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Mirella Caveggia
– L'UNITA' – 27/03/2002

ALDA MERINI

Merini, la poesia e il colore degli occhi


Proprio il primo giorno di primavera Alda Merini ha compiuto gli anni. E sono settantuno, vibranti e libere come la sua poesia, le primavere che la nostra scrittrice ha festeggiato in questa ricorrenza. Per l'occasione il regalo ce lo ha fatto lei: due nuove raccolte di poesie. Sono intitolate La volpe e il sipario e Colpe d'immagini e presto saranno in libreria pubblicate da Rizzoli. Letti da una giovane attrice e soprattutto dall'autrice stessa, presente al Tangram Teatro di Torino dove se ne è parlato, i versi sono apparsi più belli che mai ad un pubblico investito in pieno dalle emozioni poetiche di questa donna straordinariamente intelligente.

Per cui la poesia è respiro, un cielo chiaro che sovrasta il ricordo doloroso di una vita segnata dal disagio mentale e dalle lunghe segregazioni in manicomio. Ma un bel verso ha ancora una presa? A questa signora imperiosa e tenera, beffarda e arguta, sincera come una sorgente, lo chiediamo in occasione degli auguri.

Signora Merini, lei è autrice di scritti che già nei titoli racchiudono un mondo poetico senza confini. In tempi come questi, che sembrano poco propizi alle effusioni liriche, la poesia ha ancora la capacità di farsi ascoltare?

I poeti continuano a credere, disperatamente, di poter cambiare il mondo, per lo meno di far sentire la sua voce in questa specie di torre di Babele in cui ci agitiamo, dove avvengono purtroppo dei delitti efferati. E non parlo soltanto di delitti di coltello, ma proprio di soppressione di queste voci, di queste volontà. Proprio ieri sera ho avuto in premio questo anello, “Il Longobardo d'oro”. Lo hanno assegnato anche ad Achille Compagnoni. Mi sono commossa rivedendo l'alpinista che ha scalato il K2, riflettendo cos'erano i nostri vecchi, che partivano da soli, affrontavano grandi montagne, si giocavano la vita per un'impresa, per una passione. Oggi questo non si fa più e allo stesso modo si fa fatica a leggere una poesia: il poeta lo si vuole solo vedere in televisione per verificare se è veramente bello. Qualcuno è venuto a vedere se avevo gli occhi celesti o verdi. Non hanno capito niente: la poesia non cambia con il colore degli occhi, un corpo brutto, sgraziato, come quello di leopardi può portare una bellissima poesia.

Quali sono stati e quali sono per lei i motivi di ispirazione più intensi?

Di solito parlo di cose che ho vissuto sulla mia pelle. Qualsiasi cosa mi è andata bene, una volta l'amore, una volta il manicomio...Il poeta crea di notte, quando tutto tace e annaspando nell'angoscia trova qualcosa di chiaro. Il poeta non è mai solo, è sempre accompagnato dalla meraviglia del suo pensiero. Io sono un po' camaleontica, anche se non sono una patita di libri e non ho mai avuto una grande erudizione. Ho studiato molto da ragazza perché ero una secchiona, ma avendo una grande memoria e facilità nell'apprendimento trovavo sempre molto tempo per giocare, per dedicarmi ad altro, per scrivere, per disegnare – disegnavo molto bene – per dedicarmi all'arte in generale.

C'è una forma d'arte che lei sente più vicina alla poesia?

La musica certamente, superiore di gran lunga. Non che l'ami di più, ma è più vera, più semplice, più libera. Il poeta non è mai solamente un poeta, deve saper fare molte cose in questa vita piena di interessi che non ci interessano.

Lei ha una bella voce, che penetra, incide ma che si insinua anche carezzevole.

Carnosa e carnale...Ma non è vero che canto, come si è detto in televisione. Un ammiratore mi ha regalato un pianoforte l'anno scorso, così sono tornata alla tastiera. E' un miracolo, perché suonare dopo tanti anni di non esercizio al manicomio, vuol dire che una volta le cose si imparavano bene. Me le ricordo le bacchettate sulle dita che mi assestavano per correggermi quando facevo degli errori. Adesso è il professore che sbaglia, mai i bambini.

Ama i bambini?

Amo moltissimo i bambini, ma con loro ho un rapporto abbastanza severo. Il culto del bambino che si pratica oggi mi sembra sproporzionato. Un bravo genitore deve essere un sano educatore e non deve lasciarsi andare a mollezze e soprattutto deve tenere conto di una cosa: che il figlio ci viene dato provvisoriamente, che andrà per la sua strada e che bisogna prepararlo al distacco e alla vita. Non a caso il bambino qualche volta si attira le sberle: vuole anche essere punito, vuole crescere, altro che coccole. Anche le ragazze, che le reclamano dal fidanzato. Ma via, facciano le donne, quali coccole. Come la canzone di Mina: “...non hanno mai problemi e son convinte che la vita è tutta qui”. Che razza di uomini vogliono? Dei cani accucciati ai loro piedi?

Parliamo di bellezza. Il concetto di bellezza è mutato...

Oggi la bellezza è un obbligo. Le donne sono bellissime, come noi purtroppo non eravamo da giovani. Non c'erano le cure, i cosmetici, l'alimentazione selezionata...e non parliamo del manicomio. Siamo stati abbastanza maltrattati, noi della nostra generazione. Adesso le guardo, queste ragazze perfette, così dotate di grazia, agili e scattanti nei loro movimenti e ne sono affascinata. Spesso mi sono domandata come facciano gli uomini ad affrontare quest'invasione irresistibile del femminile che si prolunga in tutte le età. Le nostre nonne erano un po' rattrappite, afflitte dalla malformazione diffusa e dai dolori. E c'era rachitismo fra i bambini. Non si era curati...Ma eravamo “cuor contento” senza modelli così imperativi e non mancava quella bella felicità che prorompeva da un cuore anche sfortunato, però sempre aperto alla speranza.

Lei ha scritto: niente è più deleterio dell'immagine, niente è più resistente.

Io ho settantun anni, dormo male, alle volte mi alzo mezza abbacchiata. Ma se mi siedo davanti al televisore, mi lascio rapire. I colori, i paesaggi, la natura, i documentari, l'attualità...Ed è un modo di apprendere molto più facile. Ci sono poi degli schizzi pubblicitari che sono impagabili. Quello di quel signore che si presenta con il grembiule e un inchino sul pianerottolo alla ragazza dopo la sfuriata telefonica è simpaticissimo. L'altra sera gridavo incazzata con qualcuno al telefono. Hanno suonato, ho aperto la mia porta, che è molto leggera, si sente tutto, e ho visto una persona che conosco bene inchinarsi con un “Buonaseeera”. C'è dell'arte anche lì.

Lei ha anche scritto che l'artista è l'alito di Dio.

Speriamo solo che non sia la cattiva digestione del divino, altrimenti è una flatulenza.

Alda Merini sta attraversando un momento sereno, ma ha conosciuto stati emotivi dolorosi. Impotenza, abbandono, smarrimento...

Ce n'è per tutti. La vita non risparmia nessuno. Tre matrimoni, quattro figli, ventiquattro nemici...Ma c'è da dire una cosa: ho sofferto molto più fuori che in manicomio. Il manicomio è un'istituzione protetta e forse allora che ero più giovane avevo una tenuta più forte. Fuori ho trovato delle vere canaglie, qualcuno che mi ha ricattata e ferita anche su quell'esperienza che mi ha lasciato comunque in uno stato di turbamento. Per questo mi inquieta il delitto di Cogne, il fatto di questa donna protetta, silenziosa, che nega sempre, mi sconvolge. Io che sono stata presa, portata in manicomio in quattro e quattr'otto, senza potere dire niente, che non ho mai nutrito sentimenti di omicidio, non sono mai stata fatta segno di tanta delicatezza e mi domando perché. Siamo tutti delinquenti nella stessa maniera. Papa Giovanni quando è entrato per la prima volta a San Vittore ha detto: “fratelli, non siete peggio di me, siete stati più sfortunati. Siamo tutti colpevoli”.

Lei vede i suoi figli?

Hanno passato dei guai così tremendi. Me lo hanno riferito non solo loro, ma anche qualche assistente sociale onesta. Ci vediamo, ma anche loro hanno dei problemi nel guardarsi dentro e per capire la loro madre. I miei figli sono stati maltrattati, diseducati. Da me vengono, anche se l'incontro non è sempre armonioso. E' un dovere andare da un genitore, anche se non si sente amore. Il fatto è che chi appartiene alla mia generazione deve rassegnarsi a capire che il senso del dovere non c'è più. Questo è il prezzo più alto del manicomio. Se ci penso mi sale una rabbia sconvolgente.

L'affetto dei suoi lettori un poco la ricompenserà di un passato aspro.

Parliamo del presente. Che cosa genera in lei avversione e che cosa gioia? Come percepisce la sua vita in questo momento? Una che mi sta molto antipatica è Alda Merini. Ma moltissimo...Ne ha sempre una, io me la immagino diversa: arguta, spiritosa. E poi più magrolina, più scattante, meno lagnosa. La gioia è un'idea sballata che degrada la gente. La vita però è bella, bella e bisogna andare avanti. Quanto al dopo, per non avere delusioni comincio a prepararmi all'idea che non c'è niente. Si accinge a bruciare un'altra sigaretta: Posso? Ci attaccano con il fumo passivo: fra Cogne e le Torri Gemelle, ci perseguitano anche con il fumo. Salviamo almeno quello.

Intervista di Mirella Caveggia – L'UNITA' – 27/03/2002

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Last modify 28/03/2003