da accompagnare in auto decappottabili”. Poi, la scelta di voltare le spalle al music-businees, la scelta di adottare come linguaggio le ballate rock. La scelta di cantare la sua e la rabbia dei contadini del Middle West espropriatti dalle politiche di Bush padre. La scelta di urlare il suo rifiuto del razzismo.

E ora in qualche modo il cerchio si chiude. E’ come se Mellencamp avesse deciso di andare alla scoperta – il viaggio, appunto – di cosa ci sia “dietro” l’energia musicale dei suoi esordi. Avesse deciso di rovistare nel suo album di famiglia, ma anche in quello di Springsteen o di Joe Strummer o di chiunque abbia dato qualcosa alla musica. Ne è venuto fuori un album di cover, “Trouble No More”.

Che comincia esattamente “dove tutto è inziato”. Dal Delta, dal blues. Che comincia nel primo quarto del secolo scorso, da Robert Johnson. In quei 78 giri , sporchi come solo lui li sapeva fare. Sporchi come li può fare solo chi ha avuto i nonni schiavi. E va avanti, scoprendo Blind Willie Johnson, il gospel. Quel “qualcosa di cui non puoi parlare”, come scriveva Ry Cooder, devi solo ascoltarlo. Sono lì, allora, le sue radici? Sì, ma non solo. Perché quel viaggio ha un’impennata verso Nord, nell’Indiana. Dove “incontra” Hoagy Carmichael, il jazz bianco capace di duettare con Louis Armstrong.

Poi, decide che il viaggio non seguirà più una rotta. Ma avanti e indietro nel tempo. Fino alla Philadelphia degli anni a ridosso della seconda guerra mondiale. Dove trova i Dickie Doo & The Don’ts. E a loro ruba “Teardrops Will Fall”. O forse se la riprende, visto che il brano del ’39 sembra preso pari pari da un suo lp, Lomesome Jubilee.

Poi di nuovo indietro, all’inizio degli anni ’30. Da Skeeter Davis, a indagare nel folk, quello vero, al femminile. E via di corsa, fino a Memphis. Dai Minnie’s Blues. Che sì facevano anche qualche disco, anche loro a 78 giri. Ma vivevano quasi esclusivamente riempiendo i piano bar della città. Ora altra tappa nel Mississippi. Per rendere omaggio a Willie Dixon. O meglio, agli Howlin Wolf, visto che Down in the Bottom l’hanno resa famosa loro. E rendere omaggio agli Howlin Wolf significa “studiare” Chester Arthur Bernett. Un po’ il “padre di tutte le musiche”: dal rockabilly, al rock, fino al grunge. Sì, fino ai Nirvana, che forse gli devono più di quanto si possa immaginare.

Manca ancora qualcosa, però. Il folk blues, per esempio. E qui la ricerca è davvero breve: c’è subito Woody Guthrie. Ci sono quei semplici giri di note, dove la chitarra sussurra quella lingua che solo gli homeless sanno capire. Ma non è ancora completo il cd. Perché manca lui, Mellencamp. La sua “rabbia”. Eccola, allora, nell’ultimo brano. La musica ce la mette un traditional, cantato cinquant’anni fa, appunto, da Woody Guthrie. Le parole, però, le scrive lui, Mellencamp. E scrive dell’oggi, di un presidente, Bush, che vuole mandare la polizia a controllare il mondo. E scrive di un’America che non sa resistere al richiamo della retorica, scordandosi gli anni appena trascorsi. Quelli con Clinton, dove non tutto funzionava, ma almeno all’ordine del giorno non c’erano le guerre ma la scuola, gli ospedali, l’assistenza per tutti. Ora davvero il cerchio è chiuso. Quel ribelle ha trovato la “sua” causa. Gli altri, un grande disco.

Stefano Bocconetti - L'UNITA' – 05/06/2003



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