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CINEMA

Brancaleone cerca casa in Libia

Volete fare un regalo di compleanno a Mario Monicelli? Mandatelo in Libia. Altro che Viareggio. Sì, Europa Cinema gli dedica un omaggio per il suo 90esimo genetliaco (che cadrà solo il 15 maggio, ma si sa, festival e giornali sono cronicamente affetti da eiaculatio precox), ma lui ricorda con tipica ironia versiliana di aver ricevuto simili auguri anche per gli 80 anni e si prepara ai festeggiamenti del 2015, quando saranno 100. Trova che sia tutto esagerato: “Non sopporto questi funerali di Stato, con le camere ardenti, i carabinieri, come hanno fatto con Fellini e Mastroianni… Come se il cinema fosse una cosa seria! Dicono che sia la settima arte: io non so quante siano le arti, ma il cinema è sicuramente l’ultima. È diventato così popolare solo perché è facile: chiunque può dirigere un film, mentre provate voi a scrivere un romanzo o a comporre una sinfonia o ad affrescare la Cappella Sistina. Quelle sono opere d’arte!”. Per cui, caro Mario, niente auguri: per quelli al limite ci sentiamo privatamente il 15 maggio, quando tutto il démi-monde del cinema italiano, o quel che ne rimane, sarà a Cannes ad abbronzarsi. Oggi usiamo questa pagina dell’Unità, giornale che forse un po’ ti è caro (tutto sommato hai dichiarato in un’intervista di essere arrivato così vispo ai 90 perché sei “superficiale e comunista”, cosa che è un bell’augurio per gran parte dei nostri lettori), per lanciarti un messaggio. Sappi, anche se troverai il tutto insopportabilmente lezioso, che consideriamo un onore l’aver avuto l’opportunità di intervistarti un sacco di volte e di lavorare con te, e con altri fortunati colleghi, nella conduzione del programma radiofonico sul cinema Hollywood Party. Se mai dovessimo arrivare alla tua età (cercheremo di rimanere il più superficiali e comunisti possibile), speriamo di arrivarci come te. Ah, poi ci sarebbe un altro motivo: adoriamo i tuoi film e li rivediamo di continuo, ma questo non vuoi sentirtelo dire, perché “il cinema non è una cosa seria”. Quindi, ce lo teniamo per noi (anche se quella volta che ti abbiamo citato a memoria i dialoghi dell’Armata Brancaleone ci sembravi contento, ma forse fingevi). Ai lettori magari non interesserà, ma per provare a raccontare Mario Monicelli vorremmo partire dalla prima volta che venne in radio per condurre appunto Hollywood Party.

 

Dalla Rai lo chiamarono: Maestro, dobbiamo mandarle un taxi? La risposta fu: “Un taxi? E per far che?”. Per venire qui agli studi… “E a che serve il taxi? Siete in via Asiago, no? Conosco la strada. Prendo l’autobus”. E Monicelli prende davvero l’autobus, non per finta: forse è lì che lui e i suoi complici Age, Scarpelli, Risi, Comencini, Scola e insomma tutti i sommi artisti della commedia all’italiana hanno “rubato” le loro folgoranti battute. Arriva in redazione con il suo cappelletto di lana, dritto e rapido come un teen-ager, e alla canonica domanda “come stai?” risponde sempre: “Bene! Alla mia età, o si sta bene o si è morti”. Una volta non era in conduzione ma telefonò lui, perché voleva venire in trasmissione come ospite. “Mi invitate? Voglio parlare di Comencini”. No, non aveva né un film in uscita (purtroppo) né un libro da promuovere o un dvd da spingere: voleva ricordare un collega “che è stato un grandissimo regista ma del quale nessuno parla più. Si parla di me perché sto bene e vado in giro, dovunque mi invitano. Luigi invece sta chiuso in casa, perché è ammalato, e tutti se lo sono dimenticato”. Venne e parlò di Comencini, “l’unico che sia stato capace di fare Pinocchio, lui che è milanese, mentre noi toscani abbiamo toppato tutti quanti». Non lo nominò mai, ma probabilmente pensava a Benigni. Ovviamente ne parlò a modo suo, raccontando una storia degna di un suo film: “Non so perché, ma spessissimo la gente mi scambia per Comencini. Forse questi cognomi che hanno un suono simile... La prendono alla larga. Cominciano a dire “ah, maestro, quanto ho amato i suoi film” e immancabilmente concludono “e comunque, grazie per averci regalato quello splendido Pinocchio televisivo con Manfredi e la Lollo”. E tu che fai? Li correggi? E perché mai? Ringrazio e porto a casa. Essere scambiati per Luigi è un onore”. Monicelli preferisce parlare di persone, piuttosto che di film. Quando qualcuno gli dice di sapere a memoria I soliti ignoti, si spazientisce (se comunque volete vederlo contento, parlategli di Romanzo popolare con Tognazzi e le canzoni di Jannacci e la comparsata di Beppe Viola; tra l'altro è un film bellissimo, su una Milano struggente che Mario amava e che non esiste più). Racconta più volentieri di quanto furono sportivi Sordi e Gassman ad accettare i ruoli “n condominio”di La grande guerra: “Più gli attori sono bravi, più sono modesti e disponibili. Lì, poi si sentirono sfidati ciascuno dalla presenza dell’altro e fecero a gara per non fare i divi. Fu una lavorazione splendida. Solo Sordi ebbe un momento di narcisismo. Giravamo la famosa scena in cui la guardia gli intima “alto là chi va là!”, e lui risponde “semo l’anima de li mortacci tua!”. È una scena notturna, in cui non si vede quasi nulla, si sentono ­ si debbono sentire! ­ solo le voci. La giriamo, io do lo stop, dico che è buona e mando tutti a casa. Sordi mi guarda e chiede: embè, non lo giri il mio primo piano? Gli spiegai che in quella scena un primo piano avrebbe disturbato. Capì al volo”. E la scena era stupenda, aggiungiamo noi. Più che di un film, magari, può essere orgoglioso di un’idea, come quelle che “svoltarono” le carriere di Gassman e della Vitti: “Lottai come un leone, insieme a Cristaldi, per imporre Gassman come protagonista dei Soliti ignoti. E sono felice di aver intuito, in La ragazza con la pistola, che Monica Vitti era un talento comico purissimo. La vedevo nei film di Antonioni, triste, introversa; poi incontravo lei e Michelangelo in privato e mi facevano morir dal ridere, tutti e due. Pensai: lui fa i film che vuole, ma lei perché non deve mostrare sullo schermo il suo umorismo?”. Vi sembrerà incredibile ma mostra, invece, rimpianto per Totò: “Noi cineasti, Totò, l’abbiamo rovinato. Voi non l’avete mai visto a teatro. Che vi siete persi! Era surrealismo allo stato puro. Al cinema l’abbiamo costretto nella gabbia del realismo, dei personaggi, e gli abbiamo tarpato le ali. Perché il cinema non era alla sua altezza”. E dalli! Del resto Monicelli è un raro esempio di spettatore che andava al cinema ai tempi del muto (che in Italia arrivarono ai primi anni ’30): “Quello era cinema! Poi voi avete inventato il sonoro (ndr: chi sono i “voi”? chiunque Monicelli si trovi di fronte in quel momento!) e l’avete rovinato. Andare al cinema con i film muti era bellissimo. Entravi e capivi tutto anche se il film era a metà, era un linguaggio universale. Dopo, solo parole, parole… A proposito: i film vanno visti dalla metà! Questa storia di non far entrare la gente a spettacolo iniziato è una barbarie. Vedendo prima il secondo tempo, poi il primo, si capiscono un sacco di trucchi, si vede la costruzione del film, la sua struttura: è la miglior lezione per imparare a scrivere sceneggiature”

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Vi sembrano paradossi? Può darsi. D’altronde, non è forse paradossale un cineasta di 90 anni che si sta battendo con tutte le sue forze per andare a girare un film in Libia? È il “regalo” dal quale siamo partiti: Monicelli sogna da anni di trarre un film dal romanzo Il deserto della Libia di Mario Tobino. Ha scritto la sceneggiatura, ha un produttore (Mauro Berardi), ha il fondo di garanzia, ha l’ok di attori importanti (“Ma non facciamo i nomi, se no si montano la testa”). Manca solo la Libia. Qualche tempo fa, pareva ci fosse un figlio di Gheddafi (non quello che gioca nel Perugia!) appassionato di cinema e disposto a investire. Ora, chissà. Mario non transige: o Libia, o niente. “Non voglio andare in quei posti tipo Marocco o Tunisia che ormai sono occidentalizzati e corrotti, e sembrano Rimini. Voglio tornare in Libia. Ci sono stato a vent’anni, nel ‘36. Ero aiuto di Augusto Genina per Lo squadrone bianco. Oddìo, aiuto: diciamo che ero l’ultimo degli assistenti, ero l’addetto alla sahariana di Genina, doveva aiutarlo ad indossarla. Lui si rompeva i coglioni, gli attori erano disperati, io invece nel deserto impazzivo di gioia! Certo, erano gli anni delle colonie e gli italiani non erano ben visti. Ed è proprio quello che vorrei raccontare: un’Armata Brancaleone in Libia, una pattuglia di giovani soldati spediti in un paese di cui non sanno nulla, a combattere una guerra sulla quale sono stati intronati dalla propaganda, con equipaggiamenti inadeguati, senza acqua né benzina per i camion, alla mercé di ufficiali dementi. È una guerra antica, e rimossa dalla nostra memoria, ma è molto simile alle guerre di oggi: gli americani in Iraq sono solo equipaggiati, e armati, un po’ meglio, ma per il resto è uguale. Sono lì, non capiscono nulla della realtà che li circonda, non capiscono perché la gente li odia. E fanno una cazzata dopo l’altra”. Certo, Mario, è incredibile: nelle guerre “moderne” c’è questo spiegamento di forze, questo incredibile know-how tecnologico, e poi ci si deve sempre confrontare con la mancanza di informazioni e con la vecchia, incancellabile incapacità dei comandanti… “Certo, è sempre così. Ma per forza. Se uno nella vita sceglie di fare il guerriero, c’è un solo motivo: è un cretino”. E questa è l’ultima, folgorante lezione per la quale ringraziamo quest’uomo giovanissimo e magnifico. Al 15 maggio… del 2015, caro Mario. 

Alberto Crespi – L’UNITA’ – 27/04/2005

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