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Un futuro non armato per l'Italia

Adesso che pare si sia messa in moto la discussione sul programma, mai e poi mai vorrei alimentare una qualche altra ondata parolaia sulle priorità. Quindi - se mi occupo di uno degli argomenti che reputo fondamentali - non lo faccio per controbattere quelli che affermano essere l'economia il primo problema. Osservo solo che comunque, se si parla di economia, a nessuno viene in mente di chiedersi che cosa avrebbero da dire Laura Pennacchi o Antonella Picchio. Il patriarcato di sinistra è impermeabile. Finora. Se dunque l'economia è importante e le donne avrebbero da dire non poco in merito, non si vorrà negare che la forma dello Stato non lo sia. Anche perché è quasi distrutto. Vorrei occuparmi dello Stato sotto il profilo di una politica di disarmo da inserire nel programma del centrosinistra come nota non marginale o transitoria. Esordisco dicendo che se non ci opponiamo all'andazzo militarista che è ripreso alla grande, le promesse che tutti fanno e noi non meno, di ricostruire lo stato sociale saranno promesse non possibili da mantenere, anzi vere e proprie bugie. Siccome alle donne lo stato sociale interessa moltissimo come erogatore di servizi che rendono possibile l'inserimento nel mercato del lavoro e come mercato verso il quale la richiesta femminile si rivolge prioritariamente, ci risiamo: un soggetto politico come il femminismo ha da dire in proprio e non per ragioni generiche, moralistiche, da anime belle, ma fondate, materiali, serie e incontrovertibili.

Non è necessario essere grandi economisti per capire che tra spese militari e spese sociali vi è incompatibilità. Soggiungo che nella storia europea questa convinzione, sostenuta da tre grandi culture politiche, nel corso di più d'un secolo ha prodotto una formazione storica di grande significato che chiamiamo "stato sociale": vi è presente la cultura politica liberale dei diritti comuni personali, quella cristiana della carità socialmente intesa e quella marxista della giustizia sociale. Tale forma dello stato esiste solo in Europa, è peculiare della nostra storia, ne è uno dei momenti migliori, ma è oggi insidiata dal neoliberismo, che ottiene due risultati riducendolo, rende libere risorse per le spese militari, rende molto difficile alle donne accedere al mercato del lavoro, ne riduce quindi la pressione e le rinvia a domicilio come ammortizzatori sociali.

Dunque un programma di sinistra deve contenere una precisa proposta di stato sociale e una ferma ripulsa dello stato militarista. Le spese militari sono dannose, fanno male alle tasche, alla salute, alla qualità della vita. Sarebbero ragioni bastanti per dire che un programma di sinistra deve contenere non solo la pressante e indiscutibile richiesta del rientro delle truppe italiane dall'Iraq, ma anche un futuro non armato per l'Italia. Non è una vuota espressione da connotare come "nobile causa": oggi molteplici luoghi sociali si occupano di documentare sprechi che gridano vendetta, sproporzioni insopportabili, danni ambientali, ed economici, enormi risorse e spese per progettare costruire vendere sistemi d'arma o per costruirli per sé. Di recente ho letto resoconti della Loc, della Dpn, di ricercatori sanitari (le bombe sulle fabbriche chimiche in Kossovo e Serbia con atroci conseguenze), allarmi di scienziati che trovano segni di inquinamento da componenti nucleari di strumenti militari ovunque (solo in Iraq non si è riusciti a trovare nulla, che beffa!)

A me pare tuttavia che un pezzo di programma che metta l'Italia tra i paesi che praticano una progressiva costante riduzione delle spese militari, e si impegnano in modo concreto per il disarmo, magari arrivano a pensare e dire e fare che cosa utile sarebbe dichiararsi militarmente neutrali, abbia un grande valore etico e politico, perché riporta la ragione della convivenza ai suoi fondamenti antifascisti e costituzionali: una costituzione che sceglie il lavoro e non altro, (non il mercato, non la potenza militare, non una fede religiosa) come fondante la natura dello stato e ripudia la guerra in qualsiasi forma, deve essere interrogata e verificata da una costante politica di disarmo, a partire dalla riconversione delle fabbriche d'armi, per passare alla denuncia delle banche armate, alla scelta della finanza etica, e proseguire con l'opposizione ai bilanci della difesa e ai progetti di nuovi strumenti di morte, senza dimenticare che l'insegnamento della storia dovrebbe includere la storia delle donne, dei popoli vinti e offrire conoscenze su come i popoli sono riusciti a sopravvivere nonostante guerrieri e generali. Non è un caso che la degenerazione etica e intellettuale del nostro paese, che è sotto i nostri occhi, sia contemporanea al rilancio del militare come un mestiere: ciò porta con sè barbarie passività autoritarismo. A me sembra che le associazioni i gruppi i soggetti che da anni si occupano di queste tematiche debbono chiedere e ottenere di essere ascoltati dal centrosinistra al quale potrebbero offrire anche molte informazioni e collegarlo finalmente alla società civile organizzata, colmando un altro grande buco nero delle sue iniziative. Pare infatti e infine finita l'epoca incresciosa delle contrapposizioni personali e dei discorsi che interessavano solo chi li faceva; comincia il dibattito programmatico: ma ancora non ci si rende conto della propria insufficienza e della necessità di stabilire relazioni precise paritarie e frequenti con i movimenti e i soggetti organizzati. Nonché naturalmente accorgersi che esiste una cosa che si chiana femminismo.

Lidia Menapace - LIBERAZIONE – 06/01/2005



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