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Un mondo tutto pentole niente coperchi

La caduta del Muro di Berlino non ha esorcizzato tutti i demoni del capitalismo, anche se ha lasciato in forse uno dei fondamenti dell'economia politica marxista: la fatalità del fatto che le contraddizioni interne del capitalismo si acutizzeranno. Non è ben chiaro se il verbo acutizzare riflette lo stato attuale delle crepe del sistema, ma senza dubbio le crepe ci sono. Di colpo il globo più globalizzato che mai scoppia a New York, in Afghanistan, in Palestina e in Argentina come conseguenza di crisi politiche latenti attivate dall'incapacità dell'economicismo universale di dar loro una risposta. Non appena nominato il nuovo presidente provvisorio argentino, Rodriguez Saà, buona parte dei cittadini interrogati da sociologi e giornalisti ha espresso il più assoluto disincanto: “E' solo un altro dei soliti. Qui bisogna cambiare tutto e tutti”. Rodriguez Saà è considerato uno dei pescecani del peronismo, si è arricchito durante i due anni in cui è stato governatore e in quel periodo ha dimostrato che le istituzioni democratiche esistono per servirsene e per chiuderle se si verificano problemi di ordine pubblico.

Movimenti di cittadini trasformati in una nuova avanguardia della società civile si mescolano nelle città argentine con semplici disperati che protestano contro il depauperamento di uno dei paesi potenzialmente più ricchi del mondo. L'impatto di quella che è stata la crisi del Sud-Est asiatico ha colpito soprattutto gli anelli più deboli del sistema economico globalizzato, ed è stato il Mercosur, il mercato unificatore di Argentina, Brasile, Uruguay e Cile, quello che ha sofferto più duramente la crisi. All'applicazione selvaggia della Teologia Neoliberale dettata dal Fondo monetario internazionale e dalle multinazionali, in Argentina si sono aggiunti fattori strutturali di destabilizzazione: inadeguatezza dell'apparato produttivo alle esigenze del mercato, un debito estero strangolante, una classe politica implicata in corruzione di ogni tipo, un capitalismo nazionale che ha tratto dal paese tutta la ricchezza che ha potuto, la progressiva insubordinazione, larvata o attiva, dei lavoratori, la pauperizzazione galoppante dei ceti medi, l'investimentismo predatore del capitale straniero.

L'attentato contro le Torri gemelle e a Washington sarà considerato storicamente come il segnale dell'intento di decostruire la globalizzazione, e purtroppo questa detonazione propone lo scontro tra due fonti teologali: quello neoliberista e quello fondamentalista islamico. Il primo ha ricevuto le tavole della legge sul Monte Pellegrino, dalla mano di Friederich August von Hayek, e il secondo nei luoghi sacri in cui s'incontrarono Allah, Maometto e qualche teorico prematuro del modo di produzione asiatico. L'intervento americano in Afghanistan in cerca di Bin Laden, come se si stesse cercando Fu Manchù, il Dottor No o il Capitano Nemo, significa la legittimazione della guerra sporca in technicolor come strumento di dissuasione del sistema democratico e contribuirà a delimitare il nemico di cui aveva bisogno la filosofia armamentarista della tecnoindustria militare nordamericana. Il miserabile ruolo subalterno degli Stati europei accentua l'impressione che gli Stati Uniti comprino l'egemonia globale in cambio della protezione armata e impongano le regole del gioco politico, economico e culturale attraverso questa egemonia strategica esercitata attraverso l'industria militare e quella culturale.

A poche settimane dall'incontro di Porto Alegre, che già si può considerare come una replica insubordinata a quello di Davos, replica quindi dei globalizzati contro i globalizzatori, tutte le crisi in atto mettono in discussione la globalizzazione come finale felice e ne accentuano il carattere di sistema di denominazione che tenta d'imporre un nuovo ordine internazionale che perpetui l'accentuazione delle disuguaglianze. Trasformare il terrorismo nel nemico da battere è un obiettivo valido, e si approfitta della sua repressione per paralizzare la nuova coscienza critica emergente che porta a scontrarsi globalizzati e globalizzatori, come in passato portò a scontrarsi lo schiavo con il padrone. Così come le crepe nel sistema scoperte nel XIX secolo resero necessari i discorsi emancipatori e non il contrario, allo stesso modo quelle del XXI secolo pongono la stessa esigenza, e i signori del sistema assistono alla decostruzione del marketing globalizzatore senza avere goduto la speranza razionalizzatrice che la fine della guerra fredda significava.

Al contrario, i signori della globalizzazione non portano a soluzione le guerre civili nel villaggio globale, ma anzi le stimolano in difesa dell'ecosistema che permette loro di perpetuare il su e giù, così come sono stati ammaestrati dal dio del neoliberismo quando ha promesso loro il suo personale disegno di happy end.

Manuel Vásquez Montalbán – L'UNITA' – 27/12/2001

(traduzione di Pietro Stramba-Badiale)


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