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Un Montalbán d'antan
“Globalizzatori e globalizzati: è sempre lotta di classe”

I due romanzi di Montalbán usciti quasi contemporaneamente in Italia – “Ho ucciso J.F.Kenney” da Feltrinelli e “Questioni marxiste” da Frassinelli – sono stati scritti quasi trent'anni fa.

La pubblicazione del primo è probabilmente una risposta alla domanda sempre più pressante dei lettori, che volevano conoscere le origini di Pepe Carvalho. “Questioni marxiste” è un delizioso romanzo farsesco sui “quattro” fratelli Marx: Karl, Harpo, Groucho e Chico. Perchè abbia voluto pubblicarlo, ce lo spiegherà l'autore, noi ci limiteremo a contestualizzare brevemente l'opera. Infatti è importante sapere che Francisco Franco allora era ancora vivo, che Montalbán era un alto dirigente del Partito comunista spagnolo clandestino ma che, malgrado tutto, aveva il coraggio di pubblicare opere come quelle, di andare controcorrente smentendo il classico grigiore comunista con un sense of humour esplosivo ed era anche preveggente, come si scoprirà leggendo i romanzi.

Perché questi due libri proprio adesso?

Li ho pubblicati in Spagna all'inizio degli anni '70, come traduzione pratica dei contenuti teorici di “Manifesto subnormale”, un saggio che uscirà prossimamente da Frassinelli, ma che era già stato pubblicato dalla “Pellicano libri”. Il saggio era una conseguenza del fallimento delle aspettative di liberazione ed emancipazione forgiate nel corso degli anni '60: dalla pillola contraccettiva alla decolonizzazione, passando per le rivoluzioni morbide degli hippy e dei militari con i garofani nei fucili; era anche la dimostrazione dell'inutilità rivoluzionaria delle sinistre europee teoricamente rivoluzionarie. In quel periodo scrissi una serie di libri di carattere “subnormale” nei quali sviluppavo la tesi della mia stessa subnormalità in quanto soggetto storico e intellettuale. In “Kennedy” Carvalho è soltanto un punto di vista che cerca di rispecchiare il disordine del mondo e il mio personale ordine ideologico interno. Ecco perché Carvalho, un comunista, entra a far parte della CIA.

Come reagiranno i fan di Carvalho alla lettura di “Kennedy”?

Suppongo che saranno sorpresi, perché avranno a che fare con la fantapolitica burlesca, più che con un romanzo poliziesco. Chi non ha voglia di leggerlo come romanzo umoristico, potrà affrontarlo come horror sulle decadi di non speranza che si avvicinano.

“Questioni marxiste” mi sembra un libro da “quarantenni”, probabilmente incomprensibile ai più giovani.

Leggiamo continuamente libri che sono stati scritti trenta, quaranta, cinquecento anni fa e non cerchiamo contemporaneità al loro interno, ma la realtà alternativa e introversa che giustifica l'esistenza stessa del racconto. Credo che nei due libri di cui stiamo parlando si trovino le radici del disagio con cui siamo passati dal XX al XXI secolo. Fatti e situazioni non hanno ragione di essere in quanto storici, cioè contemporanei nel 1972 e smettere di essere storici nel 2002. Per esempio il “manifesto” genesi di questi scritti, sarebbe una lettura con valore d'uso attuale.

Affronti tanti argomenti – sociali, di costume, politici – e a un ritmo tanto frenetico, ma che cosa ti sta più a cuore nel romanzo: la sperimentazione, oppure i contenuti così abilmente dissimulati?

Si tratta di romanzi di sperimentazione e rottura, un po' ingenuamente dettati dai criteri allora in voga della “morte del romanzo”. La borghesia, come il romanzo o la storia, sono stati ripetutamente condannati a morte e oggi si può parlare di queste entità come di cadaveri che godono di eccellente salute, benché in alcuni casi – per esempio la borghesia – siano stati costretti a operazioni di chirurgia estetica e, per di più, a cambiar nome, risultati ottenuti grazie all'estetica e ai sociologi. L'ultima Apocalisse riguardante il romanzo che Bloom o Steiner hanno cercato di annunciare, è dovuta al fatto che tutti possono leggere e capire scrittori che trent'anni fa solo leggevano e capivano.

Quanto sei cambiato in questi anni? Credi sempre nella morte del romanzo (che, ormai lo sanno tutti, non impedisce di scriverne)?

No, non credo alla morte del romanzo. Credo alla morte della mitizzazione della scrittura inventata dai romantici e perpetuata dai partigiani dell'ortodossia in letteratura. Questi ultimi si lamentano che non nascono più degli Shakespeare, dei Kafka o dei Joyce. Per fortuna. Shakespeare, Kafka o Joyce sono già stati letti da tutti e, se ci manca qualcosa, abbiamo a disposizione secoli per leggerlo. Il nuovo non sarà mai più altrettanto mitizzabile, sarà una sfida per i nuovi scrittori o lettori.

Quale dei “quattro” fratelli Marx preferisci? Perché?

Groucho. Per il massimo vantaggio linguistico che seppe trarre da tutto ciò che no sapeva. Credo che un'alleanza tra Groucho e Karl avrebbe potuto imporsi su tutto e tutti. Sarebbe stata una specie di fattore determinante per la “lotta finale” annunciata dall'Internazionale.

L'ossessiva mamma dei Marx è una vera mamma spagnola o un'immaginaria madre ebrea?

E' più una madre ebrea che una madre spagnola. Gli scrittori ebrei si riconoscono vittime delle madri, invece le madri spagnole – come le italiane – hanno l'abitudine di rendersi vittime per amore dei figli, un amore che può essere autodistruttivo.

Dopo l'11 settembre nulla sarà più come prima, si dice. E' vero?

No. Molte cose torneranno ad essere come prima, per esempio la differenza terribile tra globalizzatori e globalizzati. Il cambiamento più importante sarà rappresentato dal consolidamento di un fronte islamico contro l'egemonia imperiale dei globalizzatori. Il che verrà interpretato da alcuni come la prova dell'esistenza di una “guerra delle civiltà”, mentre io interpreto come nuove forme di espressione implicita della lotta di classe a livello internazionale.

Intervista di Antonella Viale – IL SECOLO XIX – 12/11/2001


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