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CINEMA

Cuori sotto scacco

Il mestiere del regista non si esprime con la tecnica ma con la capacità di raccontare una storia nel miglior modo possibile, l'arte non si esprime con i numeri”. A parlare così è Mike Nichols e di storie, lui, uno dei registi più intelligenti del panorama americano, ne ha raccontate già tante. Storie al cinema, la più famosa di tutte è Il laureato che gli valse un Oscar e che portò al successo (e a sua volta all'Oscar) Dustin Hoffman; storie a teatro dove ha diretto capolavori come A piedi nudi nel parco e La strana coppia; storie alla televisione, debutterà il 30 novembre sulla Sette il suo Angels in America, miniserie tv che vede protagonisti Al Pacino, Emma Thompson e Meryl Streep e che ha vinto 5 Golden Globes e 11 Emmy Awards.

Questa sua versatilità lo ha reso il migliore regista possibile per dirigere la trasposizione cinematografica di un successo teatrale nato a Londra ed esportato in 30 paesi nel mondo, Closer, scritto nel 1997 dal commediografo Patrick Marber.

Closer è una commedia e un dramma, una storia d'amore e d'incapacità di amare “una partita a scacchi fra due uomini e due donne”. Ambientato a Londra ed interpretato da Julia Roberts, Jude Law, Natalie Portman e Clive Owen, è la storia di uno scrittore fallito (Jude Law) che per sbarcare il lunario scrive annunci mortuari. Troverà ispirazione dall'incontro con una giovane spogliarellista (Natalie Portman) che lascerà perché innamorato di una fotografa di successo (Julia Roberts). Questa, pur ricambiando il suo amore, sposerà un giovane medico, interpretato da Clive Owen. “Closer parla del fatto che delle storie d'amore tendiamo a ricordare l'inizio e la fine eliminando il durante, ci fa riflettere sul meccanismo del ricordo e sul nostro modo di vedere la vita – dice il regista che spiega la teoria della “dipendenza dalla fase di innamoramento”, tipica dei rapporti sentimentali del giorno d'oggi: “E' come se ormai ci si innamorasse dell'idea di innamorarsi e si finisse con lo scoprire che non è facile perdere questa abitudine”.

Closer insomma è una di quelle indagini dei complessi rapporti uomo-donna cui Nichols ci ha abituati fin dal suo debutto cinematografico con Chi ha paura di Virginia Wolf? “L'amore è il punto cruciale della nostra esistenza e non è un caso che la maggior parte delle barzellette, dei romanzi, delle canzoni parlino proprio di questo. I rapporti sentimentali danno senso alla nostra vita e no smettono mai di suscitare il nostro interesse”.

Da quasi quarant'anni ormai lei analizza i rapporti sentimentali. Sono cambiati?

Penso che nel mondo occidentale un uomo vuole una donna che lo ami nello stesso modo in cui una donna vuole un uomo che la ami. Forse è l'unico settore in cui siamo progrediti, quello dell'eguaglianza dei sessi. Cioè, abbiamo fatto progressi anche in molti altri settori, ma ora stiamo tornando indietro.

La pensa anche lei così. Dove stanno andando gli Stati Uniti?

Nessuno lo sa. Quello che ora è chiaro è che i conservatori di questo paese avevano un piano sin dagli anni settanta. Adesso è facile capire che tutto era organizzato e pianificato sin nei minimi dettagli. Un piano eseguito molto bene che si è concretizzato con la distruzione di tutto quello che Roosvelt aveva costruito, i servizi sociali, il New Deal. Cosa succederà adesso nessuno lo può sapere. E come, e quando noi troveremo un modo per parlare con gli altri, come faremo a tornare ad apprezzare anche il punto di vista degli altri, è qualcosa che veramente non so.

Come ha potuto la democratica America fare sì che questo piano potesse venire attuato?

A causa della sua storia. All'inizio dell'Ottocento Alexis de Tocqueville è venuto in America. Si è guardato attorno e ha scritto il suo libro, La democrazia in America. Nel libro scrive che “se la democrazia americana continua su questa strada essa diventerà solo una forza dominata dal mercato”. Voilà! Ci siamo in pieno! Ecco dove siamo, ecco chi c'è alla Casa Bianca, ecco cos'è la Casa Bianca.

Anche per il cinema americano è così? Piegato alle leggi di mercato?

Non il vero cinema. L'arte non può essere governata dalle forze di mercato, non funziona così, quando il cinema è botteghino non è più arte. Il nocciolo dell'arte è che viene dalla gente e non dai numeri. Non ci può essere una scala numerica di compositori, non ci può essere una scala numerica di scrittori, i film non possono essere classificati per numeri.

Che rapporto ha con un altro tipo di artista, l'attore?

Amo gli attori e credo che loro amino me. Provo una grande simpatia per gli attori in generale, perché capisco quanto sia difficile il loro lavoro. Capisco quanto si debbano sentire soli quando lavorano.

Soli? Gli attori? Le star di Hollywood?

Vi sembrerà strano, ma è così, gli attori si sentono molto soli quando lavorano. Sono soli, di fronte alla cinepresa, con la luce addosso. Attorno c'è il buio e nel buio ci sono almeno cento persone tra regista e tecnici che fanno di nascosto i commenti del caso. Poi qualcuno si avvicina a loro, misura la luce con un apparecchio, torna a loro posto nel buio e gli attori si sentono solo dire “Si gira”, “Stop”, “Si gira!” “Stop”. Sono soli di fronte a cento persone che parlano di loro nel buio. Penso sia difficilissimo. Nessuno va direttamente da loro a parlargli. Ho realizzato che è una professione alienante e solitaria. E hanno poco tempo per mostrare quello che sanno fare. Per le donne penso sia ancora più difficile. Non è affatto facile fare l'attore e per questo provo simpatia nei loro confronti. Quanto al caso specifico di questo film, ho avuto la fortuna di lavorare con fior di professionisti. Con Natalie Portman avevo già lavorato a teatro, Clive Owen è un veterano di Closer, a teatro ha interpretato la parte che nel film è di Jude Law. Quest'ultima e Julia Roberts, di loro ammiro la capacità di trasformarsi nel personaggio che interpretano.

Di Closer colpisce la quasi totale mancanza di colonna sonora. Colpisce perché lei ha deliziato generazioni e generazioni con la colonna sonora del “Laureato” di Simon & Garfunkel. Tutti, almeno una volta nella vita, hanno fischiettato “Mrs Robinson”.

In Closer c'è solo una canzone, all'inizio del film, ripresa poi alla fine. Era importante per me non dare troppi indizi, volevo che il pubblico reagisse spontaneamente. Non volevo mettere una musica triste su una scena per suggerire che quello era il momento di piangere e una musica allegra quando secondo me era il momento di ridere. Volevo che ognuno fosse libero di decidere come reagire. Non volevo influenzare il pubblico.

Recentemente ha fatto molta televisione e meno cinema. Ora come farà?

Teatro. Dirigerò una versione teatral-musicale di Monthy Pyton e il Santo Graal, intitolata Spamalot.

Intervista di Francesca Gentile – L'UNITA' – 01/12/2004

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