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ALDA MERINI

“Tutto volevo fare, fuorché il poeta...”



A chi mi chiede/ quanti amori ho avuto / io rispondo di guardare/ nei boschi per vedere /in quante tagliole è rimasto/ il mio pelo”. L'amore è da sempre un tema caro ad Alda Merini e questa poesia contiene solo alcuni di quei versi sensuali e mistici racchiusi nel suo ultimo libro, Il maglio del poeta (manni, pagg.62, € 8,00). un libriccino che raccoglie circa quaranta componimenti, carichi di umori e di passioni. Ma di novità la poetessa milanese ce ne regala tante quest'anno. A partire dal premio Dessì, che Alda Merini proprio pochi giorni fa ha ricevuto a Cagliari (sezione “poesia” per il suo libro Magnificat (Frassinelli, pagg. 110, € 8,00): “Il Premio Dessì è un riconoscimento importante – commenta la poetessa – ma a causa di una brutta osteoporosi ho dovuto soprassedere. Ormai da un anno ho tante complicazioni.”.

Però continua a scrivere...secondo lei le situazioni dolorose possono generare poesia?

Io mi inasprisco molto quando sento dire che il dolore genere poesia, il dolore blocca la poesia, blocca le fede, blocca la speranza e ci costringe ad una vita di routine che non può essere tra le migliori, anche se gli altri perdonano. Qui non si tratta di perdonare, si tratta di capire che la poesia è soprattutto felicità. Quando non c'è felicità del corpo non c'è neanche felicità dello spirito. Si pensa spesso che la malattia sia un esorcismo, niente di più drammatico e falso. Lei pensi a quanta povera gente non è stata esorcizzata dalla poesia perché non ne aveva gli strumenti. Io non credo che la poesia salvi la vita. Io dico che la follia salva la vita, a un certo punto c'è questa pausa deleteria, disumana che però preserva almeno la parte animale della vita. La follia è una pausa di pensiero, per cui io mi arrabbio molto quando non sto bene perché è il momento in cui la mente non produce più.

Come mai ha scelto di pubblicare le sue poesie soprattutto con Vanni Scheiwiller?

Vanni Scheiwiller è stato un editore prodigio che ha cominciato a fare questo mestiere a sedici anni. E' il primo grande piccolo editore, che poi fa capo ala fiera di Belgioioso. I volumi editi dalle piccole case editrici sono delle vere e proprie preziosità dovute all'amore dei librari, all'amore verso le pagine e per il piccolo formato, all'amore per la cosa scelta non a scopo di guadagno. I piccoli editori sono uccellini che poi diventano aquile. Come nel caso di Vanni Schiewiller, che si è trasformato in animale maestoso. Come tutti noi. Come il piccolo brutto anatroccolo, una delle più belle favole che ha rallegrato la mia infanzia. E' un po' la storia degli emarginati che poi si rivelano dei geni, come Van Gogh o Ligabue. Si sa come l'ignoranza condanni a morte l'eccellenza. L'ignoranza è quella cosa che distrugge ciò che non è immediatamente comprensibile. Da qui in fondo è nato il mio libro Magnificat, il libro che ha vinto il premio Dessì, in effetti lo stupore di questa apparizione angelica mette in subbuglio il sangue di una persona impreparata come Maria, come la ragazzina, come la poesia che in fondo è un prodigio. Il Magnificat è l'apparizione della poesia tradotta in termini mistici, a cui l'uomo non può sottrarsi. La poesia non è una scelta, si viene scelti dalla poesia.

E da cosa si capisce se una persona è scelta dalla poesia?

Dal fatto che la poesia fa soffrire come delle bestie. Ti costringe a parlare come una voce profetica che si insinua. Una delle cose che dico spesso è che tutto avrei voluto fare fuorché il poeta. Io non sono molto amica di quello che tutti mi invidiano, e cioè il talento della poesia.

Quindi ha un rapporto conflittuale con il suo talento?

Sì molto. La poesia somiglia alla religione. La poesia è un marchio di fabbrica. E spesso diventa una condanna, perché è come se una volontà estrema e suprema ti prendesse la mano. Poi ci sono degli uomini volenterosi, gli editori – che chiamiamo “apostoli” – perché evitano che questi versi vadano al macero.

Dipende se uno scrive per sé o per gli altri...

E' chiaro che uno scrive per sé. Una volta ho litigato con Vanni perché mi ha detto: “Tu sei proprietà degli altri”. No, non è così! Io sono proprietaria di me stessa e soprattutto come tutti gli esseri umani ambisco alla felicità e non al dolore.

Da cosa trae ispirazione?

Da qualsiasi cosa, purché nasca dal dolore, o da un conflitto. Che poi non è del tutto vero, perché io quando ho scritto il Diario di una diversa ero veramente molto tranquilla, avevo vicino un amore che era mio marito. Per parlare del Diario dirò che ho fatto una tremenda constatazione a proposito dei soprusi in manicomio: tutti quelli che sono stati annientanti lo sono stati perché fuori non c'era nessuno che vigilava sul destino di questa povera gente. Purtroppo, in parte ho dimenticato. D'altra parte ringrazio Dio per questo. Si tratta più che altro di rimozione.

In questo momento è serena?

Per me è sempre un momento più o meno sereno. Quando uno porta fuori la pelle dal manicomio vive alla giornata. Ringrazio Dio di aver salvato la vita.

Immagino che quello sia stato il momento più difficile della sua vita...

Difficile sì, perché ero molto giovane. La carne gridava il suo diritto alla vita. Il castigo del manicomio somiglia molto al castigo divino. E' un castigo improprio.

Cosa pensa della bellezza?

La bellezza è un dono di Dio, o c'è o non c'è.

Quali sono le persone che considera sue amiche?

Guido Spaini, Maria Corti, Vanni Schiewiller, Alberto Casiraghi e poi molto sacerdoti e medici. I miei amici sono quasi tutti uomini. Le donne hanno molta dalla loro parte, che cosa hanno da invidiare proprio non lo capisco. In manicomio morivano poche donne e molti uomini, perché la donna è più creativa. Anche nelle prigioni il reparto delle donne è sempre più allegro, gli uomini muoiono lì. La donna è più furba, ma è anche più debole.

A proposito di donne lei ha dedicato poesie anche a Lalla Romano e Maria Corti, cosa apprezza di più in loro?

La serietà, la moralità e la professionalità. Il fatto che non piangono per gelosia. Anche la Spaziani è un'altra grande figura femminile. Sono state tutte ottime compagne, quindi hanno lottato vicino ai loro uomini. La donna deve essere un milite ignoto vicino all'uomo. Dietro ad ogni grande donna alle volte ci sono grandi imbecilli. La donna è più portata per l'eternità.

Questo significa che la donna è più portata per la poesia?

Sì, la donna è più poeta dell'uomo. Solo che viene combattuta perché si pensa che la donna sia razionale, mentre la poesia è irrazionale.

Le va di recitare una poesia?

Le leggo dei versi che ho scritto quando avevo quindici anni. Il gobbo: “Dalla solita sponda del mattino / io mi guadagno palmo a palmo il giorno / il giorno dalla acque così grigie / dall'espressione assente. Il giorno io lo guadagno con fatica tra le due sponde che non si risolvono /insolute io stessa per la vita / e nessuno mi aiuta / ma viene a volte un gobbo sfaccendato un simbolo presago di allegrezza / che ha il dono di una strana profezia / e perché vada incontro a una promessa / lui mi traghetta tra le proprie spalle”. Ed era veramente un gobbetto che mi salutava tutti i giorni. E' come se mi avesse detto: un giorno sarai un grande poeta. Quel gobbo era mio padre.

Intervista di Francesca De Sanctis – L'UNITA' – 14/10/2002

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Last modify 16/10/2002