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CINEMA

Così è l'amore se vi pare

Di recente è stato il “marito” di Fanny Ardant in L'odore del sangue, trasposizione cinematografica del “romanzo scandalo” di Goffredo Parise, firmata da Mario Martone, in cui la stanchezza di un amore ormai sbiadito impegnava il centro del racconto. Ancora una storia d'amore, stavolta passionale e travolgente come quella di Sibilla Aleramo e Dino Campana protagonista di Un viaggio chiamato amore, gli ha regalato glorie veneziane (coppa Volpi 2002 per Stefano Accorsi) e successo al botteghino. Oggi, di nuovo da regista, di nuovo dietro alla macchina da presa Michele Placido torna sul tema dell'amore e della coppia in crisi con Ovunque sei, nuova pellicola in corsa per il Leone d'oro alla prossima Mostra del cinema di Venezia, insieme agli altri due italiani Lavorare con lentezza di Guido Chiesa e Le chiavi di casa di Gianni Amelio.

E' quasi una storia di “destini incrociati” quella raccontata da Placido in cui si muove una coppia di medici (Stefano Accorsi e Barbara Bobulova) alle prese col loro rapporto in crisi e due ipotetici partner “all'orizzonte” (Violante Placido e Stafano Dionisi) che, in una notte romana vedranno cambiare per sempre le loro esistenze.

L'amour fou” di “Un viaggio chiamato amore”, la riflessione sull'amore del su personaggio nel film di martone e ora ancora un “approfondimento” sullo stesso tema...

Mah, in realtà più che la volontà di una riflessione sul sentimento amoroso quello che ci ha portato a Ovunque sei è stato altro. Da una parte la voglia di girare un nuovo film con Stefano Accorsi e dall'altra potrei dire Pirandello.

Nel senso che si è ispirato a Pirandello?

Sì, ho pensato a L'uomo dal fiore in bocca, La carriola, All'uscita ma ancora, sicuramente, anche a Il fu Mattia Pascal. Sono testi che ho sempre a mente e sui quali torno di continuo. Ne ho parlato con gli sceneggiatori, Umberto Contarello, Francesco Piccolo e Domenico Starnone ed è venuta fuori un'idea cinematografica. Quella di un uomo, cioè, che per un dato occasionale, per un incidente si trova a costruirsi una vita nuova al di là delle solite maschere che si è costretti ad indossare, oggi ancora più di ieri. Le suonerie dei cellulari, i rumori, le macchine, l'invadenza sempre più presente della tecnologia al giorno d'oggi hanno ridotto ancora di più la componente umana delle nostre esistenze. Eppure noi abbiamo accettato tutto ugualmente e ci sottoponiamo a queste regole. La vita, però, è altro così come intuiamo quando la sera ci mettiamo a letto e ci interroghiamo su quel qualcosa che non va. Ecco, Ovunque sei parte da questa riflessione, ma quello che racconta sostanzialmente è la storia d'amore di una coppia in crisi. Anzi chi di Pirandello non sa nulla vedrà semplicemente un film molto popolare.

Lo dice quasi come se si stesse giustificando, se temesse di tirare in ballo Pirandello...

Ma no, è semplicemente che a me piace anche far spettacolo. Infatti gli attori sono quattro bei giovanottoni, facce popolari, riconosciute e amate dal pubblico. Poi certo l'ambizione del film è quella di far riflettere lo spettatore, farlo identificare e porsi delle domande attraverso una struttura narrativa non tradizionale rivolta a spiazzare il pubblico. Alla fine della storia ognuno potrà fare le sue considerazioni, tirare la sue somme e scoprire “uno, nessuno e centomila” punti di vista.

E il suo qual'è?

Quello di un regista che ama fare film popolari e che non si sente un “autore”. Il film è un'opera collettiva e ognuno ha il suo momento: il direttore della fotografia, il montatore, il musicista e pure il regista. A Nanni Moretti lo dico sempre: “non credi che se avessi dato più autonomia al montatore, per esempio, La stanza del figlio sarebbe venuto meglio?”. Lui ogni volta ride, ma io credo veramente che tutti debbano essere autonomi nel loro ruolo. Così come io lascio completamente libera la mia montatrice Esmeralda Calabria, libera a tal punto da potermi mettere anche in crisi. E del resto oggi i nostri “autori”, coloro che riescono a dare un'impronta così personale, si contano sulle punte delle dita.

Un nome lo può fare?

Sì, Matteo Garrone, lui davvero riempie di personalità i suoi film. Ma del resto credo che dobbiamo già essere contenti di veder nascere nuovi e bravi registi come sta succedendo negli ultimi tempi.

Un'ultima domanda. Prima che fosse resa nota la selezione del festival lei aveva fatto delle dichiarazioni che suonavano piuttosto polemiche nei confronti della Mostra, tanto da affermare che non ci sarebbe voluto andare. Si può spiegare meglio?

Beh, non è che non volessi andare a Venezia, soltanto che alla vigilia dei festival iniziano sempre a circolare le solite indiscrezioni: questo ci sarà, quello no. Allora avevo detto semplicemente che se alla Mostra si fossero fatti dei “giochetti” avrei preferito non esserci. Tutto qui. Poi ho sentito che i miei collaboratori ci tenevano tutti e comunque stare in gara è bello, anche senza vincere.

Intervista di Gabriella Gallozzi – L'UNITA' – 18/08/2004

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