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Ilaria Bodero Maccabeo
LIETOCOLLELIBRI ED.

ALDA MERINI

 

Al termine del libro della poetessa Alda Merini, «Lettera ai figli» ( Lietocollelibri ed. ) appare, in forma di
«chiudilettera » questo significativo pensiero dello scrittore libanese Gibran Kahlil Gibran, morto a New York il 20 aprile 1931:

« Quelli che voi chiamate figli e figlie non sono i vostri figli. Essi sono figli e figlie di una vita che ha fame di sé medesima. Voi potete possedere i loro corpi, ma non le loro anime, poiché queste dimorano nella casa del domani, che voi mai visiterete, neppure nei vostri sogni».

 Intervista

 

Milano-
Un casus belli, quello della maternità. E’ con la maternità infatti che inizia la guerra. E per guerra si intende il rapporto complicatissimo fra genitore e figlio, rapporto fatto di incomprensioni intestine, di illusioni reciproche, di complessi di Edipo mai risolti, di frustrazioni non dette, di ripicche piccine, di accuse violente e, naturalmente di smisurato amore. E se essere madre è difficile, lo è a maggior ragione per Alda Merini, figura tormentata e intensissima della letteratura contemporanea, che ai figli scrive una lettera aperta appena pubblicata dalle edizioni Lietocollelibri.

Perché scrivere ai figli una lettera pubblica, forse perché rendendo pubblici il proprio amore e le proprie giustificazioni li rende più forti e più solenni?

No. Il dolore non è mai pubblico, è una cosa molto privata. Però io penso che il mio dolore sia stato un dolore procurato. Non è una lettera ai figli di una madre comune, ma la lettera di una madre cui le sono stati strappati. E’ una lettera straziante, contro la violenza del manicomio, degli assistenti sociali, dei vicini che hanno testimoniato il falso.

"Se vi penso mi giunge immediato al cuore/ un sonno ristoratore,/ un sonno quasi di morte./Ogni volta che vi partorivo,/ dopo mi addormentavo in pace, sicura/ di avere compiuto il mio destino". Ma qual è il destino di Alda Merini? Quello di poetessa o esiste un destino di donna/madre da quello distinto?

No. La donna e la madre sono la stessa cosa. Ma la poetessa ha un grande pudore dei suoi figli, il pudore della madre.

"Sono la macchia del Vostro stesso pudore,/ e quando ve ne siete andati/ sono diventata preda di voglie abominevoli,/ perché voi soli eravate la mia censura". Così lei parla nella lettera. L’eros è forse incompatibile con il ruolo femminile di madre e con quello letterario?

No. C’è una bella canzone che dice "mia madre va con gli amanti, a volte prende le botte però è la mia mamma". La madre che è nelle mie condizioni ha il diritto di vivere i suoi amori, purché non venga a meno al suo ruolo primario che è quello di assistenza morale ai figli.

Nella chiusa della lettera lei riporta una bellissima citazione del poeta di Gibran: "I vostri figli non vi appartengono eccetera…"

Infatti. Una cosa che io condanno nelle madri è questo volerli "sollazzare". Non facciamo vedere ai nostri figli che tutto è bene. La vita non è tutta una bella cosa.

Ha scritto Oscar Wilde che i figli cominciano con l’amare i genitori, dopo un po’ li giudicano, raramente o ami li perdonano. Come hanno reagito i suoi figli al suo internamento?

Mi hanno odiata. Perché non c’ero. Non hanno capito. Molte madri adottive hanno taciuto la mia esistenza, forse qualcuna ha anche detto che ero morta e quando sono ricomparsa si sono sentiti un po’ straniti.

Ogni madre è stata anche, a sua volta, figlia. Non tutti possono essere orfani come diceva ironicamente Ronard. Qual è stata l’esperienza di Alda Merini figlia?

Io ho sempre capito mia madre. E ho avuto una buona madre. Io e mia sorella abbiamo pianto tutta la vita per la morte di nostra madre. E anche se avesse sbagliato, noi della nostra generazione non ci saremmo mai permessi di dirne male.

I figli sono, per le persone comuni, anche un modo di sopravvivere alla propria morte, un modo per lasciare sulla terra una parte importante di sé. Crede che questo sia vero anche per l’artista e per lo scrittore che hanno già, per quello, la propria arte?

Più che mai. Però c’è una leggenda da sfatare. E’ la leggenda del figlio buono. Il figlio è un divoratore, mangia il sangue, la carne. In tante volte sono rabbrividita leggendo il Vangelo quando Cristo chiama sua madre "donna". Immagino cosa avrà provato Maria Vergine. Non l’ha mai chiamata mamma.

 

Ilaria Bodero Maccabeo

sta in LIETOCOLLELIBRI ED.

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Last modify 28/03/2003