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Pechino dieci anni dopo

A New York il femminismo per lo più non ci sarà, e non so se sia stata una scelta giusta, ma di fatto è passata questa. Dopo Pechino 1995 una costante opera svolta dalla destra, di dimenticanza, sottovalutazione, sostituzione, non presa in carico di ciò che allora si era deciso, ha eroso il grande compendio di esempi, decisioni, pratiche allora confrontate mondialmente, e vuole cancellare i fatti: da Pechino uscì la prima e finora unica votazione mondiale sulla globalizzazione respingendola quasi all'unanimità; un bilancio e una denuncia decisa sulla crescente povertà dipendente appunto dalla globalizzazione neoliberista e che ha portato le donne ad essere non più il 70% dei poveri del mondo, come eravamo nel 1995, ma l'80% nel 2000.

A Pechino si diede spazio e analisi e peso economico al lavoro non pagato delle donne, si trovò la formula giuridica per opporsi alle pratiche di mutilazioni genitali femminili, si decise contro la guerra e le spese militari, strumenti che allargano la povertà, l'oppressione e la discriminazione; si decise contro l'aborto selettivo in uso in Cina e in India e si ribadì la signoria delle donne sul proprio corpo, definendone l'inviolabilità “un bene non disponibile”.

A New York si profila un vero e proprio tentativo di vendetta: la delegazione Usa parte subito con la richiesta di modifica del documento di base, per attaccare l'aborto; sono presenti soprattutto ministre e le vantate 5.000 associazioni femminili nongovernative non si sa bene chi siano.

Una folta presenza di fondamentaliste era prevista e forse l'amministrazione Bush vuole trasformare anche "Pechino+10" in uno scontro di inciviltà, orrore!, non si potrebbe tradire in modo più clamoroso il femminismo, un movimento che poggia sulle relazioni e sul metodo del consenso.

Ciò che va detto è che si misura in questa ambigua -per non dire peggio - scadenza l'arretramento che guerra, liberismo e patriarcato hanno prodotto, con indifferenza della sinistra e dell'opinione democratica, che è forse contro la guerra, ma alleata del patriarcato che giova anche ai maschi democratici e di sinistra, nel senso che non ne insidia il potere e spesso nemmeno i modelli di vita e di comportamento.

Si terrà in Brasile a partire dall'8 marzo un altro appuntamento promosso dalla Marcia mondiale delle Donne con un documento che approvo e si spera con una presenza attiva e forte. Ciò che di quell'evento ho sentito nel mio recente viaggio a Cuba fa sperare: ma è un segno non bello che il femminismo non sia riuscito a restare in contatto e a mantenere le relazioni strette a Pechino. L'appuntamento dell'8 marzo in Brasile conferma che probabilmente il punto di riferimento per qualsiasi pratica e azione verso un altro mondo ha la sua base nell'America latina, ma molto resta da fare sul terreno della pace, dei lavori, della riproduzione, sulla libertà delle scelte di orientamento sessuale, sullo stato sociale, insomma quasi su tutto: del resto un altro mondo è un altro mondo, non una operazione di maquillage riformista.

Lidia Menapace – LIBERAZIONE – 01/03/2004



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