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CINEMA

Minority Report. La repressione non passerà

Minority Report: il primo film “nero”, cupo, pessimista nella carriera di Steven Spielberg? Nossignori: fermo restando che il suo unico film davvero”nero” rimane l'opera prima Duel, Minority Report è totalmente diverso. Sul paragone con Duel magari torneremo, potrebbe regalarci qualche sorpresa: per il momento lanciamoci in un'affermazione unilaterale, ma assolutamente coerente al testo, cioè al film. Minority Report è lo svolgimento piccolo-borghese di temi apocalittici. In altre parole, è Philip K. Dick riletto da Steven Spielberg. Da un lato, lo scrittore più acido, visionario e inquietante della fantascienza moderna; dall'altro, un regista altrettanto visionario, ma le cui visioni sono “corrette” da un perbenismo solido, democratico, progressista in modo terreno, concreto, riconoscibile.

Spielberg deve sempre spiegare tutto. L'unico film in cui non l'ha fatto è, appunto, Duel. Lo ricordate? Il quel folgorante esordio, non ci veniva mai spiegato perché l'autotreno desse la caccia all'automobile. Di più: l'autista del camion non si vedeva mai, le sue uniche tracce nell'inquadratura erano un braccio che si sporgeva dal finestrino ( a far segno all'auto: vai avanti tu, io ti seguo...) e i piedi calzati da stivali che tentano spasmodicamente di frenare nell'ultima sequenza. A parte questi dettagli, il Mostro rimaneva misterioso e indicibile come la balena bianca di Melville (molti critici hanno paragonato Duel – e anche Lo squalo, a dire il vero – a Moby Dick: la cultura americana ama queste simbologie dell'inconoscibile, tipiche di un popolo che si è storicamente confrontato con un immenso spazio vuoto da colonizzare, pensate anche al fantasma bianco del finale di Gordon Pym, il romanzo di Edgar Allan Poe). Minority Report, invece, si impossessa del mondo mutante di Dick e tenta di razionalizzarlo, di renderlo quotidiano. Di bloccarne la mutazione.

Ricapitoliamo, in breve, cosa racconta. Nella Washington del 2054, Tom Cruise è il detective John Anderton della Pre-Crime, branca speciale della polizia che riesce a prevedere i crimini (e a bloccarli prima che avvengano) grazie alle capacità precognitive di tre “mutanti” chiamati, appunto, i Precog. Questi tre esseri vivono immersi un fluido, accuditi da un'équipe medica e collegati a un sofisticato software che visualizza i loro incubi. La Pre-Crime ha azzerato il tasso di omicidi nella capitale Usa ed è vista la sua estensione a livello nazionale, quando il tutto “esplode”: uno dei Precog, l'unica donna, decreta che entro 22 ore sarà proprio Anderton a commettere un delitto. Lui non ci sta. Fugge, portando via con sé la Precog. Vuole affrontare il proprio destino. Vuole incontrare l'uomo – a lui ignoto – che dovrebbe uccidere. Anche perché l'uomo sembra misteriosamente collegato al trauma che ha segnato la vita di Anderton: anni prima suo figlio è scomparso, rapito da sconosciuti. E la tragedia ha fatto naufragare il suo matrimonio.

Sono evidenti i temi che Spielberg, attraverso Dick, riesce a suscitare lungo il film. Il controllo sociale. La negazione del crimine, anche a costo di infrangere elementari regole democratiche: arrestare un assassino prima che commetta un delitto significa negare ad un uomo il diritto di essere considerato innocente finché non è provato colpevole (un dettaglio importante: in certi casi le visioni dei tre Precog non coincidono, ed è in questi frangenti che emerge il concetto di “rapporto di minoranza” che dà il titolo al film; da notare che, quando questo si verifica, la Pre-Crime segue le indicazioni di due Precog su tre, arresta il supposto colpevole e cancella il “rapporto di minoranza” dai computer). Temi filosofici importanti, che Dick – come tutti i profeti pessimisti – cerca di rendere in modo problematico e che Spielberg tende a banalizzare. Un esempio: è troppo facile che Anderton decida di non uccidere la sua vittima predestinata, perché tale scelta – che mina l'intero castello ideologico della Pre-Crime avviene quando l'agente ha capito una certa cosa, che non vi diremo per non distruggervi la suspence.

Questo non toglie che il film sia pieno di echi estremamente stimolanti, alcuni dei quali vanno forse al di là delle intenzioni dello stesso Spielberg. Il primo riguarda, naturalmente, le forme di controllo poliziesco sulla società, che Spielberg mette in scena – in diverse sequenze – con una maestria televisiva davvero folgorante. In particolare, sono straordinarie le scene in cui le forme di tale controllo irrompono nella quotidianità, disturbandola per un attimo e consentendole poi di riprendere il proprio flusso. E' incredibile, ad esempio, l'uso degli sponsor: sono invadenti (il film è pieno di marchi, ostentati in modo spesso spudorato), ma questa loro invadenza merceologica diventa un elemento portante del futuro totalitario che Spielberg ci descrive. L'America del 2054 è una dittatura: della polizia, ma soprattutto del Mercato. La prima invadenza (quella della legge) è messa in discussione, la seconda assolutamente no.

Senza anticiparvi il finale, va detto che Spielberg analizza in modo dialettico la liceità o meno della Pre-Crime. E questo ci porta ad un'altra eco. La più attuale e sinistra: il discorso della prevenzione, che può allargarsi dai crimini degli individui ai crimini degli stati. In questo preciso momento storico gli stati Uniti stanno progettando una guerra preventiva contro un paese che potrebbe avere armi nucleari e potrebbe, se le avesse, usarle. Se stabilissimo una simmetria meccanica fra la situazione internazionale e la trama di Minority Report, dovremmo concludere che Bush è l'assassino e che la guerra è un crimine motivato da interessi economici e di potere (guardando il film, pensate a quale personaggio potrebbe corrispondere a Bush e fate i vostri conti).

Spielberg è un umanista e un democratico, quindi è sicuramente contro la guerra; Dick, come Stanley Kubrick, è un pessimista lucido e almeno nella sua opera (le convinzioni del privato cittadino sono un'altra cosa) analizza la guerra, ed ogni forma di male o di repressione, non per giudicare ma per capirne i meccanismi e renderne trasparente il funzionamento, Spielberg ha fatto con Dick, in questo Minority Report, la stessa operazione con Kubrick in A.I.: li ha entrambi “spielberghizzati”, trovando germi di ottimismo all'interno di visioni del mondo radicalmente ciniche. Spielberg è il massimo poeta del “politically correct”, e anche per questo è il cineasta moderno di maggior successo, l'uomo più rappresentativo della Hollywood moderna. Non mancano momenti “neri” nella sua opera (e in questo film), ma sono contestualizzati in una visione normalizzatrice del cinema e della vita. Non è un caso che (con l'aiuto degli sceneggiatori Scott Frank e Jon Cohen) abbia aggiunto, al racconto di Dick, la famiglia di Anderton, il figlio scomparso e la moglie inconsolabile: una famigliola che fa il paio con quella di A.I. Ed è la cosa più “spielberghiana” del film. Non è nemmeno un caso che abbia dato nomi “a chiave” ai Precog, che in Dick hanno nomi diversi: qui si chiamano Agatha, Dashiell e Arthur. Sì: Agatha come la Christie, Dashiell come Hammett, Arthur come Sir Conan Doyle.

Nella sua ansia di razionalizzare, Spielberg trasforma i Precog di Dick – Parche mostruose e deformi che reggono i fili delle vite umane – in giallisti che azzeccano il nome del colpevole. Non è una differenza da poco.

Alberto Crespi – L'UNITA' – 25/09/2002

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