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Io, tra Savonarola e Botticelli

Dici Manara e subito pensi – anzi vedi – donnine: quelle sue inconfondibili donnine, provocatoriamente disponibili a ogni appettito sessuale, come nella celebre storia Il gioco, in cui bastava premere il pulsante di un'infernale macchinetta per vedere la protagonista femminile posseduta da un improvviso e irrefrenabile raptus. Però Milo Manara non è solo donnine. Maurilio (in arte Milo) Manara, nato a Luson (Bolzano) nel 1945, è uno dei grandi protagonisti del fumetto d'autore italiano; e il suo nome brilla accanto a quelli di Pratt, Crepax, Micheluzzi, Battaglia, Pazianza, Bonvi, Magnus (oggi tutti scomparsi), Toppi e Giardino. Esordi a parte, segnati dal clima sessantottesco, balza alla ribalta negli anni Settanta con Lo Scimmiotto (1976) e la serie di Storie H.P. e Giuseppe Bergman (dal 1978). L'incontro e la collaborazione con Hugo Pratt (l'H.P. ritratto in quei suoi fumetti) gli fa conquistare un posto nell'olimpo del fumetto d'autore: prima con Tutto ricominciò con un'estate indiana (1983) e qualche tempo dopo con Il gaucho. Poi l'incontro con Federico Fellini e la nascita di una collaborazione (complice Vincenzo Mollica) da cui usciranno Viaggio a Tulum, e Il viaggio di G. Mastorna detto Fernet, traduzione a fumetti del film che Fellini sognò a lungo ma non riuscì mai realizzare (oltre ai manifesti per L'intervista e La voce della luna).

Oggi Manara torna a collaborare con un altro regista (ma l'aveva fatto anche con Pedro Almodovar per la storia a fumetti La feu aux entrailles), un regista maudit come Alejandro Jodorowski, il visionario autore de La montagna sacra, El Topo, mistico divinatore di tarocchi, nonché prolifico sceneggiatore di fumetti (proverbiale la sua collaborazione con Moebius). Ne è venuta fuori una torrida storia sui Borgia (I Borgia, 1. La conquista del papato, Mondadori, pp. 60, € 16) che traduce in tavole acquarellate una storia di mitologia nera, stracolma di nefandezze di carne e di sangue, che in questo primo volume ricostruisce la conquista del papato, a colpi di ricatti e delitti, da parte di Rodrigo Borgia, poi papa Alessandro VI.

Manara, perché proprio una storia sui Borgia?

Ai Borgia pensava da molto tempo Jodorowski. Lo intrigava l'aspetto della corruzione nella Chiesa. Jodorowski è molto religioso, ma il suo rapporto con la religiosità è assolutamente privato e personale, ecco perché vede con sospetto le chiese di ogni tipo. E così è nata l'idea di farne un fumetto. Me lo hanno proposto e, anche se non avevo mai conosciuto Jodo, ho accettato con entusiasmo.

Però anche in lei c'è una vena anticlericale? Se non sbaglio a Verona, fino a qualche anno fa, collaborava a un giornale satirico anti-curia?

Sì, s'intitolava Verona infedele e faceva il verso al settimanale ufficiale della Curia, Verona fedele.

Quanto c'è di documentazione storica e quanto di invenzione in questa “dinasty” a fumetti?

Ho letto molti testi sui Borgia, a cominciare da quelli di Maria Bellonci. E poi un libro di Montàlban, O Cesare o nulla su Cesare Borgia. Mi sono reso conto, ad esempio, che Lucrezia, di solito classificata come una virago avvelenatrice, in realtà, pur non essendo un angioletto, è stata usata dal padre e dai fratelli come una merce di scambio: una donna che passava da un letto all'altro per favorire le congiure e la voracità della famiglia. Almeno, questa è l'idea che mi sono fatto.

Nel fumetto ci sono ammazzamenti, teste mozzate, partouze sessuali, amori saffici e molte scene a tinte forti, come quella in cui Rodrigo Borgia, per umiliare Giuliano Della Rovere, accusato di omosessualità, gli regala un sacco colmo di peni tagliati di centocinquanta monaci.

Sono aneddoti che girano tra le pagine dei libri, ma molti particolari sono veri. Come la sedia stercoraria, usata per palpare i genitali del papa e verificarne la mascolinità; e questo dopo il caso, più o meno leggendario, della papessa Giovanna. Non so se ho vivacizzato, per così dire, le tinte, ma certamente molte scene se non son vere sono verosimili.

Appaiono molti personaggi celebri nei “Borgia”: da Savonarola a Machiavelli, evocato nell'ultima tavola. Che cosa ci riservano i prossimi volumi?

Machiavelli entrerà in scena nel prossimo episodio che parlerà di Cesare Borgia e uscirà per il Natale 2005; mentre a Lucrezia sarà dedicato il terzo volume, previsto per la fine del 2006. Mi piacerebbe vedere in scena anche Botticelli, che è un mio mito, e che fu colpito da una crisi mistico-depressiva dopo il rogo di Savonarola. Vediamo se Jodorowski riuscirà a infilarlo nella sceneggiatura.

Come sono i suoi rapporti con Jodorowki? E che differenze ci sono, se ci sono, tra questa collaborazione e quelle con Pratt e Fellini?

Con Jodorowski, all'inizio, i rapporti erano puramente professionali, pi ci siamo incontrati spesso e ne è nata una vera e propria complicità. In generale adotto il metodo che ho sempre seguito: tu non cambi una virgola del tuo dialogo, ma la messa in scena è tutta mia. Pratt? Lui era un generoso e mi lasciava una certa libertà. In Tutto ricominciò con un'estate indiana ho inserito e allungato alcune sequenze. E lui le apprezzò molto. Con Fellini, invece, era una totale schiavitù. Era un perfezionista, interveniva sui disegni, le inquadrature, le luci. Insomma, faceva il suo mestiere: il regista e io ero un operatore di ripresa. Però lavorare con lui è stato straordinario, anche perché anch'io, in fondo, sono della scuola felliniana: per me la narrazione deve essere soprattutto spettacolo, suggestione visiva.

Non teme che “I Borgia”, per alcune crudezze e per la non bella figura che ci fa la Chiesa, possa suscitare polemiche, in questi tempi di rigurgiti fondamentalisti?

Non credo, o almeno non me l'aspetto. Dipende dal livello di considerazione di cui godono fumetti. Fosse un film o una fiction per la tv, basterebbe che qualche spettatore gridasse allo scandalo e ne nascerebbe una polemica. Ma i fumetti sono fumetti.

Come è cambiato il panorama del fumetto da quando lei ha cominciato?

Io sono stato particolarmente fortunato, ho vissuto un periodo popolato da grandi autori che, purtroppo, sono quasi tutti scomparsi. Ma ho una brutta impressione di quello che è venuto dopo e ho poca fiducia per le sorti di tutto quello che non è tv. La tv, oggi, fagocita tutto e fenomeni come quello dei reality show sembrano cancellare la necessità di fare qualcosa per diventare famosi. Tutto ciò che è fatica e sacrificio, la letteratura o la musica, sembra inutile e sarà abbandonato. Oggi non serve più camminare in bilico sulla corda per avere successo nel nostro circo quotidiano.

A parte il seguito de “I Borgia” a che cosa sta lavorando?

Sto lavorando a una biografia a fumetti di Valentino Rossi

Rossi, il motociclista?

Sì, proprio lui. Però sarà una biografia più fantastica che reale. In questo senso lo vedremo poco sulla moto, ma lo seguiremo tra una corsa e l'altra, implicato in episodi surreali, proiezioni dei suoi sogni. Sono stato a seguire il Gran Premio di Valencia e mi sono davvero entusiasmato.

Di questi tempi, c'è qualcos'altro che la entusiasma?

A dire il vero poco. Mi rivolgo sempre più al classico: in arte, pittura, musica. Sono scarsamente attento alle novità e provo più entusiasmo per il passato.

Ma come, un sessantottino come lei?

Rispetto al '68, bisognerebbe fare un passo in avanti: allora si diceva che tutto è politica. Io credo che oggi bisognerebbe aggiornare lo slogan a “tutto è cultura”. Dalla cultura dipendono sia come si vota, sia i comportamenti politici di chi è votato. Quello che imputo alla politica è di prestare attenzione alla cultura e, soprattutto, di avere devastato la cultura di una nazione che è sempre più prona davanti allo scatolone nel senso ampio del termine. Quella contadina, ad esempio, che costruiva case meravigliose dalla misura perfetta, meravigliosamente inserite nel paesaggio.

Oggi invece è il regno dell'abusivismo?

Già. E del condono!

Intervista di Renato Pallavicini – L'UNITA' – 12/12/2004



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