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Gli attivisti di Berlusconi e il costo della politica

Secondo me Prodi ha fatto male ad attaccare i giovani attivisti stipendiati con le forme del precariato nel partito di Berlusconi. In generale penso che la sinistra debba mettere avanti le proprie ragioni più che attardarsi ad attaccare episodicamente le destre, ma questa è una questione di gusti. Invece sulla recente iniziativa di Forza Italia meglio sarebbe cercar di capire perché si sia fatta. Aggiungo che sentendo un po' di dibattiti televisivi in materia, mi sono ricordata che quando insegnavo consideravo un po' burocratica la metodologia del "fuori tema", ma adesso mi rendo conto che se fossimo stati più rigorosi nel pretendere che ci si attenesse ai temi proposti, ne avrebbe guadagnato la chiarezza e si sarebbe andati un po' a fondo sulle questioni.

Dunque, cercando di stare nel tema. Perché Berlusconi cerca attivisti stipendiati? E nei confronti di chi vuole tutelarsi con ciò? Mi pare che lo abbia detto lui stesso: si è reso conto che l'area di Follini, Casini ecc., ha un retroterra consolidato e An una tradizione di impegno degli iscritti non minore. Tentò alle europee di togliere loro voti invitando il suo elettorato a non votare i partiti minori e mal gliene incolse: Follini e Fini presero fiato e i risultati si vedono. Allora una ricetta può essere di mettere Forza Italia in condizione di gareggiare con i suoi alleati con la carta che a Berlusconi non manca, oltre la furberia e l'abilità, cioè i soldi. Perché una domanda appena appena un po' fuori tema è: chi li assume come cococò i giovani forzisti?

Ciò che vien fuori dalla vicenda è che Berlusconi non vuole trovarsi altre volte ostaggio dei suoi alleati e cerca di rendersi più autonomo anche sotto il profilo organizzativo. Ma ciò facendo dice una cosa nota a tutti e cioè che fare politica costa e - cosa invece piuttosto di sinistra - fare politica è un diritto della cittadinanza e quindi tutti i cittadini e le cittadine debbono essere messi in condizione di fare politica. Infatti la domanda in tema è: ma perché Berlusconi è contrario al finanziamento pubblico dei partiti e a tutte le forme di parità di partenza (la par condicio televisiva, ad esempio) mentre dovrebbe sapere che democrazia è anche, e molto, uno sforzo di avvicinare i punti di partenza mettendo tutti nelle stesse condizioni (il che prevede l'art.3 della Costituzione)?

Berlusconi sceglie un altro modo, quello della politica finanziata privatamente, come negli Usa quando per le elezioni si fanno molti pranzi a pagamento e si raccolgono i soldi per le spese di propaganda in cambio di appoggi che le lobbies esplicitamente dicono: il voto di scambio là non è un reato, ma la regola. Ciò non favorisce la partecipazione politica di base, ma solo chi ha soldi o appoggi. Una delle ragioni per le quali la disaffezione dell'elettorato negli Usa è così alta è che le cose della politica si decidono dove ci sono soldi.

E noi? Dovremmo riprendere il discorso delle condizioni per poter esercitare il diritto intero di cittadinanza, cioè avere tempo, spazio, denaro e luoghi di dibattito permanente. Dunque, invece di scazzarsi su Berlusconi bisogna diminuire l'orario di lavoro per avere tempo per fare politica (e non perché le donne si prendano intero il carico del lavoro domestico); ristabilire condizioni di tempo ancora vivibile dopo gli anni di lavoro pagato, per poter fare politica e anche dare attività non pagata; avere pensioni decenti in età un po' prima dell'Alzheimer; avere accesso ai media, avere sedi disponibili come ci sono in un certo numero di comuni, usando parte del demanio pubblico non per fare cassa, ma per favorire l'esercizio della politica. Inoltre si consideri che non solo i partiti fanno politica e non solo i sindacati, bensì una vastissima e preziosa area di persone di buona volontà, che però non possono essere convocate in piazza a Roma ogni settimana. Per finanziare l'attività politica non partitica avevo pensato anni fa a un meccanismo come quello in uso per la chiesa cattolica: nel fare la dichiarazione dei redditi i e le contribuenti dovrebbero poter dichiarare che intendono dare qualche permille alle varie associazioni e movimenti, iscritti in un albo e disposti al massimo di chiarezza sottoponendo i loro bilanci al vaglio di commissioni pubbliche. Chi non intende passare per un sistema cosiffatto può sempre autofinanziarsi del tutto o in parte o ricorrere, come già si fa, al contributo degli enti locali e autonomi.

A me sembrerebbe un buon pezzo di programma per il centrosinistra e un buon modo per dimostrare che, verso i movimenti i partiti dello stesso non coltivano diffidenza, gelosia, tentativi di sostituzione o fantasie di concorrenza: mi ricordo al tempo dei "gruppi spontanei" un padre domenicano che se ne uscì con questa splendida espressione del cuore: «Adesso me lo faccio io un bel gruppo spontaneo come piace a me!». Sono certa che piacerebbe anche ad altri avere dei bei movimenti allineati e coperti, disposti a votare a prescindere e a difendere comunque lo schieramento anche nelle congiunture più impreviste: ma noi siamo pacifiste e pacifisti e antimilitaristi/e e gli schieramenti ci stanno molto ma molto indigesti.

Lidia Menapace - LIBERAZIONE – 07/12/2004




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