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Michel Balard

IL SECOLO XIX – 22/11/2001

Peste arma di guerra

In un recente articolo del giornale “Il Foglio”, Giovanni Berlinguer cita il primo caso di guerra biologica della storia: la propagazione della peste attraverso le pulci dell'esercito mongolo che, costretto a levare l'assedio della collina genovese di Caffa (Crimea) nel 1346, era partito dopo avere catapultato i cadaveri degli appestati al di sopra delle mura della cittadella assediata. Così le pulci infette accompagnarono i genovesi nella navigazione verso occidente e propagarono in ogni scalo un'epidemia che avrebbe falcidiato quasi un terzo della popolazione dell'Occidente. L'episodio, che il giornalista paragona alla possibile diffusione dell'antrace, merita qualche chiarimento.

La peste si è veramente propagata in modo folgorante nella società medievali. E ormai la sua epidemiologia è ben nota. La pulce inocula il bacillo della peste attraverso la puntura e trasmette all'uomo la forma bubbonica della malattia. Dopo un'incubazione da uno a sei giorni, la temperatura della vittima aumenta, appare una placca cancrenosa nerastra vicino al punto di inoculazione, poi un bubbone: una sorta di adenopatia voluminosa e dura all'inguine, sotto le ascelle e sul collo.

La morte, che sopravviene in un lasso di tempo tra le 24 e le 36 ore, è preceduta da cefalee intense, complicazioni viscerali multiple, vertigini e allucinazioni. Quasi sempre attacchi di peste polmonare si aggiungono alla sintomatologia descritta, provocando al malato accessi di tosse che, attraverso le goccioline di saliva emesse parlando o tossendo, trasmette ad altri la forma polmonare della peste. Il bacillo penetra attraverso le mucose del naso, della bocca o dei polmoni, provoca difficoltà respiratorie intense, un'asfissia progressiva e angosciante, mortale nella quasi totalità dei casi nei tre giorni successivi ai primi sintomi.

Il “male che diffonde il terrore” naturalmente non inizia nel XIV secolo: ha colpito le società mediterranee dall'alba del Medioevo. Ma tra il 1247 e il 1349 ha conosciuto un'espansione mai raggiunta. Giunto dalla Cina attraverso Samarcanda, la Persia e i canali mongoli, si è propagato lungo le grandi vie commerciali che uniscono l'Asia centrale alle colonie occidentali di Crimea. Queste ultime, infatti, sono soggette alle minacce dell'esercito mongolo: nel 1343 una rissa aveva contrapposto genovesi e veneziani agli indigeni di Tana, sul mare d'Azov.

Un tartaro viene ucciso da un veneziano; le abitazioni e i depositi dei mercanti occidentali vengono saccheggiati. Deciso a vendicare l'affronto e a sopraffare gli uomini d'affari italiani, il khan Janibek mette sotto assedio la colonia genovese di Caffa nel febbraio 1344. I genovesi si difendono ferocemente e, con una sortita notturna, distruggono le macchine da guerra, oltre a una parte della flotta mongola, costringendo il khan alla ritirata.

Due anni dopo, in seguito al fallimento di un'ambasciata comune veneto-genovese a Sarai, capitale dell'Orda d'oro, l'esercito mongolo ritorna sotto le mura di Caffa. Ed è in quel momento che l'epidemia si propaga tra i suoi ranghi.

Raggiunge Tana passando per Sarai e Astrakan, contagia l'esercito nel suo percorso verso la Crimea dove, secondo un cronista dell'epoca, sarebbero morte ottantacinquemila persone. Le migliaia di vittime indeboliscono l'esercito degli assedianti che, disperando di prendere Caffa, ma credendo di sottometterla trasmettendo il flagello, si mette a lanciare cadaveri dentro le mura con le catapulte. Gli abitanti si affettano a raccoglierli e gettarli in mare. Invano. L'infezione si diffonde all'interno della colonia genovese e le pulci infette seguono i mercanti sui loro vascelli che lasciano il porto diretti verso l'Occidente.

Tutti gli scali vengono colpiti: Pera, colonia di Genova nella periferia di Costantinopoli è contaminata nell'estate 1347. Le navi diffondono l'epidemia in Grecia, nelle isole del Mar Egeo in autunno, nei porti della Sicilia nell'ottobre 1347. Genova e Marsiglia sono colpite in novembre, la Sardegna e la Corsica in dicembre, Pisa e Venezia nel gennaio 1348, le città della Languedoc in febbraio, Maiorca in marzo, Barcellona e Valenza in maggio, Bordeaux e Rouen le città del Tirolo in giugno.

La corte pontificia che risiede ad Avignone è colpita duramente: sei cardinali e novantatré membri della curia – cioè il 14% del personale curiale – muoiono nel 1348 e con loro la metà della popolazione urbana.

La peste arriva a Parigi nell'estate 1348, ma l'apice dell'epidemia è l'anno successivo: un quarto della popolazione è falcidiata. Tutta l'Inghilterra viene invasa dal bacillo della peste nel corso del 1349. Il progresso del flagello è particolarmente rapido lungo i grandi assi della circolazione e nella bella stagione, quando gli spostamenti delle persone sono più frequenti. Ma il suo impatto è variabile e a seconda delle zone, degli ambienti sociali e delle età.

Le novelle del Boccaccio ricordano che dei giovani nobili fiorentini lasciano la città per rifugiarsi in campagna, in attesa della fine del flagello. La peste danneggia soprattutto gli agglomerati urbani in cui l'igiene è scarsissima e la popolazione ammassata. Soltanto poche regioni occidentali vengono risparmiate: il Béarn, la Fiandra orientale, la Germania centrale e la Boemia. Anche se non disponiamo di cifre precise, è certo che le pulci infette abbiano fatto scomparire un terzo della popolazione occidentale.

L'epidemia non si è fermata nel 1350. Numerose recidive hanno colpito ancora il mondo occidentale. Tra il 1360 e il 1362 la seconda peste – forma polmonare e bubbonica combinate – colpisce l'Europa occidentale, soprattutto i giovani, più uomini che donne e i membri delle classi privilegiate. Il bilancio è quasi altrettanto pesante di quello 1348-1350.

Sino alla fine del Medioevo si contano almeno una ventina di recidive della peste: “una lunga e dolorosa catena di mortalità”, costituita da crisi epidemiche ogni sei-tredici anni, con un'ampiezza decrescente e un raggio sempre più limitato mano a mano che la società procede verso i tempi moderni.

Le pulci dell'esercito mongolo – provenienti dalla Cina lungo le vie commerciali – hanno provocato visibilmente più danni tra la popolazione occidentale, che la polvere bianca dell'antrace rilevata su qualche busta sospetta. La prima guerra biologica è nata tra il 1346 e il 1347 sotto le mura di una colonia genovese sulle rive del Mar Nero.

Michel Balard – IL SECOLO XIX – 22/11/2001

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