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CINEMA

Novant'anni da maestro

È un uomo un po' malinconico quel Mario Monicelli che aspetta di festeggiare il 15 maggio i suoi novant'anni, convinto com'è di aver perso con l'andare del tempo gli "amici suoi" più cari. E' però felice come un fanciullo che la sua Viareggio - forse un po' tardivamente - gli dedichi quest'anno la rassegna di EuropaCinema con un ampia retrospettiva di alcuni dei suoi più di sessanta film a partire da domani. Ma è soprattutto un uomo di una lucidità a dir poco invidiabile per la sua età: non sbaglia un nome, una data, un ricordo e sfoggia una sicurezza di giudizio che nulla ha a che vedere con l'arroganza.

Cosa c'è stato di bello e di meno bello in un lavoro che è iniziato esattamente settant'anni fa con la regia de "I ragazzi della via Paal"?

Mi ritengo un uomo molto fortunato, ho conosciuto persone di ogni ceto sociale, ho girato per il mondo conoscendo realtà che neppure mi sognavo, ho avuto colleghi che mi hanno dato amicizia e solidarietà al di là dei miei meriti. E mi fa piacere che qualcuno si ricordi ancora dei "Ragazzi della via Paal" che nel 1935 sembrava un film che seguiva una certa moda e che invece era a suo modo un po' trasgressivo.

Dei suoi albori cinematografici chi ricorda come maestri?

Senza dubbio Flaiano, Panunzio e Steno con il quale ho ho girato il primo film di successo "Al diavolo la celebrità" nel 1949.

Nello stesso anno diresse "Totò cerca casa", preludio di una lunga collaborazione con il comico napoletano, protagonista di altre sue sei pellicole. Quale ricordo ha del principe De Curtis?

Fare oggi gli elogi al genio di Totò sembra quasi essere diventato una sorte di sport nazionale, molti però si dimenticano di averlo trattato alla sorta di una macchietta quando era in vita. Secondo me la grandezza di Totòè stata quella di essere un autentico proletario urbano: questa la definizione più immediata del personaggio. Quello che lui rappresentava in scena era il frutto di una conoscenza acuta di personaggi della realtà quotidiana.

A detta dei biografi e degli estimatori "La grande guerra" rappresenta il momento più alto della sua feconda attività. E' stato difficile mettere d'accordo due mostri sacri, ma con caratteri profondamente diversi quali Gassman e Sordi?

Ho avuto più volte difficoltà con gli attori che ho diretto: bizzarrie, gelosie, piccole incomprensioni. Ma nulla, sottolineo nulla, è accaduto con Vittorio e Albertone: è stato straordinario vedere come si rispettavano reciprocamente.

Un ricordo umano di questi due grandi interpreti della scena scomparsi negli ultimi anni?

Gassman era un mostro di bravura, di una cultura incredibile, di una conoscenza quasi maniacale delle lingue e in particolare dotato di una eccezionale memoria: gli bastava leggere una volta sola il copione per poi recitarlo alla perfezione. Eppure timido, perennemente insicuro, facile alle depressioni più inaspettate. Sordi un attore da strada, nel senso migliore del termine, a lui recitare non faceva fatica, parlava e si muoveva sempre come fosse al bar con gli amici. E, ci tengo a ricordarlo, di grandissimo cuore, alla faccia della fama di tirchio che molti gli hanno ingiustamente attribuito.

C'è un altro film che tutti associano al suo nome: il fortunatissimo "Amici miei". Che ricordo ha di quella pellicola in cui tutti sembravano più divertiti che impegnati a recitare i loro ruoli?

E' assolutamente vero: ci siamo divertiti tutti, tranne forse il produttore che puntualmente si lamentava dei ritardi che erano principalmente dovuti a ricche libagioni che Tognazzi imponeva a tutti a una certa ora. Le riprese del film sono iniziate proprio il giorno in cui moriva Pietro Germi, il grande Pietro che per primo aveva avuto l'idea di raccontare una storia così come poi è stata narrata. Quello che ha determinato il successo del film, secondo me, è il fatto di avere messo in scena dei personaggi reali: il conte decaduto, il chirurgo, il giornalisti sono persone che io ho conosciuto bene. Purtroppo, trent'anni dopo, debbo dire che spazio per i miei amici in questo mondo non ce ne è più.

Al contrario ci sono due film girati alla fine degli anni Settanta, belli ma che molti non si aspettavano da lei: "Un borghese piccolo piccolo" e "Caro Michele". Ancora convinto di quella scelta?

Per prima cosa va detto che la scelta non fu mia, ma di due straordinari autori. La Ginzbug e Cerami. E' infatti dai loro libri che ho scelto la sceneggiatura dei film e a loro devo moltissimo. Forse adesso possono apparire poco attuali, ma se si pensa agli anni di piombo quelle due storie erano emblematiche: un funzionario di ministero che di fronte alla brutalità si trasforma in una belva, una famiglia borghese stretta nella morsa fra consuetudine e istinti sovversivi

Settant'anni di cinema, oltre sessanta film dietro la macchina da presa: sarà affezionato in modo particolare a una sua creatura...

Vedendo e rivedendo (come mi accadrà anche in questi giorni a Viareggio) c'è sempre un ricordo affettuoso per una determinata scena, per un specifico ambiente, per un attore caro. Se però devo proprio portarmi in cuore un film, quello è"L'armata Brancaleone". Mi sento di poter dire che nessun altro abbia portato in scena un Medioevo così plebeo, senza orpelli e sfarzi di corte.

Intervista di Paolo Pedullà – IL SECOLO XIX – 25/04/2005

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