Marc Augé, antropologo e africanista, è direttore degli studi all'Ecole des hautes ètudes en sciences sociales (EHESS) e collabora tra gli altri, con il quotidiano Le Monde. Autore di importanti ricerche, culminate nella pubblicazione di Pouvoirs de vie, pouvoirs de mort (1977) e di Génie du paganisme (1982), si è dedicato per molti anni a un'antropologia dei mondi contemporanei. L'esito del suo lavoro è stato pubblicato in Disneyland e altri non luoghi (Bollati Boringhieri) che mette in luce – con uno stile sempre accessibile e spesso divertente – la crescente indistinzione tra realtà e finzione nel mondo d'oggi. L'ultimo libro di Augé, Finzioni di fine secolo (Bollati Boringhieri), appena uscito, ritorna sull'argomento e in particolare sulla straordinaria capacità della finzione di diventare realtà, inevitabilmente piegata a sua volta nel senso della finzione, con la pubblicazione di brevi saggi – in parte comparsi su Le monde diplomatique – leggeri e profondi, sempre attenti allo svilupparsi vertiginoso – nel bene e nel male – della società contemporanea. Tra le altre storie si potrà leggere del Tour de France del 1997, del Mondiale di calcio del '98 (non a caso in copertina c'è una foto di Zidane esultante), della morte di Diana Spencer (avvenimento-immagine) e di quella di John-John Kennedy (non avvenimento). Si troveranno, poi, le avventure dell'etnologo attraverso Parigi oppure alla ricerca di una residenza estiva in provincia (a volte ho l'impressione che gli stranieri vengano in Francia per darsi un passato, raccontava giovedì scorso alla Fiera del Libro di Torino). (Antonella Viale)

Zidane emblema della società del domani

Credo che il Mediterraneo porti dentro di sé tutte le nostre contraddizioni. Evidentemente è un luogo, un luogo comune se così posso dire dal quale attingiamo molti riferimenti della nostra storia, compresa naturalmente la sua forma mitica. Dalle origini a oggi il Mediterraneo ha funzionato come una delle frontiere e uno dei legami dell'Europa. Ma ho parlato di contraddizioni perché, se ci pensiamo bene, il Mediterraneo è precisamente la frontiera tra il mondo sviluppato, il mondo industriale europeo e i paesi che sono stati sottomessi alle colonizzazioni, che hanno cercato di trovare il loro equilibrio e che al momento, per la maggior parte, appartengono al mondo che impoverisce. Un mondo attraversato dalle violenze, che sono l'espressione di questo impoverimento.

Il tema del Mediterraneo è abbastanza affascinante, se lo si guarda con onestà, perché all'epoca della mondializzazione – come la chiamano – traduce al tempo stesso tutto quello che condividiamo e tutto ciò che ci separa, o quanto meno, che ci distingue. Il Mediterraneo in qualche modo è contemporaneamente il mare che unisce e la frontiera che bisognerebbe attraversare. La frontiera – si sa, - è attraversata dagli individui, è l'emigrazione e sappiamo anche che questi fenomeni migratori esistono su scala planetaria. Ma, su scala del mondo mediterraneo o perimediterraneo, c'è l'emigrazione in quanto tale, oltre all'esilio e l'integrazione nei paesi rifugio. Queste cose non accadono sempre senza traumi ed evidentemente ci sono diversi modi di affrontarle.

Una cosa che mi colpisce, su scala planetaria, è che se passiamo negli Stati Uniti, vediamo che si tratta di un paese che, da solo, vuole ricapitolare il mondo. Accolgono la gente da loro: ma c'è una doppia emigrazione, quella per i lavori umili e quella per i lavori intellettuali. I migliori intellettuali africani si ritrovano nelle università Usa, per esempio. In definitiva, una delle forme della denominazione è proprio accogliere l'emigrazione in tutte le sue forme e costituire un'immagine del mondo a casa loro.

Forse in Francia il processo di integrazione è abbastanza avanzato malgrado tutte le difficoltà e le contraddizioni che si possono verificare: i fenomeni di razzismo e di rigetto ma, l'uno nell'altro, vanno avanti comunque ed è un processo generazionale. Mi chiedo se, in fin dei conti, i paesi meglio piazzati nel dibattito legato alla mondializzazione non saranno poi, a lunga scadenza, i paesi in cui questa pluralità ha trovato la sua forma. Forse non accogliere gli apporti esterni è uno dei segni di non sviluppo e forse, più tardi, non avere avuto questa ricchezza di origine diversa finirà per rappresentare una debolezza per alcuni paesi.

E' da un certo punto di vista, dato che parliamo di Mediterraneo, e dato che il suo perimetro rappresenta al tempo stesso ciò che bisogna attraversare e ciò che unisce, anche coloro che lo attraversano clandestinamente da una riva all'altra, per venire in Europa, coniugano questa contraddizione di un mare che è contemporaneamente legame e frontiera.

Credo che accadranno le due cose: ci si unirà e si attraverserà in modo più violento. Credo che sia vero che parecchie domande si porranno su scala planetaria, anzi che si pongano già su scala planetaria ma, di conseguenza, penso che la storia non sia finita. Perché ci troviamo a gradi di evoluzione molto diversi in questi campi, ci sono fenomeni che hanno un senso soltanto si scala locale, anche quando il termine scala locale designa la Cina o altri paesi che hanno quasi la taglia di un continente. Quindi la mondializzazione è ancora relativa, ma è in marcia con contraddizioni profonde e questo porta a ritenere che sarebbe un errore credere che la configurazione attuale sia quella definitiva che darà forma al seguito. Sarà molto più complicato di così. In qualche modo si potrebbe dire che la storia comincia ora e che il resto era preistoria.

E' difficile pensare in termini di ottimismo o pessimismo: sono ottimista, ma nella misura in cui penso che ci saranno violenze, guerre e conflitti in questa storia che farà la storia del pianeta. A seconda di come si guardano i mezzi, gli episodi e si presti attenzione al fatto che alcune cose prendono una forma precisa, si è ottimisti o pessimisti. Io sono persuaso che ci siano un mucchio di cose da vivere – almeno per quelli che le vivranno – che saranno tanto appassionanti quanto dure. Per la verità lo sono già adesso, credo che non ci sia mai stata tanta violenza come ora sul pianeta, ma il sistema è strutturato in modo che non ci facciamo attenzione.

Le maggiori città del Mediterraneo sono porti, innanzitutto, anche se alcune di loro hanno perso di vista la loro importanza da questo punto di vista. Ma rimangono come simboli di ciò che abbiamo detto. Credo che siano le città più appassionanti e problematiche. Se penso a Marsiglia, per esempio, vedo una città in cui la presenza degli africani del Nord è stata manifesta prima che in altre città della Francia.

Beninteso non tutto è esemplare nella storia di queste città, né in quella di Marsiglia, perché come sempre rappresentano la società umana con tutte le sue capacità di rigetto, ma credo che siano i posti in cui si forma la società del domani. Comunque trattandosi della Francia e dell'Italia, mi viene da dire che Zidane è un po' un emblema di questo punto di vista perché, prima di essere a Torino, era a Marsiglia. E' un figlio dei quartieri nord di Marsiglia e anche queste sono cose importanti.

Marc Augé (traduzione di Antonella Viale)