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MUSICA

Giovani, siate sempre voi stessi rinunciate ad imitare i maestri”

Grande musica, ieri sera a Genova, con Pat Metheny, il fuoriclasse americano della chitarra jazz. Solo sul palco e con il trio, insieme al bassista Christian McBride e il batterista Antonio Sanchez, Metheny ha ripercorso i classici del suo repertorio: da "Last Train Home" a "Message To A Friend", da "Minuano" a entusiasmanti improvvisazioni jazzistiche. Puro lirismo unito ad una classe cristallina che ha incantato il pubblico.

Metheny, la sua musica è molto varia: da Ornette Coleman al folk americano. C'è un legame?

Probabilmente sì, ma mi è difficile definirlo. Amo suonare la musica che unisce le persone e che esprima uno spiccato senso melodico.

Molti suoi brani sono stati utilizzati in colonne sonore. La sua è una musica naturalmente cinematografica?

Sono sorpreso che lo dica, però mi piace l'idea che le immagini collaborino con le mie composizioni, anche se la musica ha una sua autonomia.

Lei sembra mettere d'accordo i jazzofili con il pubblico dei giovani. Qual è il segreto?

E' difficile mettere d'accordo chi ama il Pat Metheny jazz con quello di "Beyond the Missouri Sky", ma ogni fan trova la sua musica nel mio repertorio. questo è positivo.

Cosa pensa di etichette come fusion e jazz rock per definire il sound del Pat Metheny Group?

Fusion è un termine improprio perché nel jazz tutto lo è: la fusione infatti è la naturale condizione del jazz. E' assurdo separare artificialmente la musica. Nel mio modo di suonare confluisce tutta la tradizione del jazz, da Jim Hall a Bill Evans.

Come influiscono i fatti sociali e politici del mondo sulla sua musica?

Non esiste un rapporto diretto: in realtà si crea una relazione più astratta, ma non per questo meno significativa.

Lei ha suonato con i più grandi jazzisti: ce n'è uno con il quale vorrebbe collaborare?

Gli artisti con cui vorrei suonare sono, in gran parte, gli stessi con i quali ho già suonato. Uno su tutti, Charlie Haden, probabilmente il mio miglior amico al mondo.

Come vede il futuro del jazz?

Difficile fare previsioni. Quello che non mi piace è quando i giovani musicisti cercano di imitare i grandi maestri del passato: questo non funziona.

Lei ha sempre privilegiato lirismo ed espressività a velocità e virtuosismo fine a se stesso...

La tecnica può essere molto importante, pensiamo a Gary Burton, John Coltrane e Keith Jarrett. Ma troppa tecnica va a scapito delle idee. Lirismo per me significa raccontare delle storie e creare emozioni. Se poi è necessario andare veloce, non mi tiro indietro.

Fra le sue collaborazioni extra jazzistiche, ce ne sono state con David Bowie, Santana e Pino Daniele. Cosa ricorda?

Non mi piacciono le separazioni artificiali dei generi musicali. Invece, mi interessa avere al mio fianco dei musicisti che abbiano cose da dire. Ogni artista è unico: c'è un solo Bowie, uno solo Santana e un solo Daniele.

Lei ha suonato per Genova 2004: che tipo di cultura rappresenta il jazz?

Il jazz è un'occasione per lavorare insieme, di dialogare. La capacità di ascolto è una delle cose più importanti nella vita. E i jazzisti sono tra gli ascoltatori più sensibili.

Intervista di Paolo Battifora – IL SECOLO XIX – 08/07/2004

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